utili ad un forestiero in Adria” (1851), su questo argomento è piuttosto essenziale e così si esprime:”La prima pietra di questa nuova Chiesa venne posta nel giorno 27 Ottobre dell’anno 1776 da mons. Arnaldo Speroni degli Alvarotti Vescovo di questa città”. Ed ancora in maniera essenziale riporta: “Innalzate le fondamenta del coro e presbiterio a livello del suolo, venne abbandonato il lavoro, e questo totale abbandono fatalmente durò fino all’anno 1811, nel quale il zelo pel divin culto e pel patrio decoro inspirò coraggio al non mai abbastanza encomiato mons. don Sante Toffanelli, Arciprete della Cattedrale, di dare dopo tanti anni di piglio all’opera, fiduciando solo nella pietà dei cittadini, i quali però alla sua fiducia pienamente corrisposero”. Purtroppo mons. Toffanelli, che aveva preso su di sé il grandioso progetto facendolo progredire alacremente nonostante le ristrettezze dei tempi, morì prematuramente il 22 maggio 1821. Gli atti capitolari informano che nel 1814 erano già state portate a compimento parti essenziali della chiesa comprendenti coro, tribuna, crociera e sacrestie laterali. Mancava ancora la copertura della crociera, che fu completata nel 1818. Il 10 dicembre 1825, “a conforto dei cittadini e di tutta la Diocesi”, come recita un avviso pubblicato sulla “Gazzetta Privilegiata di Venezia”, il Vescovo Carlo Pio Ravasi (1821-1833) consacrava solennemente le parti ultimate, compreso il maestoso altare dei pontificali. I lavori furono ripresi con nuova lena nel 1830 piantando le fondamenta di tutto il rimanente corpo della Chiesa che fu completato e benedetto il 22 dicembre 1836 dal Vescovo Antonio Maria Calcagno (1834-1841). Resterà ancora un lungo lavoro di circa mezzo secolo per dare alla chiesa la veste attuale improntata ad una “imponente, solenne semplicità”. La consacrazione dell’intero sacro edificio infatti, fu eseguita il 10 settembre 1882 dal Vescovo mons. Giuseppe Apollonio (1879-1882). Francesco De Lardi conclude la sua relazione con una sottolineatura importante, che ci fa capire come il nuovo tempio sia stato fortemente voluto dai fedeli: “Una tale grandiosa fabbrica fu incominciata, proseguita e compìta mercè le sole offerte dei fedeli, ciocchè forma una non equivoca prova della costante pietà degli Adriesi”. Il De Lardi spiega poi che il primitivo disegno di questo tempio s’ispirava alla Chiesa cattedrale di Venezia (dedicata a S. Pietro nel sestiere di Castello). Infine afferma che in sede di realizzazione furono apportate varie modifiche al progetto originale “delle quali non si sanno conoscere i ragionevoli motivi” per cui, conclude, “vi si scorgono non pochi difetti…ma questi non tolgono che la Chiesa non sia da giudicarsi grandiosa e degna di essere la madre di tante altre”. Alle considerazioni del De Lardi fanno eco le parole scritte al riguardo dallo storico F.A. Bocchi (“Della Sede Episcopale di Adria”, 1858) che parla di una costruzione “non condotta in vero dietro un unico preavvisato pensiero…mutando spesso disegno” sicchè “ne risultò un edificio non scevro di gravi difetti in linea d’arte..”. Tuttavia, apprezzando la scelta fatta, aggiunge con orgoglio: “Infatti la nuova cattedrale si alzò parecchi piedi sul livello dell’antica e, se l’eleganza e le proporzioni furono qua e là trascurate, nol fu certo la solidità e la grandezza, per cui ad onta de’ suoi difetti, maestosa si presenta alla vista, ed è capace di oltre 4000 persone”.
