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STORIA - TRADIZIONI

La Pinacoteca di Rovigo

Un patrimonio artistico di rilevante valore, derivato soprattutto dai lasciti delle famiglie Casilini e Silvestri

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 53 2016 pp. 46–51

La mostra “I Capolavori della Pinacoteca a Palazzo Roverella in un nuovo allestimento” – approntata presso il prestigioso palazzo rodigino dal 20 novembre 2015 al 7 febbraio 2016, a cura della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo – è stata un successo che ha richiamato oltre 4.000 visitatori. L’importante iniziativa ci ha portato a compiere un excursus storico sulle modalità mediante cui si è formato l’originale patrimonio d’arte di cui l’Accademia dei Concordi è in gran parte proprietaria ed in parte affidataria. Iniziamo da una lettera scritta da una marchesa veneziana ad un illustre rodigino l’anno prima dell’arrivo delle truppe napoleoniche a Rovigo avvenuto nel 1797.

La collezione Casilini

“Caro il mio Sig. Conte, parmi eccessivo il ribasso del prezzo dei quadri (…)”. Così, dunque, nel 1796, si esprimeva, alquanto seccata, la marchesa Giuseppa Agdollo, rivolgendosi al conte rodigino Giovanni Francesco Casilini da qualche tempo folgorato dall’interesse verso il collezionismo d’arte ed impegnato a rilevare dipinti di pregio, attingendo al ricco e disponibile mercato veneziano. Quadri particolarmente appetibili per chi intendeva fare acquisti, stante la sfavorevole congiuntura economica che a Venezia aveva messo in serie difficoltà non poche blasonate famiglie patrizie 1 . Giovanni Francesco Casilini (1748-1820) – dimorante nel palazzo di famiglia (ora sede dell’Associazione Industriali) presso il duomo di Rovigo – per segnalazioni e contatti con famiglie veneziane interessate a cedere opere di pittori di riconosciuta fama, era solito affidarsi a persone di fiducia, rivolgendosi in primis al cognato Giovanni Campanari versato anche nell’architettura 2 . Già l’anno precedente (1795), il conte aveva acquistato, sempre dalla marchesa Agdollo, un “San Girolamo” del Domenichino per 20 zecchini, ottenendo un notevole sconto sulla stima della marchesa, la quale riteneva ammontare a qualche centinaio di zecchini il valore dell’opera. Nel novembre 1796 il nobile rodigino era dunque in trattative per un nucleo di nove quadri di autori noti, tra cui Palma il Vecchio, Giulio Carpioni, Luca Giordano ed altri, mentre la marchesa si trovava in condizioni economiche ancora più precarie, tanto che aveva venduto perfino la propria abitazione. Costei aveva chiesto per l’intero lotto almeno 80 zecchini, mentre l’offerta del Casilini si fermava a 60. La nobildonna avanzava allora una sentita protesta: “(…) se a questo miserabilissimo prezzo vendessi i buoni riconosciuti auttori (sic!) cosa vuol Lei che ricavi dagli auttori inferiori e dagli auttori non riconosciuti?” 3 Ma il mercato d’arte languiva e all’orizzonte non si affacciava nessun altro possibile acquirente, per cui la marchesa è costretta a cedere. Frattanto tra i due prende corpo un’altra contrattazione per un decimo quadro: un Parmigianino che la marchesa alla fine cede a 16 zecchini, dopo essersi a lungo arroccata sui 18, partendo da 24. Da questi ed altri acquisti del nobile rodigino – documentati nello studio di Antonio Romagnolo “Giovanni Francesco Casilini collezionista” 4 – nacque appunto la consistente Collezione Casilini, divenuta poi il corpo fondamentale della Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi. Evento questo che si verificò nel 1833 alla morte di Nicolò Casilini, fratello del collezionista che, non dimentico dei desiderata di Giovanni Francesco scomparso 13 anni prima, indicò nel testamento la idonea destinazione dell’importante quadreria 5 .

