Ormai se ne era convinto: era tempo di girare pagina. Bisognava farsi forza e prendere atto che un capitolo della propria vita si era concluso.
Da alcuni giorni Mario rimuginava tra sé e sé questo ritornello, ma gli era difficile accettare la realtà. Dieci anni di impegno, di speranze e di sacrifici vanificati nel giro di un mese.
In verità Mario non aveva niente da rimproverarsi. La sua non era stata né imprevidenza né imperizia, soltanto che improvvisamente le sue conoscenze, la sua abilità, la sua "professionalità", come spesso si era sentito ripetere in tono di elogio, non servivano più. Una grossa società, appositamente costituita con consistenti dotazioni di capitali, si era immessa sul mercato, praticando prezzi stracciati pur di accaparrarsi la vasta clientela. E anche le aziende, che da anni utilizzavano la consulenza di Mario, ad una ad una, in un brevissimo arco di tempo, lo avevano abbandonato. Alcuni imprenditori avevano avuto la delicatezza di telefonargli e di informarlo della situazione, dicendogli che i prezzi praticati dal nuovo gruppo erano troppo allettanti e, nonostante la consapevolezza che una volta spiazzata la concorrenza le parcelle sarebbero aumentate sensibilmente, si sentivano in un certo modo condizionati a seguire la nuova strada. Era quello infatti un gruppo con consistenti appoggi nel mondo politico e dell'alta finanza, ed una collaborazione con la neocostituita società, oltre che utile, poteva divenire perfino necessaria.
E lui, Mario, ad ascoltare incredulo, quasi inebetito, queste confessioni telefoniche. E addirittura balbettare che tutto sommato era una scelta condivisibile, che lui stesso con tutta probabilità si sarebbe comportato nello stesso modo. E poi ringraziare per la telefonata e formulare i migliori auguri.
Poi, inaspettatamente, quasi al colmo della disperazione, un invito da parte del nuovo gruppo ad un colloquio. L'indecisione se presentarsi o meno, e successivamente l'imbarazzante attesa, assieme ad alcuni sbarbatelli, freschi di laurea e di shampoo, prodighi nelle citazioni ed impeccabili nei loro indumenti firmati. E successivamente i complimenti dell'esaminatore che con difficoltà aveva dissimulato la propria sprovvedutezza nei confronti di un aspirante tanto preparato. Infine, dopo pochi giorni, l'incredibile, l'offerta di entrare nella "nuova grande famiglia" con il ruolo di impiegato subalterno.
"Meglio così!" aveva borbottato tra sé e sé, declinando l'assurda proposta. D'altra parte sperare di poter far parte del direttivo era impossibile: ed in fondo nemmeno lo avrebbe desiderato: sarebbe stato – ne era certo – soltanto una continua occasione di scontri con i "notabili" di nomina politica.
Se da una parte avvertiva chiaramente che l'infimo incarico propostogli aveva il sapore di una beffa, dall'altra cercava di coglierne la positività in quanto lo costringeva a una decisione non più rinviabile.
Chiudere: questa l'amara realtà senza alternative.
"Chiudere!" ripeteva Mario tra sé, mentre un senso di angoscia gli attanagliava la gola, gli opprimeva lo stomaco e gli saturava del tutto la mente. "Chiudere, chiudere, chiudere!" Un ritornello ormai sempre più meccanico ed ossessivo, pronunciato inavvertitamente anche a voce alta, mentre le gambe lo portavano verso il parco pubblico dove, quando aveva la forza di guardarsi attorno, tutti gli sembravano maledettamente felici e soddisfatti della vita. "Chiudere!" E l'eco si insinuava perfino nei sogni agitati che popolavano il sonno artificiale indotto da psicofarmaci.
Poi, lentamente, il recupero della lucidità. E allora Mario decise di chiudere davvero. Munito di un cacciavite smontò la targa dorata che, col suo nome ben stampigliato, faceva bella mostra di sè alla destra della massiccia porta del palazzo che alloggiava i più importanti uffici cittadini. Poi introdusse nell'ascensore alcuni scatoloni che avrebbe riempito di carte ormai inutili, per lo più da cestinare, e spinse automaticamente il pulsante del terzo piano.
