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UN RICORDO

Nerone, l’ultimo passatore

Quando ad Occhiobello venivano costruiti battelli a regola d’arte

di Renzo Zerbinati

Ventaglio Novanta n. 34 2007 pp. 96–100

Il mio cane ha lasciato l’asfalto dell’argine e corre sulla stradella sterrata, dove un tempo aveva vita il famigerato quartiere “Giaretta” ed io lo seguo tra le erbe alte, cornice alla riva del grande fiume… (che oggi sa di tivar e di sabbia). Appena più in là il “Mulino” beccheggia pigro sulle pesanti chiatte e si specchia nell’acqua di piombo che par quasi immota.

Ogni volta che arrivo qui, sull’unghia arginale di fronte ad Occhiobello, lo sguardo fa un salto su di un grosso cespuglio di arbusti spinosi, dove si è legata una storia raccontatami con molto trasporto da un vecchietto che giusto qui abitava.

“Il giorno di S. Antonio, il 17 gen., del ‘13 -mi disse -un bimbo cadde in un pozzo proprio lì, dove ora la forte robinia odora di fresco…”. Ma questo non lo intristiva più; era diventato un buon motivo per raccontarmi altre mille storie di una vita affascinante e semplice.

Ed io, a distanza dei fatti, ho l’impressione di risentire la voce del tempo e degli affanni di quella povera gente che qui viveva di bracciantato e di pesca. Le famiglie si alternavano rinnovando nelle stesse case, le pareti delle piccole stanze con calce a tinte sempre più forti e imprevedibili fino all’inverosimile. E che “brandelli di muro” ho visto da ragazzo in questa golena!

Qualche famiglia restò qui fino al ‘51 e anche dopo l’alluvione, trapiantandosi poi, non senza enormi difficoltà di adattamento, nelle più salubri case popolari, dove perdere per sempre la libertà del vociare, il fumo umido della legna spesso rubata al fiume, la semplicità dei filò…

E qui abitava anche Bruno P. all’anagrafe, ma per tutti “Nerone”, per il colore della pelle, la contagiosa allegria ed un cuore grande più di una casa, di certo l’ultimo “passatore” del Po a Occhiobello.

Oggi tutto è diverso, ma un tempo si poteva evitare il ponte su di un battello per svariati e buoni motivi che valorizzavano una giornata di nebbia: si poteva, per esempio, “sgambettare” il dazio, non fare brutti incontri con la legge e che servizio durante la guerra… e quasi in tutto Nerone si è distinto.

Purtroppo non mi è certo possibile appiattire in una pagina un personaggio estroso e particolare, anche perché la varietà dei miei ricordi, condita con le dicerie più curiose del paese, nella mia mente hanno costruito una storia dove realtà e fantasia si sono fuse e confuse… Comunque, se ci penso intensamente, mi pare ancora di risentire da lontano le sue strampalate storie d’amore, cantate a squarciagola. Erano come stornelli, ritmati dal colpo di remo ed impreziositi dai mille riverberi che la luna frammentava sulla scia del suo battello in quelle calde notti d’estate, quando il grande fiume profuma di vita e si sente proprio respirare…

Più a valle, verso il ponte c’è il “Mulino sul Po”, oggi ottimo ristorante, affollato spesso da chiassose compagnie che provano il brivido di “mareare”, e fluttuano quando capita che là vicino passi una bettolina brontolando, col radar che gira, la bandiera in poppa ed il grande faro. Ma pochi si accorgono che appena più in là, si dondola un battello, regale nell’aspetto, tra barchette di resina, una “batàna” ed un barchino di lamiera verde che pare un sàndolo da caccia.

Mi sono avvicinato una volta, mentre un pescatore rientrava all’attracco con un altro battello chiaro. Mi aveva incuriosito la voce del suo motorino perché pareva quello del “mosquito” degli anni sessanta… E, spento il motore, mentr’era ancora al largo, il pescatore dirigeva liscio, con un solo remo in acqua, la prua verso i sassi, senza sforzo alcuno, con sicurezza e con maestria. Ma non mi azzardai allora a chiedergli qualcosa, rimasi però sorpreso dall’eleganza e dalla precisione delle armature ordinate ed uguali della barca, pur se logorate dal tempo e scolorite dalle intemperie.

Il pescatore – “Coca” è il suo soprannome – sbarcò il motore, un 78 cc. bianco, chiuse un lucchetto nella catena, sistemò l’ancoraggio e se ne andò non badando a me che rimasi lì a curiosare senza togliere gli occhi dal primo battello “innominato”.

Nella sua prua, un po’ stinta dal sole, sotto la vernice grigiastra che fasciava quasi tutto lo scafo, mi era parso si nascondesse, quasi a pelo d’acqua, un rigonfiamento ordinato, come di una scritta. Pensai che quello poteva essere stato forse il nome del vecchio battello, rimesso più volte a nuovo e col cambio magari di più di un padrone.

