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ARTEOGGI

Lo scultore Attilio Sacchetto

Nelle Stazioni della Croce le opere più intense dell’artista adriese attivo nella prima metà del secolo scorso

di Romano Beltramini

Ventaglio Novanta n. 34 2007 pp. 105–108

Quei colpi di scalpello, lenti ma sicuri, battuti da mani ruvide e ormai stanche, su di un legno quasi consapevole delle doti dell’artista e docile ad assecondare il debole volere della vetusta età. Quei colpi creatori di una mirabile “Via Crucis” che resta, ad Adria, fra gli ultimi capolavori dello scultore Attilio Sacchetto. Quasi un testamento d’amore.

Lo chiamavano, con riverenza, “maestro”; altri “professore” e lo indicavano come il “Brustolon di Adria” a richiamo dello scomparso artista veneziano che lasciò opere stupende nel legno della Serenissima. Ma l’adriese poeta Marino Marin, col quale era in confidenza e familiarità anche per via di acquisita parentela, (un nipote di Attilio sposerà la figlia del poeta, Rosy) lo pungeva affibbiandogli il titolo di “umile spaccalegna”, mentre il prof. Giovanni Maddalena, lo apostrofava con l’epiteto di “sbregasoca”. Al che facevano ritorno le sagaci battute dello scultore Attilio, fra comuni e gioiose risate.

Attilio Sacchetto nasce ad Adria il 19 Agosto 1880, ultimo di undici fratelli e figlio di un capomastro d’edilizia e lavori stradali dei quali restano, ancora visibili, alcuni manufatti. La mamma segue la numerosa famiglia ed Attilio viene indirizzato a studi che, di certo, non si confanno alle sue reali aspirazioni. E’ di natura anticonformista e di indole volitiva con temperamento che evidenzia, fin da giovane, la sua emozionante genialità e la sua tempra d’artista.

Dall’adriese Vittorio Chiletti impara i primi segreti dello scalpello. In età ancor giovane viaggia e si trasferisce a Napoli dove frequenta la Scuola d’Arte “Vincenzo Gemito” dedicandosi particolarmente a disegno e scultura che perfezionerà, poi, a Roma. E nella capitale conosce, e successivamente sposa, Matilde Lucaioli che lo seguirà ad Adria. Da lei avrà tre figli: Raniero, Virginia ed Ulderico. Ma il matrimonio non avrà buon seguito e Matilde, trovatasi troppo “stretta” nell’ambiente adriese, lo lascierà tornando a Roma e portando con sé la figlia Virginia che troverà lavoro al Ministero delle Finanze.

Nella sua Adria Attilio si dedica, con somma perizia e passione, all’attività artistica negli ambienti di Corte Cerchi, di Vicolo Bonatti e di Vicolo del Bo. Ne scaturiscono opere di intensa emozione, momenti rivelatori di una intimità spesso sofferta, tratti rilevabili in chi li sappia sapientemente indagare ed assumere.

Lo scultore visita frattanto la terra umbra ed è più volte nella capitale, mentre ad Adria sviluppa la sua bottega che diviene scuola d’arte, alla quale si formeranno apprezzati artisti, quali Luciano Berti, Augusto Masieri, Otello Beltramini. Tiene corsi d’insegnamento nei paesi del circondario ed in scuole professionali spesso collaborando con lo scomparso prof. Aldo Forzato, illustre artista e benemerito della cultura adriese. Diviene preziosa fonte di docenza artistica per molti giovani che sondano i segreti di una personalità che sa rivelarsi con somma perizia ma allo stesso tempo con altrettanta mistica inquietudine.

Nascono frattanto dalle mani di Attilio Sacchetto mirabili capolavori lignei, come i quadri che raffigurano i grandi della storia: Dante, Carducci, Verdi, Beethoven; pregevoli immagini di Cristo e della Madonna; stupende “Vie Crucis” come quella collocata in S.Croce di Padova, nella Chiesa di San Leopoldo, o quella attualmente esposta nella Chiesa di S.Maria Assunta di Adria e, l’ultima, scolpita di tarda età, ora all’interno del tempio votivo di S. Nicola da Tolentino, in città.

