Alle radici della storia del Polesine. Così può essere intitolata l’escursione che qui proponiamo, sulla scorta di una iniziativa promossa lo scorso autunno dal C.T.G. “Rovigoti”, unitamente al CeDi – Turismo & Cultura di Rovigo, nell’ambito del programma “Camminate in Polesine”.
Teatro della proposta di conoscenza, la zona gravitante su S. PIETRO POLESINE, frazione di Castelnovo Bariano, ai confini tra la provincia di Rovigo e Verona, ove, circa quattromila anni fa, sorgeva il villaggio palafitticolo di Canar, abitato da una piccola ma attiva comunità autosufficiente, dedita alla caccia e ad una rudimentale agricoltura per far fronte alle necessità alimentari. Nel villaggio, protetto da uno specchio d’acqua e delimitato da una fitta boscaglia, venivano realizzati oggetti di ceramica, per certi aspetti davvero particolari, tanto da far pensare che il gruppo si fosse qui trasferito dalle zone del Danubio, ove in questo periodo si realizzavano analoghe produzioni, utilizzando la stessa tecnica di lavorazione.
A fornire le basilari informazioni sui ritrovamenti di Canar, il sig. Zenesini della locale sezione del CPSSAE, ben disponibile ad illustrare i reperti preistorici esposti nel Museo Civico, ubicato presso l’ex scuola elementare di San Pietro Polesine: tra i pezzi più emblematici, una rara brocca a due manici, pervenuta a noi pressoché intatta.
Ma il Museo altopolesano ospita anche un’altra sezione di grande interesse, relativa ad un’epoca meno remota e ben più conosciuta, quale è quella rinascimentale. Di questo periodo sono esposti pregevoli pezzi in ceramica dipinta, recuperati ai confini con il comune di Legnago, nella vicina zona di Torretta.
Una località questa davvero particolare che ha derivato il suo nome dalla presenza, presso il fiume Tartaro, di una “torretta”, ovvero di un importante presidio sul territorio, denominato inizialmente “Crosetta” forse per la presenza di una croce all’apice del tetto della torre, oppure (come si sostiene con riferimento alla geografia locale) per l’intersecarsi di vari corsi fluviali. Infatti in questo luogo, provenendo dal Po posto a meridione, giungeva, confluendo nel Tartaro, il Nichesola, mentre altri corsi, tramite un complesso reticolato d’acque che interessava a nord la zona delle Grandi Valli Veronesi, permettevano ai natanti di raggiungere l’Adige.
Un incrocio fluviale dunque di grande rilevanza nel passato, inizialmente presidiato militarmente dalle truppe lombarde dei Visconti e teatro di vari scontri tra le potenze che miravano al controllo della zona, su cui ebbe infine la meglio la Repubblica di S. Marco, dal cui dominio il luogo prese il nome di Torretta Veneta¹.
Ebbene, nei pressi della strategica torre, di cui oggi è visibile soltanto il basamento, sono state condotte iniziative di ricerca archeologica che hanno portato alla luce gli importanti reperti in ceramica rinascimentale, oggi esposti nel Museo presso le ex scuole di S. Pietro Polesine.
Si tratta di vasellame recuperato in condizioni a volte ottimali al fine di permettere un’opportuna opera di assemblaggio dei vari cocci. Abbastanza agevole è risultata pertanto in vari casi la ricostruzione pressoché integrale delle forme e quindi delle splendide pitture originali. Ceramiche che evidenziano la provenienza da due distinte zone di produzione, emiliana e veneta, in un periodo molto limitato, dai primi decenni del ‘400 alla metà del ‘500. Un fatto questo abbastanza strano, se si pensa che il presidio fu attivo dal XIV alla fine del XVIII secolo.
Ma ancora più misteriosa appare la presenza in zona di reperti tanto pregiati. Come sono giunti pezzi così significativi a Torretta, presso una struttura dalle caratteristiche tutt’altro che nobiliari e caratterizzata dal continuo avvicendarsi dei presidi militari di controllo? Un quesito che non ha una risposta certa e che accresce lo stupore per la qualità dei recuperi². Difficile identificare il reperto più prezioso, ma è certo che non si può rimanere indifferenti di fronte ai ritrovamenti più elaborati, tra i quali spicca una bottiglia a ventre sferico, su cui è impressa l’immagine del volto di una dama, con acconciatura a corna, ricoperta da un velo.
La visione è appagante, ma in paese c’è dell’altro che merita una sosta: la chiesa di S. Pietro Polesine, l’unica in tutta la provincia caratterizzata da due campanili. Fu voluta dal conte Pietro Nappi, famiglia quest’ultima che aveva affiancato i Bentivoglio nell’impresa di bonifica della vasta porzione del Polesine occidentale compresa tra il Tartaro-Canalbianco e il Po. Un’iniziativa di grande portata, destinata segnare in positivo la storia del territorio, avviata nel 1609 con lo scavo del principale canale di raccolta delle acque, che, dai promotori dell’opera di bonifica, ha derivato appunto la denominazione di “Cavo Bentivoglio”³.
