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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

La via delle idrovore

Partendo da Adria, alla scoperta di importanti strutture di archeologia industriale e di borghi dimenticati

di Giuseppe Marangoni

Ventaglio Novanta n. 34 2007 pp. 8–13

Sono sotto il camino dell’ex idrovora di Amolara ad Adria. E’ alto 56 metri con un diametro di base di 3,50 metri. Un monumento alla tecnica e al lavoro. Chi costruiva questi camini non era semplicemente muratore o carpentiere. Aveva doti di genialità e di pazzia; portava con sé l’ardimento della sfida, poi miracolosamente trasfuso nella sua creatura, destinata a rappresentare il simbolo funzionale del dominio dell’uomo sulle acque, come viatico alla ricchezza dei frutti della terra e alla liberazione dall’incubo dell’incertezza vitale degli abitanti.

Non può esserci luogo più indicato per cominciare un itinerario identificato come “la via delle idrovore”, uno dei percorsi più interessanti per capire il Polesine: un’iniziativa di conoscenza del territorio bassopolesano proposta dalla cooperativa Turismo&Cultura e promossa dal Consorzio di Bonifica Polesine Adige Canalbianco con l’adesione del Comune di Adria.

Accanto al camino, testimone di quando l’idrovora andava a vapore, c’è lo stupendo palazzo neoclassico di metà ottocento, restaurato nel 2001 ed ora adibito a museo, ostello, ristorante, centro convegni, uffici del Consorzio e bancomat attivo.

Entrando in quella che fu concepita come una specie di cattedrale laica dedicata al mito della potenza della macchina industriale, mi colpisce l’ampio e altissimo salone, sulla cui parete di fondo campeggia un dipinto di m.7.30 x 4,50. E’ opera di Elvio Mainardi, un pittore affermato a livello internazionale e residente a Bormio, ma nato proprio qui, perché figlio del vecchio macchinista dell’idrovora (prima o dopo bisognerà scrivere di queste figure mitiche!). Il dipinto racconta la “Storia delle acque”: dalla descrizione dei Sette Mari (ovvero dei sette grandi specchi lagunari della zona del delta al tempo dell’antica Roma) fatta da Plinio, ai primi insediamenti palafitticoli; dall’epopea della bonifica fino all’Adria di oggi.

La sosta all’Ostello Amolara ci offre la possibilità di gustare specialità polesane in una calda atmosfera di ospitalità creata dal simpatico gestore, Paolo Bordin, e dalla sua famiglia, per poi passare alla visita del museo.

Il nome del museo “Septem mària” ricorda dunque l’antica denominazione della zona da Adria al mare, caratterizzata dall’intrecciarsi di acque di fiumi (vari rami del Po, Adige, Brenta) e del mare. C’era allora anche una omonima stazione di sosta lungo la via Popilia, documentata dalla Tabula Peutingeriana, di cui troviamo un grande pannello all’ingresso del museo, messo a disposizione dal Museo dei Grandi Fiumi.

Storia delle civiltà delle acque dalla protostoria all’attualità: il tema è narrato da pannelli didattici chiari e sintetici e trova riscontro nelle macchine idrovore e negli strumenti della bonifica esposti come reperti. Visitare questo museo è capire cose importanti anche per il presente sul rapporto uomo-territorio.

Prima di lasciare Amolara, mi prende la curiosità di salire in cima alle scale di sicurezza, e qui, all’altezza del tetto del Museo, l’occhio spazia sul Canalbianco, idrovia Venezia e Mantova: verso ovest, risalendo il fiume, si disegna la città, al cui ingresso, ora come 2000 anni fa, è attivo un cantiere navale. Verso nord si stende una campagna solcata da canali e fossi, delimitata dagli argini dello Scolo Manin e del Nuovo Adigetto, un pezzo di paesaggio tipico del Polesine con qualcosa in più, del tutto nascosto però: è il luogo delle necropoli etrusche di Amolara.

