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STORIA - TRADIZIONI

Il “Casone”

di A. Rossin

Ventaglio Novanta n. 1 1990 pp. 86–91

Fuori tira un vento tremendo, entra sibilando per tutte le fessure. Fa un freddo cane. Francesca si rannicchia rabbrividendo sotto le coperte, ci sembra quasi di sentir sussultare la casa sotto i colpi della bufera.

“Il casone – mi chiedo – ce la farà a resistere, o questa volta andrà sotto?”

Il casone è ormeggiato alla riva del Po di là dall’argine sotto casa, proprio esposto alla bora. Che idea matta era stata la mia, prendermi la briga di costruire un casone di canna come quelli di una volta, però su un barcone di cemento ricuperato dal vecchio ponte di Polesella. Sempre per quella maledetta mania di voler creare uno spazio di incontro sociale, per fare cultura. Ma che bel risultato.

Tutto era partito da un gruppo di amici del posto, si voleva fare qualcosa insieme. Avevamo convenuto che io, il dottore, avevo le idee e forse i mezzi per organizzare le cose, mi han messo davanti a dirigere i lavori. Ci siamo improvvisati muratori, carpentieri, elettricisti, marinai. È stato bello all’inizio: prima la piattaforma di cemento sul barcone, sessanta metri, come un appartamento di città: poi il traliccio di pali di castagno ed i fasci di canna, quella salina che cresce vicino al mare ed è più resistente.

La canna l’han messa su tre pensionati di San Rocco, loro nei casoni ci sono nati e ne ricordano l’arte antica: ma quante discussioni, interrotte solo da qualche bicchiere di quello buono e da una fetta di salame! I salami migliori, dicevano, sono quelli che d’estate fanno il bigato dentro la muffa. E il caminetto, lo volevano mettere a piombo ma come si andava su con il peso dei mattoni il barcone cambiava continuamente di assetto e alla fine la cappa è venuta un po’ storta: però erano anni che da queste parti non si vedeva un caminetto tirare così bene.

Due mesi ci son voluti a ultimare la costruzione, i vecchi del posto venivano ad ammirare l’opera d’arte e annuivano. Proprio un capolavoro di casone, dicevano. E quante macchine ferme sull’argine, di gente a fare fotografie: e si può visitare? Ma si capisce che si può, l’abbiamo fatto apposta.

Il giorno dell’inaugurazione è stata una festa davvero grande. C’era A., che era di casa, e poi tutti gli amici, quelli più vicini che avevan dato mano alla costruzione e anche quelli che venivano più da lontano: entravano tutti bussando con i piedi perché le mani erano occupate a reggere sporte e bottiglie. Davvero un avvenimento: mancava solo l’autorità a tagliare il nastro, e il prete a benedire. Però il Sindaco è venuto dopo a farci visita molte volte, e quando abbiamo portato il casone giù alla spiaggia vi è stata celebrata dentro anche la Messa.

Che avventura quella volta, la navigazione sino alla foce del Po! Appena 3 o 4 miglia, marine s’intende, c’è voluta mezza giornata buona. Il nostro casone galleggiante era dotato anche di un timone, opera di V.; ma aveva il fondo piatto e cosi non c’era verso di tenerlo in rotta. Andava zigzagando come una donna da marciapiede e ad ogni piroetta era tutto un correre dell’equipaggio da una finestra all’altra con pali e puntelli per scostarlo dalla riva: e dàgli al timoniere, quella volta era E.: però lui, poverino, non ne aveva colpa, anche se la sua parte di vino se l’era certamente bevuta tutta.

Alla spiaggia avevamo fatto le cose in grande. B. aveva organizzato un campeggio su una lingua di sabbia tra mare e laguna, e il casone doveva servire da rifugio e da ristoro. Un campeggio favoloso, con gruppo elettrogeno e tutto il resto, servizi, acqua calda e fredda: in cucina c’era L. con moglie e figli a far da cuoco, e R., un frate francescano, lui era caporegista e animatore. Si mangiava ogni volta in quaranta o cinquanta, tutti comodamente seduti.

Il campeggio finì prima del previsto a causa di un uragano, di quelli che da queste parti ne succedono spesso, come stanotte. Le onde, spinte dal vento, arrivavano dal mare in laguna sormontando la lingua di sabbia con tutte le tende, e noialtri sotto il casone a tremare dal freddo, qualche ragazzina anche dalla paura. Il nostro rifugio però non ha fatto neanche una piega; è entrata sì qualche goccia d’acqua dal tetto ma proprio due goccie che si potevano contare, e solo perché le canne non si erano ancora assestate bene.