I ritratti di personaggi illustri

La rilevante donazione del Casilini sancisce dunque la vera e propria nascita della Pinacoteca dell’Accademia, ma va detto che l’importante istituzione rodigina possedeva già alcune pregevoli tele. In particolare la serie dei ritratti dedicati a personaggi illustri: una ventina di opere commissionate a metà del ‘700 ad artisti rinomati 6 . Si tratta di raffigurazioni per lo più di pura fantasia perché riferite a notabili vissuti anche secoli prima; tra questi il ritratto di Gaspare Campo, fondatore nel 1580 dell’Accademia, realizzato da Giambattista Piazzetta, che portò a termine anche il ritratto di Celio Rodigino, mentre Giambattista Tiepolo dipinse il celeberrimo ritratto di Antonio Riccobono. Accanto a queste opere, con il lascito Casilini la quadreria dell’Accademia fa dunque un salto rilevante arrivando a superare i 200 quadri e richiamando l’attenzione di personaggi di cultura che, per visitare la mostra dei Concordi, provenivano appositamente anche da molto lontano 7 .

La collezione Silvestri

Frattanto nel 1858 il conte Gerolamo Silvestri e il fratello cardinale Pietro rendono nota la loro volontà di destinare, in mancanza di eredi diretti, la propria consistente collezione a due istituzioni rodigine: l’Accademia dei Concordi e il Seminario Vescovile. Alla loro scomparsa (il cardinale Pietro muore nel 1875) si deve pertanto attuare la divisione del patrimonio artistico. Una collezione al tempo sottostimata, motivo più di imbarazzi che di gradimenti per i destinatari, preoccupati anche per la carenza di locali idonei ad accogliere i quadri. In ogni caso, dovendosi prendere una risoluzione, nel corso del 1877 si decide di procedere salomonicamente alla spartizione dei quadri nel frattempo numerati: la sorte destina quelli col numero pari al Seminario Vescovile e i dispari all’Accademia dei Concordi. Va detto che la Collezione Silvestri così sdoppiata, verrà fisicamente ricomposta nel 1982, quando la Curia affiderà i quadri del Seminario all’Accademia 8 . Ma tutt’ora la proprietà resta distinta: ecco perché, quando ci si riferisce all’esposizione delle opere al Roverella, si parla di Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi e Pinacoteca del Seminario Vescovile.

La collezione Gobbetti

La storia delle donazioni non si conclude con il lascito Silvestri, in quanto la Pinacoteca dei Concordi continua a registrare ulteriori sviluppi, implementata da occasionali donazioni di privati, finché nel 1901 giunge l’ultimo cospicuo lascito, consistente in 27 quadri, in adempimento alla volontà testamentaria espressa dal comm. Albano Gobbetti.

