La piazza dei nostri paesi, come del resto di tutti i paesi d’Italia, è indubbiamente il centro della comunità: luogo di incontro, di affari, di spettacolo, di osservazione, di passeggio, di ritrovo e di divertimento per gli uomini di affari, i turisti, gli sfaccendati e gli squattrinati; di passatempo, di sfide, di sport… Soprattutto è salotto.
A volte piccole e raccolte, a volte ampie e spaziose, le piazze sono solitamente circondate da porticati e negozi, talvolta sono decorate di siepi ed aiole e quasi sempre leggermente rialzate rispetto al piano stradale.
Sul liston, così è chiamato il marciapiede centrale rialzato e lastricato, e sui marciapiedi laterali, sotto i lampioni sono distesi i tavolini e le sedie di qualche bar. I clienti che vi stazionano ore senza consumare nulla, quasi per tacito consenso, non vengono disturbati neppure dal gestore che si fa un punto di riguardo di sollecitare la consumazione, a meno che non sia appositamente chiamato.
In piazza si ride, si scherza, si litiga, si corre, si discute; è perfino permesso di trasgredire a certe regole della città. Si possono fare ‘piazzate’, che non sono solo chiassate, ma tutto ciò che di bello e di brutto può accadere in quel luogo.
La piazza dei nostri paesi è abitata perennemente in tutte le stagioni da una specie di ‘fauna’ stanziale. E’ il piazaroto, che passa il suo tempo a consumare i tavoli e le sedie del bar centrale o accoccolato sulle panchine del sindaco o su qualche paracarro dell’arredo cittadino. Il piazaroto è una fauna soprattutto notturna. Per natura è sboccato, curioso oltre ogni immaginazione e pettegolo, oltre che maldicente. Sfaccendato e gaglioffo.
Una volta una combriccola di questa genia, tra una barzelletta e l’altra, uno sberleffo, uno scherzo, un pettegolezzo ed una maldicenza, ormai ridotta alla disperazione per non sapere come tirare piccola la notte, lanciò come per caso una sfida: se Toni, ‘onto’, fosse riuscito a saltare a piedi pari, uno dietro l’altro, tutti i paracarri che delimitavano la piazza fino al sagrato della chiesa, ed erano più di quaranta, gli avrebbero pagato un bottiglione intero di vino.
Toni era un povero diavolo che viveva da parassita alla corte dei piazzarotti, vittima dei loro divertimenti e a volte dei loro scherzi crudeli, e ciò in cambio ogni tanto di qualche bicchiere di vino che gli veniva offerto al momento opportuno per tenerlo, appunto, ‘onto’, cioè ai limiti della sbornia, non certo per essere il predestinato come Cristo.
Al Toni, non gli sembrava vero! Egli non si era mai, per tutta la vita, cavata la sete completamente. Avari e taccagni furono sempre, e sono, i piazzarotti nei suoi confronti. Questa volta… Finalmente! Gli si erano aperte davanti rosee prospettive. “Mariasantissima!, on butiglion de vin! Tutto intero! Tutto per lui.
“Si, a gla fazo, si, a gla fazo”, si disse quasi per autoconvincersi e poi quasi gridò “A gla fazo, si!”, con quell’accento che rivelava la sua origine rivierasca del Po.
“Eh, speta, moreto! Nantri a ghe metemo el vin e ti cosa ghe scomitito, ti, an, sa no te sirà bon. An
“A gla fazo, si, a gla fazo”, li rassicurava temendo che ci ripensassero.
“Ma…”, insinuò uno di loro, “E sa no te ghe riusisi, an? Te lo digo mi. Sa no te sirà bon de saltare tuti i paracari, ti te ga da bevare co nantri; ti aqua e nantri vin. Cusì o gnente!”
Acqua! Mariaverginesantissima! Solo al pensiero di bagnare le labbra nell’acqua gli veniva quasi un accidente. Vacillò, Toni ‘onto’, ma fu solo un attimo.
“A gla fazo, te digo, a gla fazo, si!” e cosi dicendo spingeva più volte i palmi delle mani aperte all’altezza delle spalle e assentiva tra di esse con il testone, come per rassicurare tutti della sua forza.
“Varda ca i è tanti, sti paracari, varda chi i è più de quaranta! Pensaghe prima, ma pensaghe ben”.
“Vu tirè fuora el butilion ca ghe penso mi par la resto, li sfidò Toni ‘onto’..
“Mi a digo ca no te ghe si bon”, lo stuzzicò un altro piazzarotto, strizzando l’occhi agli altri
“Varde, sa no so bon!” e incominciò a saltare uno per uno la lunga fila di paracarri, che si perdeva là in fondo verso la chiesa.
Risa clamori incitamenti lazzi sfottò …
Intanto procedeva abbastanza facilmente. Fece il fiatone, Toni ‘onto’ e sentiva il sangue pulsargli alle orecchie. Si fermò un attimo a prendere fiato.
“Eco, te lo disevo mi ca non l’è bon”, fece un piazzarotto.
“Ma no, speta on fià, ca vedemo com ca la va a finire. Se l’à dito che le bon, el sirà bon, no!”, commentò un altro.
“Ma va la, ‘ndemo via da chi, ca no ghe pi gnente da vedare”.
Riprese a saltare i paracarri, Toni ‘onto’, temendo che gli sfuggisse il premio. Saltò quasi senza fiato uno dietro l’altro tutti i paracarri,…. meno l’ultimo, incastrato com’era per metà dentro l’angolo della chiesa….
Fu così che ci fu una gran piazzata alle smorfie di Toni, costretto a bere acqua per la prima volta nella sua vita di beone.
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Come citare questo articolo
Adriano Romagnolo. “Quella gran bevuta”. Ventaglio Novanta, n. 34, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/quella-gran-bevuta/