E fu subito boom demografico. Dalle province limitrofe si ebbe infatti a registrare l’immigrazione di migliaia di braccianti: prima richiamati dai lavori di scavo dei vari canali della bonifica, poi, a conclusione delle operazioni di redenzione del territorio, per coltivare le terre divenute patrimonio agricolo delle famiglie che avevano impegnato i loro capitali per attuare il progetto, ed ancora per far fronte alla consistente richiesta di edilizia sia di tipo abitativo che rurale, sia infine di carattere religioso.
Ecco dunque individuate le radici del paese e le motivazioni che presiedettero alla realizzazione del tempio: una costruzione singolare, con i due campanili gemelli, realizzata dal celebre architetto ferrarese Angelo Santini, e dedicata a San Pietro, dal nome di battesimo del suo promotore e finanziatore, il conte Pietro Nappi. Il quale, al momento dell’avvio dei lavori, volle procedere al conio di una medaglia commemorativa, per sottolineare la portata dell’evento che, con l’erezione del sacro edificio, sanciva anche concretamente la nascita del paese che assumeva la stessa denominazione della chiesa, ovvero S. Pietro in Valle, successivamente mutuato in S. Pietro Polesine⁴.
Il tempio, costruito in un arco temporale davvero breve, dal 1751 al 1754, veniva dunque incontro ad un’esigenza molto sentita dagli abitanti della borgata, un auspicio a lungo ostacolato dalla parrocchia di Castelmassa nel cui territorio ricadeva la cura delle anime (e soprattutto la riscossione delle decime del nuovo borgo)⁵. A nulla erano infatti valse le richieste avanzate ufficialmente, fin dagli ultimi decenni del ‘600 e che il 1699 avevano visto l’incontro di una delegazione locale con il vescovo di Ferrara, nella cui diocesi ricadeva la zona.
Fu solo grazie alla determinazione del conte Nappi che, a metà del ’700, si ottenne il via libera alla costruzione della bella parrocchiale caratterizzata dai due simmetrici campanili laterali con sommità a bulbo.
Dopo la sosta a San Pietro Polesine, con la visita al museo ed al tempio, è opportuno raggiungere la vicina località di TORRETTA, ove sorgeva la citata storica “torre”. Della secolare costruzione ai nostri giorni è riscontrabile soltanto la presenza del basamento, malinconica testimonianza dell’antico presidio un tempo bagnato dalle acque del Tartaro. Oggi non più, giacché prima i lavori di consolidamento degli argini e poi quelli ben più consistenti di rettifica del corso d’acqua per realizzare l’idrovia Fissero-Tartato-Canalbianco, hanno spostato il fiume varie decine di metri più a nord.
L’antico tratto fluviale è comunque ancora ben identificabile, giacché l’area dell’ex alveo si presenta verdeggiante ed amena, con le caratteristiche di una zona di grande pregio naturalistico, attualmente interessata da un opportuno programma di rimboschimento a cura del Consorzio di Bonifica Valli Grandi e Medio Veronese. Un luogo ideale dunque per scampagnate estive e per passeggiate in vari mesi dell’anno per cogliere, nel succedersi delle stagioni, le suggestive trasformazioni del paesaggio naturale, contornato da vaste campagne punteggiate da fattorie.
Proprio in quest’ambiente agreste – con grande soddisfazione dei partecipanti alla “camminata” autunnale – si è sviluppata una piacevole passeggiata con l’esperta guida del sig. Sergio Marcomini, ideatore della giornata all’aria aperta nella parte più occidentale del Polesine. Poi, nel migliore dei modi, la conclusione della piacevole uscita si è concretizzata a tavola, in località VALLONA presso l’agriturismo di Corte Vallona, con un indovinato menù basato sui prodotti della tradizione locale.
L’azienda agrituristica, si caratterizza per un singolare edificio rurale risalente ai primi dell’Ottocento, affiancato da corpi laterali simmetrici rialzati oltre al tetto, per dar vita a due granai. L’ingresso principale all’abitazione, interessata da un recente intervento di restauro, manifesta una certa ricercatezza per la presenza di un portoncino ad arco sormontato da uno stemma con tre lune, tipico della famiglia Strozzi. Tutto ciò fa pensare che l’edificio fosse un tempo riservato al fattore della nobiliare famiglia venuta in possesso di vari terreni nell’area della bonifica Bentivoglio.
Un’opera questa a cui si deve il volto, ancora spiccatamente rurale dell’area più occidentale del Polesine, significativa sotto vari aspetti e che attende occasioni per una opportuna valorizzazione sotto il profilo turistico.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Una camminata a ritroso nei secoli”. Ventaglio Novanta, n. 33, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/una-camminata-a-ritroso-nei-secoli/