Anche a Rovigo, con sempre maggior frequenza, possiamo vedere persone di colore che, da sole o in gruppo, si organizzano per vendere la loro mercanzia. La gente passa frettolosa davanti a quella merce stesa un po’ alla rinfusa sui marciapiedi, gettando uno sguardo indifferente su tanti oggetti di poco valore, ma nel contempo assai preziosi per quei “marocchini” che ne devono trarre sostentamento per sé e per i familiari lontani.
Appoggiati agli stipiti delle porte di palazzo Roncale o ai portici che fanno angolo da quella parte alla piazza-salotto stile veneziano, Vittorio Emanuele, si muovono pigramente. Lo sguardo sembra assente: chissà quali pensieri si celano dietro quegli occhi cerchiati di bianco, che non ci fanno più paura.
In un pomeriggio primaverile mi avvicino a loro, saluto disinvolta e cordiale: mi rispondono con un “ciao” accompagnato da un sorriso quasi confidenziale. Mi presento e chiedo se accettano un’intervista per una nuova rivista culturale, magari anche una fotografia.
Quello seduto, che mangia granoturco abbrustolito, si alza e risponde che non vogliono la foto, ma accettano di rispondere alle mie domande. È evidente che sono un po’ esitanti. Di che hanno paura? Sono forse clandestini?
Ritorno da loro il giorno stabilito, ma “il capo”, che la volta precedente non c’era, mi nega l’intervista e rimprovera “in africano” i suoi amici per l’iniziativa presa. Si chiudono dietro la scusa di un italiano poco sciolto e mi precludono ogni possibilità di dialogo.
Tutto ciò mi incuriosisce e suscita in me il desiderio di saperne di più. Chi sono questi terzomondiali? Come vivono? Quali sono i loro problemi? Come sono accolti nel Polesine? Mi reco in Questura dove so che, all’ufficio stranieri, vanno a regolarizzare la loro posizione quei clandestini che erano in Italia l’anno scorso, come obbliga il decreto legge in vigore dal primo giorno dell’anno.
Davanti all’ufficio alcuni “marocchini” aspettano a turno. Sono stati condotti lì da una persona, forse un prete, che dà consigli su come comportarsi nell’ufficio.
Chiedo se qualcuno accetta di dialogare con me, ma ancora una volta, dietro l’alibi di una scarsa conoscenza dell’italiano, mi lasciano cadere ogni speranza di indagine sul loro mondo. Parlano francese e anche un’altra lingua, forse uno dei tanti dialetti africani. Si limitano a dirmi che son venuti qui per lavoro, che hanno tanto bisogno di una casa e che vogliono regolarizzare la loro posizione. Tengono il capo chino sulle ginocchia; mi sembrano sconfortati dalle molte incertezze sul loro futuro.
La Dott.ssa Silvia Fenu, Dirigente ufficio stranieri, mi riceve cortesemente nel pomeriggio. Mi parla della legge Martelli, uscita sulla G.U. il 21 Marzo scorso, in cui il decreto del 30 Dicembre ’89 riporta modifiche alla legge n° 39 del 28 Febbraio ’89. “È una legge frettolosa”, dice, “e a volte queste leggi non sono buone, perché hanno solo lo scopo di tamponare”. Con ciò intende dire che i mali vanno risolti a monte. “Il testo è incompleto, poco chiaro; entro il 30 Giugno ’90 si devono regolarizzare le posizioni di soggiorno. Dal Ministero degli Esteri non è stato ripristinato l’obbligo del visto agli stranieri provenienti dagli Stati ad alto rischio quali Tunisia, Algeria, Marocco, per i quali vige l’abolizione del visto solo per motivi turistici”. La Dottoressa, poi, elenca le varie modifiche apportate alla legislazione sugli stranieri a partire dal 1931, quando vecchie normative rispondevano alle esigenze della società fascista. Altri piccoli interventi inerenti la materia sono stati introdotti tra il ’60-’70, ossia negli anni bui del terrorismo; nel 1986 nuovi provvedimenti mirano a mettere in regola stranieri e datori di lavoro.
Chi rientra ora nella sanatoria? “Coloro che dimostrano di essere stati presenti in Italia alla data del 31 Dicembre ’89 e anche coloro che possono dimostrare di essere stati in Italia per un lungo periodo nello scorso anno. La maggioranza ci riesce; alcuni falsificano i timbri; i nuovi arrivati hanno otto giorni di tempo per dimostrare che possiedono un mezzo di sussistenza o il domicilio presso una persona che si cura di loro. Solo così viene concesso il permesso di soggiorno, che è di tre mesi per chi viene per turismo e di ben due anni per gli extracomunitari che usufruiscono della sanatoria per lavoro”.
