Con la recente conclusione dei lavori di restauro dell’edificio detto della “Gran Guardia” si è in larga misura completato il piano di riassetto della piazza principale di Rovigo, avviato due anni fa col ripristino della facciata di Palazzo Roncale, seguito dalla conclusione degli interventi per ridare agibilità a Palazzo Roverella divenuto sede della Pinacoteca dei Concordi, mentre contemporaneamente si provvedeva a sistemare la pavimentazione delle vie attorno al “liston” e si portava a termine la pulizia della Colonna col leone di S. Marco e del monumento a Vittorio Emanuele II.
Un’operazione, quella del restauro della facciata della Gran Guardia, resasi quanto mai necessaria, dato che da molti anni l’edificio non riceveva cure di ripristino. Si tratta di un immobile di sicuro interesse storico, che con la sua forma convessa caratterizza in modo particolare il lato sud-est di Piazza Vittorio Emanuele.
La sua erezione, che risale a 152 anni fa su progetto dell’architetto G. B. Meduna, fu voluta dagli Austriaci dominatori del Lombardo-Veneto, con l’obiettivo di esercitare un controllo più energico sulla città. L’inaugurazione del palazzo, allora denominato “Corpo di Guardia”, avvenne l’ultimo giorno del mese di dicembre del 1854, con una cerimonia studiata per sancire la presa di possesso da parte delle guardie imperiali.
I lavori per innalzare il palazzo della Gran Guardia di Rovigo erano iniziati l’anno precedente, ed Eugenio Piva (1820-1903), nel suo memoriale “Rovigo nel secolo XIX” scrisse: “Nel 1853 venne costruito sul disegno dell’ingegnere Meduna di Venezia, l’attuale Corpo di Guardia in Piazza Vittorio Emanuele; opera questa di pregio, per il suo carattere militare spiccato”. Un’annotazione alquanto stringata, che manifesta una indubitabile carenza di entusiasmo; atteggiamento dovuto alla passione patriottica che ardeva nel cuore del cultore di memorie rodigine, il quale ben conosceva le motivazioni politiche che stavano a monte della realizzazione architettonica.
Rispondeva infatti ad una logica coercitiva il disegno che aveva ispirato gli Austriaci a costruire per il proprio corpo di guardia un edificio di primaria rappresentanza, dotato di una gradinata di accesso al porticato da cui diveniva agevole controllare ogni movimento della piazza. Una strategia di stampo poliziesco, intensificata dall’Austria dopo i moti del 1848, esplosi con successo anche a Rovigo, ove si era insediato un governo patriottico durato in carica pochi mesi, fino al ritorno delle truppe asburgiche, a seguito del negativo esito della I Guerra di Indipendenza.
In quell’anno Eugenio Piva aveva 28 anni e per tutta la vita portò impresso il ricordo della fiammata patriottica che aveva pervaso la città il 19 Marzo 1948, giorno tutto particolare, percorso da fremiti e da nuove speranze. Nel suo memoriale ricorda infatti che, sul far della sera, come guidate da un’abile regia, centinaia di persone erano convenute nella Piazza Maggiore, portando appuntata sul petto la coccarda tricolore. “L’entusiasmo della popolazione in quella notte a parole non si può descrivere. Canti patriottici, liete grida, evviva all’Italia, abbracci, baci dati e ricevuti, e pianti di gioia formavano un insieme commovente, indimenticabile! Oh potenza del patrio amore!”.
Ben diversa dunque l’atmosfera che si respirava nel 1854! Erano infatti state nel frattempo duramente represse le speranze del ‘48, che avevano infiammato Rovigo e molte altre città, sfociando poi nella I Guerra di Indipendenza. Ecco perché da parte dei rodigini la conclusione dei lavori di costruzione del palazzo della Gran Guardia non suscitò alcun moto di entusiasmo.
Altrettanto fredda fu la reazione manifestata dal popolo due anni dopo, in occasione dell’arrivo dell’imperatore Francesco Giuseppe a Rovigo. A fronte di un aulico apparato di accoglienza – ci informa sempre Eugenio Piva – con tanto di arco trionfale presso l’ingresso della città ancora dotata di mura, e luminarie nelle piazze, “… si udì un solo grido di ‘viva l’imperatore’ emesso da un impiegato della Delegazione, certo Flumiani, uno solo”.
Ma la storia doveva imboccare vie più rispondenti alle speranze dei patrioti e, col cambio delle sorti verificatosi in Veneto nel 1866 a conclusione della terza guerra di indipendenza, anche il rodigino palazzo della Gran Guardia doveva cambiare destino.
Per una sorta di legge del contrappasso, lo stabile, nato con un intento coercitivo, fu ben presto destinato ad accogliere memorie patriottiche e libertarie.
E tuttora campeggiano sotto il convesso porticato i busti del generale garibaldino Domenico Piva (fratello di Eugenio l’estensore del memoriale) e del conte Domenico Angeli, primo sindaco dopo l’unità d’Italia unanimemente apprezzato per le sue opere di prodigalità a favore dei cittadini meno abbienti. E varie sono le iscrizioni che ricordano i caduti per la patria: dalle guerre di Indipendenza alla spedizione dei Mille, fino – ultima in ordine cronologico – alla lapide dedicata a tutti i caduti polesani dal Risorgimento alla Resistenza.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Il Palazzo della Gran Guardia”. Ventaglio Novanta, n. 34, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-palazzo-della-gran-guardia/