La Grande Guerra (1914-1918) fu il primo conflitto moderno¹. Moderno nelle modalità di reclutamento, moderno nel supporto dell’ormai consolidato comparto industriale, moderno per la nascita del fronte interno, moderno nel modo di rapportarsi al conflitto. Tutto un apparato nazionale e di stato doveva essere messo al servizio della macchina bellica, dell’esercito e di tutto il sistema che gli ruotava attorno: fornitura di armi, equipaggiamenti, vettovagliamento, approvvigionamento, salmerie.
Le nuove tecnologie avevano realizzato innovative ed efficaci tipologie di armamenti, che avevano reso ancora più drammatici i costi umani del conflitto. Alla fine di questo, tra i 65 milioni di uomini mobilitati, si contarono ben 9 milioni di morti².
Fanteria, mitragliatrice e trincea furono i fattori dominanti della guerra, sia dal punto di vista delle tecniche militari, sia da quello dell’impatto sulla sensibilità e sul modo di vivere la sanguinosa esperienza del conflitto³. Se la fanteria si dimostrò l’arma decisiva, altre furono le peculiarità che colpirono l’attenzione degli osservatori, ad esempio l’aviazione, che appagava le ansie dei modernisti e le nostalgie dei tradizionalisti: i piloti erano i nuovi cavalieri dell’aria, in grado di domare a modo di destrieri, macchine volanti che sembravano all’epoca veri mostri di tecnologia, che sfidavano tutte le leggi di natura e che venivano esaltati (anche se non erano neanche lontane parenti delle “fortezze volanti” protagoniste della seconda guerra mondiale) dai teorizzatori del dominio delle macchine e della velocità, come i futuristi⁴.
Dall’aviazione arrivarono i primi esempi di bombardamento aereo. Se fino al 1914 sporadici erano stati gli attacchi dall’alto, sperimentati per di più sui popoli coloniali⁵, con la Grande Guerra i bombardamenti aerei diventarono consuetudine: le città europee sperimentavano le prime bombe, cadevano case, si contavano i primi morti dell’aria.
Ma il carattere moderno del conflitto si manifestava anche in una serie di considerazioni disumane che arrivavano dai teorici della guerra, per cui al fianco del materiale di guerra esisteva anche il materiale umano, indispensabile così come le materie prime.
Gli uomini erano “carne da cannone, presi in massa, ma persone, destini, corpo e umanità irripetibili, presi ciascuno a sé stante”⁶. La tragicità sta proprio in questo nuovo tipo di guerra dove le vittime si contavano a migliaia e dove si risolveva il contrasto tra l’unicità della singola vita e il carattere seriale e di massa assunto dalla dimensione militare⁷.
Non fu facile, per soldati provenienti da una limitata cultura contadina, ambientarsi in questo contesto che prevedeva il passaggio dei caratteri della modernità a quelli della quotidianità, adeguandosi alle regole imposte dal sistema coercitivo resosi necessario per governare un esercito mobilitato in massa per la prima volta nella storia. Il dramma delle nevrosi di guerra testimonia proprio questo difficile adattamento mentale alla nuova realtà del conflitto.
L’impatto di questa nuova realtà può essere studiato anche in relazione alla piccola comunità di Polesella, attraverso l’analisi di una serie di documenti provenienti dall’archivio del Distretto Militare di Padova e riguardanti proprio i soldati polesani.
Interessanti le carte riguardanti un processo militare a un soldato A. Z. che aveva combattuto con onore e si era guadagnato sul campo i gradi di caporale prima, e sergente poi del 209° reggimento Fanteria. Successivamente questo soldato, a causa della partecipazione a una sottoscrizione promossa dal giornale “L’Avanti”, organo del PSI, era stato degradato e inviato come soldato a un altro reparto. In un momento di sconforto, nella fase di trasferimento, ritenendo ingiusto il provvedimento disciplinare, si era allontanato senza giustificato motivo per alcuni giorni, e si era poi costituito a una caserma dei Carabinieri. Il tribunale l’aveva condannato a due anni di reclusione militare per diserzione semplice, anche se gli aveva riconosciuto tutte le attenuanti, forse anche per uno stato di servizio di rilievo, per le ferite riportate che testimoniavano l’alto senso di attaccamento alla patria. Il fatto comunque rappresenta un chiaro esempio di come funzionava il sistema coercitivo italiano, istituito per gli anni di guerra, che veniva considerato dagli strateghi e dai teorici militari l’unico metodo per governare il più grande esercito mobilitato nella storia patria. Probabile che lo sbaglio del soldato sia stato quello di dimostrare una certa comunanza di idee con il Partito Socialista, da sempre contrario alla guerra, nel nome di un pacifismo che, in epoca bellica, si considerava come una sorta di tradimento.