Stando così le cose, è facile notare un’incongruenza nella legge. Infatti, mi chiedo dove alloggino nel frattempo questi immigrati in cerca di un destino migliore. Forse negli alberghi? Dove sono le strutture di accoglienza che lo Stato, tramite gli Enti Locali, ha approntato? Nessuno, finora, si è posto il problema in termini concreti, nemmeno il Comune di Rovigo, come apprendo presso l’Assessorato ai Servizi sociali. E per chi non è in regola è prevista l’espulsione. La Dott.ssa Fenu precisa infatti che la nuova legge dell’ingresso in Italia abroga l’art. 142 del TULPS che penalizzava chi non si presentava entro tre giorni all’Autorità di PS; abroga anche l’art. 152 e quindi non esiste più il foglio di via per gli stranieri; al suo posto c’è un nuovo tipo di espulsione, che avviene con decreto prefettizio il quale, mediante intimazione del Questore, decreta l’espulsione dello straniero dal territorio nazionale. Esiste anche la possibilità di ricorso in termini dimezzati. Ogni provvedimento, inoltre, deve essere comunicato mediante una lingua a lui conosciuta: inglese, spagnolo, francese o la sua lingua se c’è un interprete.
Qual è l’afflusso giornaliero di extracomunitari? “È modesto – precisa la dottoressa –. La media quotidiana qui a Rovigo è di circa 15 stranieri al giorno”.
Quale livello culturale presentano? “Quasi tutti la terza media e sono operai”.
Al Questore, dott. Gaetano Gigi, che entra per un momento nell’ufficio, chiedo se nella nostra provincia si sono registrati episodi di intolleranza: risponde che nel Polesine la situazione è tranquilla, che il problema della regolarizzazione si svolge con ordine e comprensione.
Ringrazio, saluto cordialmente la Dott.ssa Silvia Fenu e vado a trovare Don Vanni Cezza, Direttore di Porta Verta, il centro di accoglienza, le cui porte sono aperte per tutte le persone che presentino problematiche sociali.
Egli è nel suo ufficio situato in una piccola casa appena fuori città, nella quale alloggia una famiglia di stranieri.
Don Vanni è addentro nei problemi di chi vive ai margini della società. “Mi sembra di rivivere una situazione della mia infanzia” dice Don Vanni, la cui famiglia si era trasferita a Milano, dov’egli è nato. “Gli extracomunitari sono attirati dall’Europa, dalla ricchezza, dal benessere. Cercano lavoro, ma ancor prima della difficoltà della lingua c’è la mentalità che è diversa”. “Per loro indubbiamente è uno sforzo notevole l’inserimento nella nostra società, però prima di giungere in Italia sanno cosa li aspetta”. Con sua esperienza Don Vanni ha notato che sembrano sprovveduti a prima vista, invece sanno quello che vogliono raggiungere e cercano di ottenerlo.
“Sono persone che vanno aiutate con realismo, coerenza, senso di responsabilità e niente pietismi”, puntualizza don Vanni, “La loro religione musulmana può costituire un problema. Ad esempio, per loro questo è il mese del Ramadam e a volte si mostrano esigenti nell’alimentazione alternativa. Ci sono persone però che si adattano, e sanno inserirsi adeguatamente nel nostro ambiente; altre che sono passive e vivono alla giornata, come accade anche tra i nostri connazionali emigrati all’estero: la maggior parte di essi si è integrata bene nel nuovo Paese, mentre altri cercano di vivere di espedienti”.
Secondo Don Vanni la gente del Polesine può facilitare l’accoglienza per il senso della famiglia ancora presente, per la mentalità non ostile, però egli denuncia la inesistenza dei servizi sociali. “L’Ente locale, la Comunità non esprime attenzione al problema; gli immigrati qui non si fermano, sono solo di passaggio e manca, dunque, una casa di accoglienza con funzione di smistamento. C’è necessità di alloggi per queste persone: sia in città che in campagna ce ne sono di case che si preferisce lasciare chiuse”. (Non si deve demandare tutto ai religiosi, come mi ha invitato a sottolineare il vice padre superiore dei Cappuccini; chi può, deve agire come cristiano e come uomo).
“Purtroppo, osserva ancora e con rammarico Don Vanni, anche la Comunità cristiana non è da meno nell’indifferenza”.
Ecco allora l’importanza dell’educazione alla mondialità; ed è proprio la scuola la sede più idonea a formare nelle giovani generazioni una mentalità aperta ad una convivenza plurirazziale in nome del rispetto dei diritti dell’uomo e dei popoli.
Don Vanni lancia uno slogan: “Una famiglia per un immigrato” e certamente sono tante le famiglie che possono ospitare un fratello di colore.
La società cambia. Non si possono chiudere gli occhi di fronte ad una realtà nuova che si sta manifestando sempre più concretamente anche se non ce ne accorgiamo direttamente. Il cambiamento è silenzioso, ma continuo.
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Come citare questo articolo
Francesca Magon. “Gli Extracomunitari e il Polesine”. Ventaglio Novanta, n. 1, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/gli-extracomunitari-e-il-polesine/