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STORIA - TRADIZIONI

C’era una volta “El Bonbasin”

Una maschera tipicamente polesana dalle sembianze spaventose

di Angioletta Masiero

Ventaglio Novanta n. 34 2007 pp. 90–91

Non tutti conoscono l’origine delle maschere e in che modo esse sono entrate nei costumi carnevaleschi. Va innanzi tutto chiarito che la parola maschera deriva da “masca” che vuol dire anima di morto e ancora, nei vari dialetti, significa strega.

Carnevale è stato per molti secoli la principale festa di capodanno e, in quel giorno, ricomparivano sulla terra gli esseri del mondo infero, cioè i demoni. Le prime maschere furono quindi certamente demoniache, e la prova più sicura è che tutt’ora le maschere diaboliche prevalgono nei paesi dove la tradizione si è meglio conservata. Dunque un modo per esorcizzare la paura che incute il mondo dei morti.

Va detto poi che tutte le grandi feste stagionali danno luogo non solo a canti e a danze, a cortei, ma anche a spettacoli. In modo particolare questo elemento di rappresentazione si sviluppò nel Carnevale, nel cui seno è nata la commedia, non solo quella popolare, ma pure quella colta.

Un diverso significato hanno anche le diverse fogge in cui si presentano le maschere. Il nome di “larva” con cui i Romani indicavano le maschere teatrali, ci prova che quest’ultime erano larve, gli spiriti dei morti, che riapparivano sulla terra. Perciò il vestito di Pulcinella è bianco mentre la maschera è nera in quanto l’uno e l’altra indicano il carattere originario di “larva”.

Il vestito di Arlecchino è multicolore, perchè all’origine questa maschera, che appariva nelle feste primaverili, era rivestita di fiori gialli, rossi, azzurri e di fronde verdi.

Per Carnevale, sulle tavole polesane, la tradizione richiedeva crostoli e fave; le nostre nonne preparavano pure “frìtole” fatte con la polenta di granoturco, fichi secchi, uva passa, canditi di cedro, zucchero e melassa, e la carnevalesca ed antica “meiassa”.

Un personaggio tutto polesano caratteristico del periodo carnevalesco, in passato era il “Bonbasin”. Costui, l’ultimo giorno di Carnevale, si presentava alle porte di ogni casa avvolto in un lenzuolo, la faccia nascosta da una maschera di bambagia (bombaso da cui Bonbasin) fatta a bocca di coccodrillo o anche da due lunghe ganasce che si aprivano e si chiudevano. I bambini scappavano spaventati appena lo vedevano mentre gli adulti si divertivano un mondo.

Il “Bonbasin”, di solito, era accompagnato da altre due persone che, con fisarmonica, violini, chitarre, intonavano allegre canzoni o motivi ballabili.

La musica e la danza, in Polesine, hanno sempre rappresentato un momento liberatorio dal duro lavoro della terra, e nel passato, il ritrovarsi alla sera in casa o all’osteria per far festa era l’unica occasione di svago.

Quando le feste si facevano in sala da ballo si preparava il pavimento, sempre ondulato e irregolare, cospargendolo di pula di riso e ricoprendolo poi con una tela bianca che lo rendeva uniforme, e sulla quale veniva sciolta della cera per meglio scivolare.

La musica, in molte di queste occasioni, era suonata da una sola armonica, che era uno degli strumenti più diffusi e adatti per l’accompagnamento del ballo. Ma esistevano anche molte orchestrine che si esibivano solo per accompagnare la danza e che giravano un pò tutto il Basso polesine, il ferrarese e la zona lagunare. L’orchestrina di Oca di Taglio di Po degli anni ‘20 comprendeva clarino, violino, mandolino, chitarra. Nel periodo del Carnevale si eseguiva spesso “il bal dei tre gobi”, una danza tra il satirico e il burlesco. A danzare erano tre uomini che mettevano una finta gobba e si scambiavano, a ritmo, gesti di vario tipo, un’esibizione questa recentemente riproposta con successo da alcuni gruppi folkloristici polesani, tra i quali va citato proprio il gruppo dei Bonbasini di recente costituzione, diretto da Alessandro Ferrarese, con sede a Fratta Polesine, presso l’associazione Manegium, nel recuperato palazzo Boniotti.

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Come citare questo articolo

Angioletta Masiero. “C’era una volta “El Bonbasin””. Ventaglio Novanta, n. 34, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/cera-una-volta-el-bonbasin/

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