Un altro particolare interessante riguarda il soldato Vittorio Raito, classe 1888, zappatore del 43° reggimento fanteria, che venne ferito a morte da una pallottola di fucile a quota 343 di Plava il 7 dicembre del 1915. Dal punto di vista militare, i reparti di Zappatori facevano un lavoro pericoloso ma indispensabile, quello di ripristinare le trincee sconvolte dai bombardamenti. Oltre a questo, però, durante gli attacchi erano pronti a imbracciare il fucile e ad andare all’assalto. Proprio durante uno dei combattimenti in zona Isonzo, nell’area di Plava – che rappresentava una testa di ponte indispensabile per la strategia cadorniana delle spallate continue – il soldato di Polesella perse la vita.
Interessante anche il caso di Fiore Cappellato, soldato della classe 1892. Cappellato fu più fortunato, anche se affrontò ben tre campagne di guerra, nel 1915, 1916 e 1917. Prima con il 77° reggimento fanteria della brigata Toscana e poi con il 215° della Arezzo. Venne ferito a Monte Zebio sugli Altipiani il 1 agosto 1916. Fu una ferita grave al torace che lo obbligò a diversi mesi di convalescenza, prima a Verona, poi a Bergamo e a Bologna, ma forse fu anche la sua fortuna, perché Monte Zebio, proprio in quel periodo era presidiata dagli austriaci in linee pressoché inespugnabili, come aveva testimoniato il tenente Tommasi della brigata Sassari, riferendo, dopo una serie di assalti, che la “vetta dell’infame cucuzzolo è tutta un cimitero”. Tornato a disposizione, venne arruolato in un reparto di salmerie, anche se la sua vita di soldato continuò in Libia.
Si tratta soltanto di alcuni aspetti di vicende che hanno profondamente segnato le comunità di questi piccoli paesi di provincia. I dati certificati infatti dai registri ufficiali, parlano, per la sola Polesella, di oltre 60 caduti. Si trattò di un destino comune a molti combattenti, destino che segnò a fondo vite umane destinate a non essere più quelle di prima e a subire il trapasso dalla condizione civile a quella militare nel secolo segnato dai grandi conflitti planetari.
Il concetto di guerra totale inoltre, testimonia il grande coinvolgimento delle popolazioni civili nelle dinamiche del conflitto. In Polesine, dal settembre 1914 fino all’estate 1915 fu tutto un susseguirsi di tumulti, proteste, scioperi.
A Polesella, le manifestazioni dei braccianti senza lavoro ottennero l’esecuzione di opere di arginatura del Po e il lavoro sembrò garantito fino al periodo della mietitura. Fino all’inverno 1915-16 la guerra venne vissuta come una male transitorio, da affrontare come un destino. Poi il malcontento popolare iniziò a crescere e a manifestarsi apertamente a partire dall’inverno, quando la fame, il freddo, il caroviveri, fecero esplodere le inquietudini e le tensioni. A Polesella si svolsero scioperi per l’aumento delle tariffe che coinvolsero molti avventizi.
Un ruolo importante fu rivestito dalle donne. Il 15 maggio 1917, 300 donne partite da Polesella si recarono a Guarda Veneta per ottenere la sospensione dal lavoro delle operaie di un deposito di materiale diretto al fronte e gettarono nel Po graticci, paletti e altro materiale. La sentenza emessa dal tribunale di Rovigo così bollò le manifestanti: “le stolte femmine in preda a vandalico e teppistico furore”. Le donne vennero condannate. Nell’ora drammatica del bisogno, il paese aveva bisogno di unità, e anche il sistema civile, piegatosi alle esigenze militari, esercitava la sua stretta su famiglie coinvolte nel dramma.
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Come citare questo articolo
Leonardo Raito. “La grande guerra e Polesella”. Ventaglio Novanta, n. 34, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-grande-guerra-e-polesella/