Mi avvicinai di più, sforzandomi di leggere. Le lettere in corsivo erano abbastanza chiare, ma nei ghirigori dell’iniziale mi ero perso. Finalmente ebbi un’intuizione: la maiuscola doveva essere un “F” e il tutto si poteva ben leggere “Fiorello”!

Provai una forte emozione per qualcosa che non riuscivo a capire, ma la certezza non tardò: quel nome l’avevo sentito ancora quand’ero piccolo dai miei nonni, assegnatari del “Boscone” proprio quello mangiato dalla rotta del’51… era il nome che Nerone aveva dato al proprio battello!

In fondo quello era un semplice battello, pensai, ma è di certo il più bello di tutte le barche, fatto a regola d’arte, elegante, sicuro e alla mia attenzione i miei pensieri aggiungevano qualità e pregi, tanto che il battello di Nerone mi parve più bello perfino di quello che gli era compagno, quello di “Coca” per intenderci…

La mia curiosità ed il mio nuovo interesse mi indirizzarono allora dal signor Lucio P., l’ultimo carpentiere capace di costruirne uno identico, il quale estrasse con cura da un vecchio taccuino disegni e misure gelosamente custoditi in un foglietto consunto e cominciò a raccontarmi con sorprendente perizia. Io ascoltavo affascinato, come del resto anche Voi lo sareste stati…

… “Il battello è questo… tutto qui…” e proseguì “… lunghezza: poco più di sette metri; larghezza: sul metro e mezzo; fondo: 98 cm.; profondità: interna 38, dall’acqua 25 cm. appena; peso: sui tre quintali; portata: quasi cinque volte il suo peso, 14 quintali!… diviso in quarti, è quasi interamente costruito con legno di larice stagionato, senza nodi, ma nel passato si impiegavano anche quercia, acacia ed olmo, che risultava tuttavia troppo poroso. Ancora oggi però, le forcole più belle sono di questo legno nodoso e contorto…”.

E fin qui tutto chiaro, ma poi, ecco una dispensa di informazioni molto più interessanti, perché frutto di una conoscenza non comune. “…la corba di traverso è sul mezzo pont nel quarto di prua ed i “zanconi” sono montati… il “giuèl” o corbello, tiene unito il fasciame esterno e la chiglia, che è piatta… le coperture sono i “custrà”, quelle più piccole sono i “custradin”… la santina invece è… l’acqua piovana o delle infiltrazioni si raccoglie togliendo l’asse e si scola con la “sessa”, che è una paletta di legno di castagno, indispensabile sul battello come i remi… Lo schermo è praticamente la cornice “a bombè” che copre le nervature e riporta gli imbocchi degli scalmi, cioè delle forcole… e l’ancoraggio deve tener conto dei movimenti dell’acqua e delle onde delle petrorliere… Sul mezzoponte c’è il foro per l’albero della vela, oggi per il palo della bilancia… ma se si guardasse alle regole -amaro commento – nessuno potrebbe più pescare… I remi sono lunghi tre e quaranta: l’impugnatura o manico è il “ziròn”, viene poi l’innesto e alla fine la pala…”.

Ebbi l’impressione allora di aver capito tutto, ma quando rilessi qualche giorno dopo questi appunti, mi incuriosì cosa fosse la “santina” ed ebbi voglia di ritornare in golena, il mio cane mi capì la volo e ci incamminammo che era quasi sera. Nel frattempo il Po aveva raccolto altre piogge, s’era gonfiato sulla riva erbosa, ma aveva subito ripreso a sonnecchiare tra la sabbia di sempre… Giungemmo di corsa, ma nell’ansa non c’era alcuna imbarcazione, una catena era distesa sulla sabbia ed il palo da solo era ancora più lungo. Seguivo i miei pensieri guardando l’acqua che adesso mi sembrava perfino più chiara, quando mi sorprese improvviso un “soffio” di sirena, con un sibilo lungo seguito da uno più breve.

Mi girai di scatto verso il Malcantone e, che spettacolo! Tutta bianca la motonave “Eridano” avanzava spavalda nel suo portamento, con mille bandierine, tante piccole luci, il radar, la gente sopra… Aveva probabilmente avvisato quella piccola imbarcazione che si trovava giusto sulla sua rotta e le chiedeva strada prepotentemente…

Ma la barchetta le scivolò davanti per nulla intimorita, animata da una vogata sicura, col remo curvo sulla forcella più alta dello scalmo. La figura del rematore non poteva essermi nota, ma avvicinandosi potevo distinguere chiaramente il colore dello scafo, grigio come il cielo in tempesta e ne ero sempre più certo: quello era il battello di Nerone!

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Come citare questo articolo

Renzo Zerbinati. “Nerone, l’ultimo passatore”. Ventaglio Novanta, n. 34, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/nerone-lultimo-passatore/

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