È stato davvero un collaudo con i fiocchi.

Poi il ritorno, un po’ triste come tutti i ritorni. Il casone è tornato a specchiarsi nell’acqua pigra e un po’ sporca dell’insenatura dove ha trovato il suo ormeggio. Noi amici eravamo fieri per la nostra avventura, e quasi ogni sera ci si ritrovava a bordo a mangiare, bere e far filò.

Il più delle volte i nostri erano discorsi difficili, sempre per la mia vecchia mania di volere un punto di incontro sociale, di cercare di far cultura.

Difficile, fare cultura: era già difficile intenderci tra noi su come bisognasse fare. Nei nostri conversari erano emerse almeno tre correnti di idee su cosa si dovesse intendere per cultura, e alla fine non c’è stato verso che si riuscisse a metterci d’accordo.

Da una parte c’era la diffidenza degli indigeni, erano la maggioranza, per fare cultura intendevano ascoltare una fonte che fosse tanto autorevole da non doverla mettere neppure in discussione: e si capiva benissimo dai loro discorsi che di tali referenti ciascuno doveva esserne fornito a sufficienza così da non desiderarne di più.

Da un’altra parte, io ero fra questi, ferveva il desiderio di incontrare una varietà di esperti dei diversi argomenti, così da riuscire a scuotere i nostri cervelli dalla pigrizia e allenarli invece al confronto critico e alla scelta.

Era venuto una volta il professor C., aveva portato un vino dei colli proprio buono e si era offerto di invitare per noi una serie di luminari di alto livello, ne conosceva parecchi tutti professori universitari ed era sicuro che nessuno avrebbe perso l’occasione di una serata nella magica atmosfera del casone, a mangiare le cose buone di una volta e a far discorsi. Avremmo potuto organizzare quella che gli spagnoli chiamano tertulia, una compagnia di amici che si ritrovano una o due sere al mese all’osteria invitando ogni volta un ospite nuovo a parlare di cose diverse.

Ma ci pensate ragazzi, una tertulia in un casone nel Delta del Po! Sarebbe stato fantastico, avevamo anche individuato il nostro maestro di cerimonia, che dirigesse le cene e tenesse il registro degli appuntamenti: si era fatto avanti C.P., davvero un simpaticone.

Queste due diverse maniere di intendere la cultura forse si potevano mettere d’accordo, magari con un po’ di fatica le prime volte, ma poi la bontà dell’iniziativa avrebbe certamente ottenuto successo. Questa almeno era l’opinione di S., e anche quella di D.: dicevano che la diffidenza dei primi sarebbe servita a rendere più animate le discussioni, che già ci immaginavamo effervescenti.

Ahinoi, avevamo fatto i conti senza l’oste.

Alla fine ha vinto una terza opinione su come fare cultura. In mezzo a noi c’era infatti chi di opinioni intendeva ascoltare solo la propria, e tra costoro J. era davvero imbattibile. Appena riusciva a prendere la parola, era un artista nel farlo, si esibiva in interminabili racconti di se stessa, sempre le solite cose. Anche lei aveva il diritto di parlare, e su questo suo slogan dava battaglia, non c’era verso di farla star zitta. Così ogni sera nel casone s’accendeva una baruffa, e la discussione scadeva giorno dopo giorno di livello. È stata la fine.

Gli amici più diffidenti se ne sono andati dicendo che loro lo avevano detto, lo sapevano già da prima che le cose sarebbero finite così. C.P., il nostro aspirante cerimoniere, aveva fatto capire da un pezzo che a lui interessavano sì i discorsi, ma solo quelli delle donne altrui.

Altro che tertulia, altro che educare la nostra coscienza individuale e farla diventare sociale! Era diventata una questione di lana caprina, non si riusciva più a capire se per cambiare la mentalità della gente bisognasse fare cultura, o se per fare cultura bisognasse prima cambiare la mentalità della gente.

E poi forse la mia era solo presunzione di voler fare cose più grandi di me, e sbagliavo a preoccuparmi troppo per gli altri: alla fin fine il problema era più loro che mio.

Così, tristemente, il casone poco per volta si è fatto deserto. Adesso è lì, abbandonato a torcersi sotto i colpi di maglio della bora.

Brrr, che freddo. Chissà se ce la farà a resistere, questa notte. Chissà se domattina c’è ancora.

* Ogni riferimento a persone o cose è da ritenersi casuale.

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Come citare questo articolo

A. Rossin. “Il “Casone””. Ventaglio Novanta, n. 1, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-casone/

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