Esegue arredi per farmacie, che restano tuttora preziose testimonianze, a Trieste e ad Udine. Andrà, purtroppo, disperso il pregevole mobilio intarsiato della storica farmacia “Cibin” di Adria, frazionato ed acquistato da privati.

A Roma, in occasione della visita del sovrano Edoardo VII d’Inghilterra, gli verrà commissionato, dal Quirinale, un prezioso cofanetto in legno del quale viene fatto omaggio al sovrano. Per quest’opera gli giungerà l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica comunicatagli, telefonicamente, da Donna Carla Gronchi.

Anche il Comune di Rovigo gli commissionerà un pregevole scrigno in legno, per la visita del Sindaco alla città di Levico che verrà omaggiata con una bandiera contenuta, appunto, nella preziosa teca di Attilio Sacchetto. I suoi capolavori raggiungeranno molte città italiane e, nella capitale, sarà pure chiamato a decorare, con sue opere, la sala del Consiglio della Cassa di Risparmio, squisito esempio di elevata scuola d’arte lignea e di ingegno per quanti tuttora la visitano.

Ma torniamo a quello che resta, forse il suo capolavoro più bello. La “Via Crucis” che si può ammirare, oggi, nella basilica dell’Assunta ad Adria e che, per molti anni, fu collocata a S. Nicola ove ora si trova l’ultima serie delle sacre stazioni del Calvario portate a termine, quest’ultime, da Attilio, nella tarda età. Era il tempo del maggior sacrificio e delle ultime forze, e costante divenne la sollecitazione di Padre Basilio da Montecchio, allora parroco dell’Assunta, che gliele commissionò visitandolo spesso nell’ultima bottega d’arte di via S. Francesco, per incoraggiarlo, in corso d’opera, a terminarle.

Era più giovane, Attilio, quando elaborò i bozzetti e scolpì quel magnifico percorso della Croce nelle quattordici stazioni che ornano oggi le colonne dell’Assunta. Ne emergono figure, quasi sempre in primo piano, con il Cristo principale attore nelle scene di desolazione, di sofferenza, di umiltà. e di compassionevole tenerezza, rese da una mano sicura e da una mente generosa nell’esprimere passioni e sentimenti che scuotono l’animo di chi le guarda. C’è fede, c’è dolore in quei volti che raccontano, forse in segreto, anche di quelle vicissitudini che turbano nell’intimo Attilio e la sua vita.

Quelle forti figure parlano al cuore e lo scuotono. Immagini in grado di sprigionare la forza trascinatrice dei sentimenti di chi le osserva e di condurre dentro alla umana vicenda del Cristo con una forza irresistibile, che passa dall’emozione alla commozione, fin quasi ad indurre a quel pianto liberatore che proclama sublimamente la vita.

Non è facile raggiungere questi livelli d’arte. Qui non si bara perché l’opera diviene messaggio e silenziosa parola che colloquia con la fede più intima, con quelle voci che restano all’interno dell’anima e che solo ciascuno di noi conosce e trattiene per sé. Né va escluso che Atti1io si sia ritratto in qualcuno dei personaggi dell’opera.

Attilio Sacchetto ha estratto dal legno sentimenti e voci segrete. Resta, indubbiamente, uno degli artisti maggiori che la nostra terra polesana abbia avuto e dei quali, a buon conto, possa gloriarsi. Ha concluso la sua vita ad ottanta cinque anni, 1’8 Settembre 1965, ad Adria, dove è sepolto, e, per chi lo ha conosciuto, come chi scrive, resterà emozionante la sua figura come si rivelava negli ultimi anni quando, appoggiato al bastone, camminava a fatica le strade con lo sguardo velato.

Ma, al di là della stanchezza, ancora si coglieva la sua costante ammirazione per le vecchie case e per la gente che lo salutava con quel riverente “buongiorno professore”, che ad Attilio rivelava, senza dubbio, la stima e l’ossequio degli adriesi ad un figlio benemerito e prediletto della “Nobile Signora”.

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Come citare questo articolo

Romano Beltramini. “Lo scultore Attilio Sacchetto”. Ventaglio Novanta, n. 34, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/lo-scultore-attilio-sacchetto/

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