Osservò con stupore quanto dolcemente la chiave si infilava nella serratura dell'ufficio, mentre – adesso lo ricordava benissimo – le prime volte che l'aveva usata aveva stentato ad introdursi e a far presa negli ingranaggi. Evidentemente l'uso prolungato l'aveva limata, adattandola perfettamente alla serratura. Ed ora – si trovò assurdamente a pensare – proprio ora che era diventata così scorrevole e perfetta, era da buttare.
Reprimendo l'emozione varcò la soglia, osservò le stanze innaturalmente silenziose ed iniziò l'ingrato spoglio degli incartamenti. Avrebbe salvato soltanto la documentazione più importante e riservata: tutto il resto al macero.
Nonostante tutto l'attività ben presto lo coinvolse ed affiorarono la meticolosità e la rigorosità tipiche del suo modo di lavorare. Sacrificò perfino il pranzo, temendo di interrompere il buon ritmo di azione e desiderando portare a compimento l'opera prima di sera.
Ormai stava completando il lavoro: aveva già iniziato l'esame dei plichi posti negli scaffali più bassi, i più vecchi che probabilmente sarebbero stati tutti cestinati. Aveva da poco affrontato l'ultima scaffalatura quando, con sorpresa, si trovò fra le mani un sacchettino contenente delle fotografie.
Chissà come erano finite lì tra le tante carte di lavoro! Incuriosito Mario si portò alla scrivania. Poteva pur concedersi un momento di relax per visionare quelle foto certamente vecchie di anni! Ed apparve lei, sorridente e dolcissima. Tanti primi piani di Giovanna, contornata dal verde intenso di una pineta montana o dall'azzurro smagliante di quel lago alpino.
Un'incantevole giornata di un'estate lontana! Un turbinio di ricordi affollò la mente di Mario. Gli pareva di poter gustare ancora la sensazione di leggerezza e la voglia di movimento stimolata dall'aria frizzantina. Ricordava la gioia nello scoprire l'incanto del panorama, ma soprattutto il piacere intenso di stare con lei. Rivisse per un momento il piacere di quell'intesa così immediata e trasparente, ed il sapore profondo dei loro abbracci.
E perché dopo solo qualche mese il loro amore si era così logorato? "Sì, proprio logorato" mormorò Mario soppesando il senso della parola. Tra di loro infatti non vi erano stati né grossi litigi né strappi clamorosi. Ma un giorno lei se ne era andata, ed era sembrato quasi naturale, come prendere atto che l'estate è ormai finita e bisogna indossare altri indumenti. Aveva raggiunto un'amica a Milano.
Dapprima un lungo silenzio che nessuno dei due aveva cercato di rompere, poi una telefonata di lei che annunciava di aver trovato un lavoro.
Si erano rivisti quando era venuta a ritirare le sue cose: avevano parlato a lungo, senza animosità né acredine, per concludere che era meglio così, che il sogno si era ormai dileguato ed il tempo avrebbe deciso il futuro delle loro esistenze.
Un addio scialbo, senza nemmeno un bacio o una carezza. Poi ogni tanto qualche notizia, per lo più indiretta. Sapeva che aveva fatto carriera, che si era sistemata bene e che viveva da sola.
"E se le cose fossero andate diversamente? – si chiese – Se ognuno dei due fosse stato meno preso dalle proprie occupazioni, dal desiderio di affermarsi e dai mille lacciuoli quotidiani?"
La voglia di rivederla entrò prepotente nella mente di Mario, condizionando i suoi pensieri per i giorni seguenti e mettendo in ombra il senso di cocente delusione del naufragio della sua attività.
"Chiodo scaccia chiodo" osservò con razionalità utilitaristica. E questo secondo si era ben radicato, tanto che ormai intendeva assolutamente reincontrarla. Alla fine trovò una specie di compromesso con se stesso: sapeva dove Giovanna svolgeva la sua attività; lui sarebbe andato a Milano e avrebbe finto di passare casualmente nei paraggi del suo ufficio proprio nel momento in cui lei sarebbe uscita dal lavoro.
