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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Il tartufo del Delta

Individuato nelle golene presso Papozze l’habitat ideale del prelibato fungo

di Antonio Dimer Manzolli

Ventaglio Novanta n. 34 2007 pp. 46–47

Il filosofo greco Teofrasto supponeva fossero dei vegetali senza radici, originati da piogge accompagnate da tuoni, analogamente Plutarco pensava fossero prodotti dalla fusione di acqua, terra e fulmini, Cicerone figli della terra, Plinio il Vecchio callosità della terra e miracolo della natura. Stiamo parlando dei tartufi, riservati da secoli alle tavola dei potenti, omaggio a nobili e sovrani, ricercatissimi per la loro bontà e per la loro qualità afrodisiaca. Ora il tartufo è diventato un vero e proprio re della tavola e numerose sono le manifestazioni enogastronomiche legate a questo frutto della terra.

Quando parliamo di questo fungo ci vengono subito in mente Alba o Norcia con il loro tartufo bianco e nero; in realtà è fortemente presente anche nel Delta del Po e per molti versi ha contribuito a far conoscere fuori dai confini della provincia, soprattutto negli anni cinquanta e sessanta, il comune rivierasco di Papozze.

Qui, in riva al Po, prima della costruzione della nuova piazza quando il centro abitato “Piazza Cantone” sorgeva tutto in golena in un singolare abbraccio con il grande fiume, l’arte del “tartufino” o del “trifolaro” era molto diffusa, anche perché, proprio a Papozze, esisteva l’antica trattoria “La Tona”, meta dei palati sopraffini.

Tutta l’area golenale e soprattutto l’isola del Mezzano, con la sua villa settecentesca e la cappella dedicata a San Carlo Borromeo, a perenne ricordo della sosta a Papozze del grande vescovo nella notte tra il 7 e l’8 febbraio 1580, erano una vera e propria miniera con splendidi tartufi di tutte le dimensioni.

Perché il prelibato fungo ha trovato il suo habitat ideale proprio nelle golene del Po presso Papozze?

La risposta ci viene da Vittoria Barbieri, che – dopo la scomparsa di Fortunata Soldati, l’ultima “Tona” – è rimasta la memoria storica dell’antico locale. Lei non ha dubbi, la zona era così ricca del prezioso fungo perché le spore vengono trasportate dal fiume durante il suo viaggio dal Monviso al mare. Il decremento produttivo dell’ultimo quarantennio va messo in relazione col fatto che il centro abitato di Papozze negli anni sessanta venne interamente trasferito nella zona attuale, a cura e spese dello Stato¹. Le arginature sino a tutti gli anni settanta furono interessate da imponenti lavori di ringrosso e rialzo, con conseguente pesante trasformazione dell’habitat golenale, ed anche il tartufo diminuì.

Da qualche tempo si registra però un incremento nella produzione naturale del prelibato fungo e, conseguentemente, è ripresa l’attività relativa alla ricerca.

A questo proposito va detto che il “tartufino” non agisce da solo ma insieme al suo cane perfettamente addestrato; non necessariamente di razza, anzi i così detti cani da pagliaio, dalle genealogie incerte e confuse, frutto di centinaia di incroci, sono i più bravi. Hanno infatti nel naso l’abitudine di cercare quel po’ di cibo che serve a sopravvivere. Il cane scorazza ed annusa e all’improvviso inizia a raspare e a guaire. Arriva allora il padrone che, con una zappetta di ferro e con grande attenzione, allarga la piccola buca e con le mani estrae il tartufo e lo porta al naso per fiutare l’intenso e persistente profumo; al fedele compagno subito un pezzo di pane.

Tra i vari “tartufini” distintisi nel secolo scorso sono ormai entrati nella leggenda l’imprenditore Paolo Maestri, che è riuscito a trasferire la passione al figlio Gilberto e a contagiare anche l’allora parroco di Papozze mons. Ugo Battizzoco, ora Penitenziere presso la Cattedrale di Adria, i fratelli Tarquinio e Ferruccio Barion e, nella frazione di Panarella, Mario Vicentini, detto “el trifulin” per la sua minuta struttura fisica.

Anche il figlio di Mario, Alfredo Vicentini, ha fatto propria la grande passione del padre diventando un espertissimo ricercatore. Alfredo ha anche fatto di più perché, presso la propria abitazione, ha da vari anni impiantato una tartufaia di oltre 5 mila metri con querce micorizzate.

Il risultato è sorprendente, raccoglie dell’ottimo “scorzone” o tartufo nero estivo (Tuber Aestivum) e del “bianchetto” (Tuber Borchii). Va ovviamente ricordato che anche nelle tartufaie la raccolta avviene, come nelle aree aperte, con cane e zappetta.

Da anni ormai le aree golenali e quelle a piano campagna, prossime alle arginature, godono di una certa tranquillità, e pertanto si è ricreato l’habitat ideale per la vita del tartufo. E’ bello pensare che una nuova stagione stia per avere inizio.

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Come citare questo articolo

Antonio Dimer Manzolli. “Il tartufo del Delta”. Ventaglio Novanta, n. 34, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-tartufo-del-delta/

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