Progetto e costi
In realtà, il progetto fu eseguito a più mani. Per i primi rilievi sul posto, il Vescovo Speroni aveva inviato ad Adria Giovanni Battista Padrin, privo di titoli accademici ma ben considerato per varie opere murarie eseguite a Padova, Venezia e Rovigo. A Rovigo, tra il 1770 e il 1778, aveva innalzato la cupola del Duomo, rifatta però completamente nel 1791 per gravi problemi di staticità. Dopo un primo sopralluogo alla vecchia cattedrale di Adria, l’incaricato del Vescovo dichiarò sotto giuramento che non sussisteva alcun pericolo e, quindi, non era necessaria la demolizione. Dal canto suo il Capitolo non si fidò di questo giudizio e fece intervenire l’architetto veneziano Bernardino Maccaruzzi, previa comunicazione al Presule. Il Vescovo non accolse di buon grado la lettera dei canonici, ma, da quanto si può intuire si adoperò per un accordo tra i due progettisti i quali decisero di collaborare per la realizzazione del progetto Maccaruzzi. Successivamente, dopo il completamento della parte absidale (1814), entrò in campo un terzo architetto, il lendinarese don Giacomo Baccari, noto per aver progettato presbiterio e cappella del bagno al santuario del Pilastrello nonché la chiesa di San Biagio a Lendinara ed anche la chiesa di Saguedo.
Fondi limitati per la costruzione
In merito alle spese incontrate per l’edificazione della Chiesa, il Bocchi non ha dubbi. Dopo aver dichiarato che risulta impossibile calcolare quanto sia effettivamente costata la costruzione della nuova cattedrale (“Chi potrebbe ridurre ad una cifra bastantemente sicura la enorme somma dispendiata in questo tempio nel corso di tanti anni?”), afferma:”Eppure quasi tutta fu ricavata dalle offerte dei fedeli, e l’obolo del poverello fu la precipua sorgente di rendita, che ridusse a termine quell’ampia mole”. E’ evidente che, in una realtà economica povera come quella adriese, il reperimento dei fondi per la costruzione della nuova Cattedrale costituì il problema principale della grandiosa impresa. A tale scopo, con il sostegno della legislazione vigente, furono avviate varie iniziative pubbliche. A testimonianza del sostegno della Comunità cittadina, fin dal 1762, il Minor Consiglio dei 55, che esercitava diritti in materia economica e di buon governo della città, aveva proposto di imporre per la durata di anni 10, “un bezzo per libbra” su tutte le carni vendibili in Adria e nei borghi lontani non più di tre miglia. Nonostante le difficoltà incontrate nell’applicazione, l’imposta ottenne l’approvazione dal Senato Veneto. Nel 1782, lo stesso Senato, sollecitato dal “Nunzio” di Adria Antonio Giulianati, interprete delle istanze della Fabbriceria, concesse una ulteriore imposta decennale gravante “un tanto per capo di ogni animale da macello vendibile in città e nei borghi circostanti”. Gli atti capitolari non rivelano altre notizie di applicazione d’imposte, essi però si soffermano sulle numerose elemosine raccolte tra i cittadini, rivelatesi indispensabili per il completamento della prima parte della chiesa (coro, tribuna, crociera e sacrestie laterali). In quell’epoca, la Mensa vescovile, alla quale affluivano i redditi della Chiesa polesana calcolati in circa seimila ducati (costituiti da livelli, affitti dei fondi di San Biagio, Lendinara ed Arquà e, soprattutto da decime), era pressata dalle imposizioni statali destinate prevalentemente alla riparazione e difesa degli argini del Po. Per questo il Vescovo respinse ogni richiesta di finanziamento dei lavori. I fabbricieri allora, riesumando una vecchia documentazione, si accorsero che il Capitolo godeva di una pensione annua concessa dal Pontefice Benedetto XIV (1740-1758) a seguito d’istanza avanzata nel 1747 dai Canonici per l’erezione di una nuova chiesa, pensione riconfermata dal successore Clemente XIII (17581769). Il privilegio concesso al Capitolo traeva origine dalla bolla rilasciata nell’anno 920 dal Pontefice Giovanni X al Vescovo di Adria per l’erezione della Cattedrale distrutta. Impugnando il provvedimento pontificio la Fabbriceria poté quindi contare sulla concessione di una pensione annua appena sufficiente tuttavia per l’approvvigionamento di una limitata quantità di calce e di pietre e per l’acquisto della casa di proprietà della Famiglia Groto che occupava parte dell’area destinata alla costruzione della chiesa.