Le mostre e i cataloghi

Si fa così sempre più pressante per l’Accademia la necessità di provvedere ad una idonea sistemazione della ricca quadreria. Questione che nel corso della prima parte del XX secolo viene più volte affrontata senza però pervenire ad una soluzione idonea. Si deve giungere al 1971 per vedere l’attuazione di un razionale piano espositivo con l’allestimento di una mostra comprendente soltanto 98 quadri, mentre la grande maggioranza dei dipinti viene collocata in un deposito fornito di pannelli scorrevoli. Negli anni precedenti non erano mancate alcune iniziative per favorire la fruizione dei dipinti: nel 1931, poi nel 1953 ed ancora nel 1962, erano state date alle stampe guide della Pinacoteca dei Concordi, senza però registrare il risultato di alcuni studi, grazie ai quali erano state avanzate nuove proposte attributive. Finalmente nel 1981, per volontà dell’Accademia, usciva il corposo volume (oltre 500 pagine) “La Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi” di Antonio Romagnolo, direttore della Pinacoteca stessa. Il catalogo offriva una accurata descrizione dei dipinti esposti (presentati anche con riproduzioni fotografiche) ed una più succinta di quelli in deposito. Dieci anni dopo, nel 1991, sempre sotto l’egida dei Concordi, e ancora a cura di Antonio Romagnolo veniva dato alle stampe lo studio “Giovanni Francesco Casilini Collezionista”. Nel 2001, per iniziativa della Diocesi di Adria, a cura di Antonio Romagnolo e Pier Luigi Fantelli, veniva edito il catalogo “La Pinacoteca del Seminario Vescovile di Rovigo”. Nel 2006 un ulteriore importante contributo alla conoscenza delle opere rodigine, con nuovi supporti critici, si attuava col catalogo relativo alla prima grande mostra allestita nel recuperato Palazzo Roverella col titolo “Le meraviglie della pittura tra Venezia e Ferrara”, a cura di Vittorio Sgarbi ed il sostegno determinante della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Nell’estate del 2015, sempre a cura di Sgarbi, un gruppo consistente di opere della Pinacoteca rodigina venivano esposte nelle sale del Castello di Bard in Valle d’Aosta, dando alle stampe un apposito catalogo. Gli importanti dipinti, tornati a Rovigo nell’autunno del 2015, venivano poi esposti al Roverella dal 20 novembre 2015 al 7 febbraio 2016 nella mostra “I Capolavori della Pinacoteca a Palazzo Roverella in un nuovo allestimento”, favorendo interessanti occasioni per conoscere ed apprezzare l’importante patrimonio artistico della Pinacoteca rodigina dovuto alla presenza di opere di grandi maestri della pittura italiana, tra cui Giovanni Bellini, Palma il Vecchio, Tiziano Vecellio, Dosso Dossi, Jacopo Tintoretto, Palma il Giovane, Giambattista Piazzetta, Giambattista Tiepolo. E la storia di questo patrimonio artistico continua nel tempo, mentre i quadri della Pinacoteca rodigina vengono richiesti in varie parti del mondo, soprattutto per eventi che interessano i grandi nomi della pittura veneta dal ‘500 al ‘700.

NOTE

1. Alle problematiche vissute nel corso del ‘700 dalla Repubblica di Venezia, progressivamente impoveritasi a seguito dello spostamento dei traffici commerciali, divenuti sempre più appannaggio dei Paesi affacciati sull’Atlantico, in particolare di Gran Bretagna e Paesi Bassi, si aggiunse a fine secolo il destabilizzante vento della Rivoluzione Francese (1789) che diffuse idee democratiche in antitesi alla visione aristocratica su cui si reggeva lo Stato Marciano. L’aumento delle tasse ed il consistente calo delle entrate misero in gravi difficoltà non poche blasonate famiglie. Poi, nel 1797, con l’arrivo dell’armata di Bonaparte (salutata con entusiasmo fra gli altri dal Foscolo con l’ode A Napoleone liberatore) vennero azzerate le cariche nobiliari e vennero ulteriormente aumentati i gravami fiscali, mentre si assisteva alla chiusura e alla spogliazione di molti conventi. Alla fine della Serenissima seguì il trattato di Campoformio con la cessione del Veneto all’Austria. Tutti fatti che immiserirono illustri famiglie veneziane, costrette spesso a svendere i loro patrimoni. 2. Il nobile Giovanni Campanari fra l’altro progettò il proprio palazzo che tuttora sorge in via Mazzini. Precedentemente aveva provveduto, tra le altre iniziative, a curare il restauro del Palazzo Casilini. 3. Le citazioni, come le notizie sul carteggio tra la marchesa Agdollo e il conte Casilini sono tratte da: Antonio Romagnolo Giovanni Francesco Casalini collezionista, Rovigo, Accademia dei Concordi, 1991. 4. Nel citato studio di Romagnolo di interesse sono anche le informazioni relative al carteggio tra il Casilini e il restauratore veneziano Giuseppe Dizziani che inizialmente si occupò del restauro di alcuni quadri del nobile rodigino (tra cui la Madonna con Bambino di Giovanni Bellini), ma poi fu interessato soprattutto a cedergli alcune opere – tra cui Il casto Giuseppe di Girolamo Forabosco – indotto dalla situazione di indigenza in cui anch’egli era venuto a trovarsi. 5. Nel 1838, a ricordo di Nicolò Casilini morto cinque anni prima, l’Accademia organizzò una pubblica manifestazione nel corso della quale l’erudito Luigi Ramello fu incaricato di tenere l’orazione ufficiale. Successivamente provvide alla posa di un medaglione, con l’effigie del donatore, murata a metà dello scalone del palazzo. Del tutto dimenticata fu invece la figura del vero protagonista della collezione, ovvero Francesco Giovanni Casilini che, morendo senza figli nel 1820, aveva lasciato la quadreria al fratello (anch’egli senza eredi diretti) con l’indicazione che costui provvedesse col proprio testamento a destinare l’importante raccolta a favore dell’Accademia. 6. L’operazione di commissionare ad importanti artisti del tempo i ritratti dei personaggi illustri legati alla storia dell’Accademia fu espletata a partire dal 1740 dall’accademico Lodovico Campo, discendente di quel Gaspare Campo che due secoli prima, nel 1580 aveva fondato l’Accademia dei Concordi. 7. Tutta la quadreria fu allestita nella sala delle riunioni degli Accademici, ovvero Sala Oliva, tappezzandone letteralmente le pareti. 8. I quadri destinati al Seminario Vescovile solo nel 1966 avevano trovato una idonea collocazione in una sala espositiva nel nuovo Seminario di via Tre Martiri. Ma quando questo articolato immobile nel 1982 fu alienato al servizio sanitario per la realizzazione della Cittadella Sanitaria, la Curia decise di affidare la quadreria di sua proprietà all’Accademia dei Concordi senza rinunciare alla proprietà.