E così partì, immaginando mille volte la scena dell'incontro.
Era giunto il momento. Si sentiva emozionato mentre da una certa distanza teneva d'occhio l'uscita ove tra poco Giovanna sarebbe apparsa.
Eccola! Stava dirigendosi verso di lui, accompagnata da due colleghe con cui conversava interessata. Era ancora molto bella; e se qualcosa aveva perduto in splendore, molto aveva acquistato in personalità. Mario ne osservava estatico l'incedere sicuro ed elegante, i gesti disinvolti ed aggraziati e quel parlare e sorridere insieme.
Giovanna quasi lo sfiorò, ma non successe nulla. Lei, tutta presa dal discorso, rivolta verso le amiche, neppure lo vide. Lui restò ammutolito, incapace di agire.
E riprese la via del ritorno, distrutto e frastornato.
Un uomo inutile, ecco cosa era divenuto, senza motivazioni, senza speranze. Desiderava sparire… Sì, morire. Chiudere con la vita che gli appariva insopportabile e senza senso.
Parcheggiò l'auto e spinse di malavoglia il battente metallico dell'ampia porta che immetteva nell'atrio del palazzo dove abitava. Macchinalmente si diresse verso la cassetta della posta, ritirò il contenuto, e si avviò verso l'ascensore, senza nemmeno degnare di uno sguardo la corrispondenza.
Entrò nell’appartamento lasciandosi cadere pesantemente sull’ampia poltrona e lanciando la posta verso il tavolo. Restò a guardare l’effetto del suo lancio: una parte della corrispondenza e degli stampati pubblicitari aveva raggiunto il bersaglio, altri erano caduti a terra. Una lettera era rimasta incredibilmente in bilico e Mario aspettava di vederla cadere. Restò ad osservare attonito quella busta beige che sembrava sfidare la legge di gravità. Come poteva reggersi se sporgeva dal tavolo per la maggior parte? Si contorse inutilmente sulla poltrona, allungando il collo per scoprire il mistero: doveva pur esserci un sostegno. Alla fine si alzò per verificare. Ma prima ancora di vedere la rigida busta pubblicitaria che sporgendo parzialmente dal tavolo offriva il suo appoggio alla lettera, lesse l’intestazione: Giovanna Manueli.
Come per l’improvviso azionarsi di uno stantuffo interno, avvertì una immediata accelerazione del ritmo cardiaco. Rapidamente aprì la busta e lesse d’un fiato: Caro Mario, immagino lo stupore che proverai nel ricevere questo mio scritto, e spero proprio che non lo cestinerai senza averlo prima letto. Ti sto per fare una proposta di lavoro. Assieme ad alcune colleghe ho deciso di lasciare l’attuale attività, giacché intendiamo impegnarci in un nuovo campo, molto affine al tuo. Ho parlato alle mie amiche della tua provata competenza nel settore, e abbiamo concluso che una tua compartecipazione all’impresa sarebbe quanto mai gradita. Spero che la cosa ti possa interessare e che tu sia in grado quanto meno di ritagliare il tempo necessario per una consulenza continuativa. In attesa di poterti vedere per illustrarti più dettagliatamente il progetto, ti saluto cordialmente. Giovanna. P.S. Ho voglia di vederti. Veramente. Gio.
Fu come spalancare una finestra di una stanza fumosa in una limpida giornata invernale. Mario sentì i polmoni riempirsi di ossigeno, una voglia di correre e di salire erbosi pendii montani. Ripensò alle foto di Giovanna ritrovate nello studio. Mentalmente le inquadrò ad una ad una. Aveva voglia di lei, di riprendere insieme il cammino da quella luminosa ed intensa giornata vissuta in montagna. Decise di telefonarle subito.
Uno, due squilli, poi la sua voce ed una nuova dolcissima emozione. E parlare come se il tempo non fosse passato, ed esprimere senza falsi convenevoli la voglia di rivedersi al più presto.
"Sì, domani, prometto" disse Mario. E calde lacrime inondarono i suoi occhi.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “La lettera”. Ventaglio Novanta, n. 1, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-lettera/