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STORIA - TRADIZIONI

La “burasca de S. Giuseppe”

di Graziano Beccari

Ventaglio Novanta n. 1 1990 pp. 82–83

"Se no la vien prima el la fa dopo. S. Giuseppe porta sempre la so burasca".

Non c'è Polesano né Veneto che non si sia imbattuto in questo antico detto popolare; noi lo accogliamo così, con largo margine di tolleranza per dire che anche quest'anno puntuale come una cambiale in scadenza, è arrivata la burrasca di S. Giuseppe.

"E che razza de burrasca!… Cossa jerela, on tornado, on ciclon, on inferno?" La sera di martedì 27 marzo 1990 (otto giorni di ritardo sulla tabella…) si è abbattuto in Polesine un vero uragano: venti fortissimi da "Buora" (Nord-Est) aumentavano la corsa come una macchina impazzita: nuvole nere come la "pegola" (pece) sorpassate da altre più veloci a bassa quota "i fumaroi" bianchicci e rabbiosi come bestemmie del demonio.

Buio pesto, gli alberi gementi, inginocchiati fino a terra, tettoie divelte coperture di nylon strappate con furia dalle raffiche, ballavano impazzite nell'aria come sudari di malefici fantasmi. L'ululato della bufera copriva ogni rumore, nella mente il recente tragico ricordo di catastrofi simili in Bretagna, Inghilterra, Olanda.

Non abbiamo ricordo di uragani nei nostri paesi, bensì di temporali d'inaudita violenza, accompagnati da trombe d'aria e d'acqua; i quali, per quanto disastrosi, hanno la fortuita caratteristica di durare poco.

La sera del 27 non si trattava di temporali, ma di una via di mezzo tra questi e l'uragano. Ma adesso che tutto è passato, con qualche spavento e parecchi danni materiali, possiamo stare tranquilli che S. Giuseppe si è per così dire "sfogato" tenendo per altro fede (c'era da dubitarne?) alla sua proverbiale fama.

Resta a tarlarci la coscienza il fatto che questi eventi, rari ma violentissimi, siano collegati all'attività disennata dell'uomo, prova ne sia il lungo periodo di siccità invernale che ha provocato danni ingenti al Sud della Penisola, e non solo al Sud. L'uomo con le sue attività industriali e la sua cultura del progresso ad ogni costo, il responsabile?

Chissà… Soltanto ieri erano oro colato detti del genere: "17 marzo San Patrizio de la bela stajion semo al scomizio". Oppure: "19 marzo S. Giuseppe co la so burascheta". E ancora: "28 marzo S. Sisto Papa le rondane le passa l'acoa" (le rondini attraversano il Mediterraneo).

I Santi, punti di riferimento per una società agreste dalla quale dipendeva il resto dell'economia, stomacati della nostra supponenza e soprattutto dello sfascio prodotto a danno dell'ambiente, ci hanno lasciati? O è l'uomo moderno che non ha orecchi per simili sciocchezze?

Però, in barba al progresso, alla faccia della scienza, ad onta di tante certissime previsioni, in molti luoghi la gente è accorsa in processione, con tanto di cero votivo in mano, per chiedere ai Santi e al Padreterno il dono della pioggia, la fine della siccità … ma senza burrasche … "Par carità la vita!".

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Come citare questo articolo

Graziano Beccari. “La “burasca de S. Giuseppe””. Ventaglio Novanta, n. 1, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-burasca-de-s-giuseppe/

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