Ci stacchiamo con fatica dall’Ostello Amolara, prendendo la via del mare lungo l’argine sinistro del Canalbianco. Dopo aver fiancheggiato alcune lineari corti ottocentesche di stampo austriaco, in località Voltascirocco pieghiamo a sinistra verso l’omonimo borgo.

E qui la scoperta è totale. Attorno ad un nodo idraulico, in cui convergono Adigetto, Bresega e Scolo Manin gettandosi in Canalbianco, si sviluppano i fabbricati di due grosse idrovore tuttora funzionanti, alcune corti e case rurali, un edificio scolastico e una chiesa abbandonati.

Ci separano soltanto 2-300 metri dalla provinciale Adria-Loreo-Rosolina, ma qui è come essere fuori dal mondo. Sarà tutta quest’acqua.

Saranno questi fabbricati abbandonati. Sarà il pensiero di stare in un borgo che fino agli anni ‘50 dello scorso secolo contava 300 abitanti, mentre ora non si scorge anima viva. Saranno gli alberi e le siepi che rimandano ad un paesaggio totalmente tranquillo e disteso. Sta di fatto che scorci e situazioni danno la sensazione del luogo di charme, in ogni caso del tutto singolare.

L’eleganza degli edifici e dei cortili abbandonati rimanda alla nostalgia di una rinascita: che bello sarebbe far rivivere Voltascirocco, il borgo delle idrovore! Non manca a questo proposito un’idea progettuale di Turismo&Cultura. C’è inoltre la disponibilità del gestore di Ostello Amolara; c’è anche l’attenzione del Consorzio di Bonifica Polesine Adige Canalbianco; c’è pure la sensibilità dell’Assessore provinciale al turismo Laura Negri. C’è infine lo studio iniziato dall’Istituto Maddalena di Adria, che ha condotto rilievi tecnici. Anche il Comune di Adria sembrerebbe interessato..chis-sà…vedremo!

La via delle idrovore ritorna verso Adria, guadagna l’argine destro del Canalbianco fino a Baricetta, dove si apre la grande conca di navigazione. Sulla riva sinistra ecco l’ex idrovora posta sulla vecchia ansa del fiume. La sala macchine presenta ancora delle pompe centrifughe, anche se la maggior parte dello spazio è destinato al laboratorio per la qualità delle acque e studi relativi alla fitodepurazione. Davanti alla struttura, interessante quale esempio di archeologia industriale, sorge il mandracchio, ovvero il piccolo bacino che riceveva l’acqua di bonifica destinata poi a sfociare nel Canalbianco. Sulla destra sorge la graziosa casa del macchinista da poco ottimamente restaurata dal Consorzio di Bonfica Polesine Adige Canalbianco e destinata a piccola foresteria collegata ad Ostello Amolara.

L’idrovora, da tempo dismessa, sorge in un punto centrale tra due chiese: quella del paese di Baricetta e quella annessa al complesso rurale di villa Grassi-Baroni, ampia corte settecentesca cinta da un muro con torrette cilindriche ai lati. Il complesso fu costruito nel ‘700 dai conti Grassi di San Samuele ed è caratterizzato da una grande casa padronale fiancheggiata ai lati da due barchesse simmetriche, mentre sul retro si eleva la torretta colombaia.

Scattate alcune fotografie del luogo tanto suggestivo, ci accingiamo a riprendere l’itinerario, oltre il ponte, costeggiando l’argine destro del Canalbianco per risalirlo fino a Pincara dove, in località Paolino, torneremo sulla riva sinistra verso Fratta Polesine per raggiungere il Pizzon, località amena e particolarissima di cui parleremo nel prossimo numero del Ventaglio.

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Come citare questo articolo

Giuseppe Marangoni. “La via delle idrovore”. Ventaglio Novanta, n. 34, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-via-delle-idrovore/

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