La Fratta medievale di Paolo Sicchiero

AFratta c’è una toponomastica composta di termini che hanno sempre incuriosito e attirato la mia attenzione. Questo mi ha stimolato a fare una ricerca sull’origine di diversi nomi di vie. Molti si riferiscono al periodo della bonifica rinascimentale veneziana, ma alcuni ho scoperto che sono di origine medievale, cioè il periodo nel quale ha avuto origine la Fratta attuale. Pochi gli elementi che ci sono pervenuti di quel periodo come paleoalvei, documenti d’archivio (a Modena, Ferrara e Venezia), alcuni elementi della facciata della chiesa di S. Bartolomeo (XIV sec.), della chiesa di S. Maria Assunta poi dedicata a S. Francesco (XV sec.); ma soprattutto ci sono giunti tre “toponimi” – “Tabazotto”, “Ruga” e “Androna” – che mi hanno permesso di avanzare una ipotesi di come fosse “La Fratta” nel periodo medievale, dal Mille al XVI sec. Il primo toponimo è di origine romana e gli altri due sono di origine gallo-italica, (presenti in documenti del 780, 1098, 1150 e 1296), ancora oggi utilizzati come nomi di tre vie del centro storico più antico di Fratta: • Tabazotto dal latino Tabes = zona con terra molle, fradicia e putrida • Ruga = strada. Dal gallese Ru = piazza o dal bretone Ru = strada fiancheggiata da case solo da un lato. • Androna e Ruga sembrano siano stati quasi sinonimi (v. dizionario gallo-italico di O. Mazzoni Toselli, vol. 3) Questi pochi elementi compongono un mosaico di testimonianze e di suggestioni e rappresentano il legame con una storia lontana: un nesso importante perché è la storia delle origini di Fratta, la cui perdita costituirebbe un danno notevole per il territorio.

STORIA – TRADIZIONI

Ecco, quindi, la scelta di un lavoro di ricerca (presentato al Manegium nell’ambito della settimana dei beni culturali in Polesine) per ricostruire – partendo dall’epoca medioevale – un’ipotesi sulla trasformazione dell’abitato di Fratta, attraverso fotomontaggi e ricostruzioni di cartine/mappe. E ciò allo scopo di permettere la conoscenza di un territorio e di un paese unico, ricco di stratificazioni e di storia. Sia chiaro: parlare della Fratta medievale con solo questi pochi elementi reali e visibili, significa fare i conti anche con l’immaginazione, ma prendendo a fondamento alcuni dati incontrovertibili.

L’antica Fratta

La “storia antica di Fratta” ha origine nel II millennio a.C., periodo al quale possiamo far riSi ritiene che La Fratta sia stata fondata verso la fine dell’XI sec. d.C. sulle rive della Filistina

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “La Pinacoteca di Rovigo”. Ventaglio Novanta, n. 53, 2016. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-pinacoteca-di-rovigo/

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