Il 12 agosto 1775 giunse da Venezia la felice notizia dell’approvazione da parte del Collegio dei Pregàdi (Senato della Repubblica) del decreto che autorizzava la ricostruzione della Cattedrale “ad onore di Dio, decoro del principato e migliore servizio delle anime”. Lo stesso decreto autorizzava anche l’acquisto e l’abbattimento della casa del nobile Groto.
La richiesta di sostegni economici e la posa della prima pietra
A partire dalla primavera del 1776 iniziarono a giungere in città i materiali necessari per la costruzione. Per tutta la primavera e l’estate grosse barche fluviali scaricarono ininterrottamente pietre grandi e medie e consistenti quantitativi di calce padovana e d’Istria per la rifabbrica della Cattedrale. Frattanto, il 16 ottobre il Vescovo fu informato che la Fabbriceria aveva preso accordi con il capomastro veneziano Gaspare Brunello per la direzione dei lavori. Il Brunello, che aveva acquisito una certa notorietà con la costruzione di altre chiese, era ritenuto “persona capace di delineare le fondamenta della cattedrale”. Non appena ricevuto l’incarico, egli si accinse ad avviare i lavori di scavo delle fondamenta approfittando di un lungo periodo di siccità. Si giunse così alla suggestiva cerimonia della posa della prima pietra. La cronaca di questo importante evento ci è stata trasmessa da un testimone oculare di grande attendibilità: Francesco Girolamo Bocchi, che all’epoca ricopriva l’incarico di Cancelliere presso la Curia adriese. Eccone la descrizione: “Il giorno 27 Ottobre 1776, domenica, il Vescovo Speroni, alle 16, iniziò la cerimonia nella vecchia Cattedrale, assistito dal Capitolo e da tutto il clero della città, dai fabbricieri (Pietro Giulianati, Attilio Lupati Macchiavelli, Giobatta Bocchi, Pietro Maria Renovati, Alessandro Moscheni, Antonio Casellato; era assente Francesco Bulgarello) e dalle maggiori personalità di Adria (tra cui: Antonio Grotto, Santo Mattioli e F. G. Bocchi consoli del “sestiere” di Castello, con il primo console Alessandro Moscheni; Raimondo e Domenico Lupati, Domenico Giulianati e Giuseppe Amà consoli del “sestiere” della Tomba; Giacomo Foramiglio “zonta” del Castello ed Agostino Mezzanato “zonta” della Tomba). Dopo che il Vescovo ebbe raccomandato alla carità cittadina le elemosine necessarie alla rifabbrica, uscirono dalla sacrestia due canonici, Giobatta Crepaldi ed Antonio Moscheni, accompagnati da due chierici che portavano un bacile d’argento per raccogliere le offerte. Mons. Crepaldi iniziò dal Vescovo che depose nel bacile dodici zecchini d’oro, e poi passò ai canonici ed al clero tutto. Mons. Moscheni invece ricevette l’elemosina dai rappresentanti della città. Quindi passarono ambedue agli altri nobili ed a tutto il popolo presente. Frattanto il Vescovo vestito con i paramenti sacri, con mitria e pastorale, preceduto dalla Scuola del Santissimo Sacramento, dal Capitolo e dal clero e seguito dai fabbricieri e dal popolo, si recò sul luogo dove già erano state scavate le prime fondamenta e, sull’altare eretto provvisoriamente benedì il sale e l’acqua, quindi benedì la prima pietra. Poi, accompagnato da Gaspare Brunello, il capomastro, che teneva la prima pietra, e da Antonio Scapin, uno dei capo muratori, che teneva la seconda pietra, discese nelle fondamenta e, di fronte alla porta maggiore del vescovato, al suono di campane, violini e corni da caccia, posò la prima pietra. In mezzo ad essa collocò la medaglia di metallo fatta coniare in occasione della nuova fabbrica, e poi fece combaciare sopra la seconda pietra. Dopo tutto ciò, benedisse le fondamenta con l’acqua, in tre tempi, e celebrò la Messa solenne. Alla fine, fu accompagnato dal Capitolo nella vecchia chiesa (Cattedrale), spogliato delle vesti vescovili e condotto alla sua stanza”.
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Come citare questo articolo
Aldo Rondina. “La Cattedrale di Adria”. Ventaglio Novanta, n. 53, 2016. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-cattedrale-di-adria/