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STORIA - TRADIZIONI

Le spigolatrici

di Graziano Beccari

Ventaglio Novanta n. 1 1990 pp. 80–81

Ogni qual volta mi capita di rimirare quel bucolico quadro di François Millet esposto al museo del Louvre, che ritrae chine ed attente nei campi appena falciati le Spigolatrici, non posso evitare di ricordare alcuni lembi di una filastrocca del tempo che fu:

I capei de paja de riso
le cocarde de pele de ajo
a la festa polenta e formajo
i altri giorni 'ndaremo a spigar

Per molti che avranno la bontà di leggere questi versi, essi sembreranno probabilmente ostii, vuoi perché la nostra lingua materna si è imbastardita fagocitando termini italiani e stranieri, vuoi perché viene spesso ostentamente disconosciuta (come fanno i neo ricchi riguardo alle loro origini), vuoi infine perché il senso della composizione è oggi del tutto anacronistico.

La mietitura del grano ha avuto tempi e metodi immutati per migliaia di anni presso le civiltà di tutto il bacino mediterraneo, e solo con la meccanizzazione timidamente avviata nel ventennio fascista ed esplosa poi prepotentemente nel dopoguerra, furono stravolti i millenari sistemi di lavorazione ed addirittura l'impostazione stessa di vita contadina.

Ma un tempo, quando i campi di grano diventavano biondi, schiere di mietitori col fazzoletto annodato al collo e cappellaccio “fracà” in testa, invadevano festosamente le messi, ed impugnando la classica falce ricurva iniziavano l'opera, mentre il capofila intonava i canti della “medanda” (mietitura):

Al tempo del tormento
finisse el gran tormento
col pan de la' Providenza
se chieta la coscienza (la fame!)

Religiosamente raccolto a manate, il frumento veniva legato in “faje” (covoni) usando i “balzi” (legacci di pianta palustre) accatastate poi ai bordi del campo in singolari pile legate a croce “le crosete”, rimaneva sul terreno soltanto qualche spiga sparsa privata del lungo stelo.

La consuetudine, con la forza ed il crisma di una legge, esigeva che queste spighe venissero raccolte dalle ragazze di famiglie bisognose per andare ad integrare la loro misera mensa o, nel migliore dei casi, per fornire un aiuto alla dote che esse stesse andavano apparecchiando fin da fanciulle.

Serene e gaie, coperte di ruvide vesti scendenti pudicamente fino alle caviglie, il canto sulle labbra, avanzavano lente lungo i campi; in una mano il mazzetto di spighe raccolte, in testa un cappello di paglia di riso dalle larghe tese per preservare il biancore del volto, appuntata sul petto una coccarda di pelli d'aglio bianchissima costruita da abili mani, garriva ad ogni alito di vento. Era il blasone del loro stato sociale, e tutta la figura composta e stagliata contro un orizzonte indefinito, testimoniava quella dignità senza titoli che è patrimonio delle genti virtuose.

Viene spontaneo chiedersi: “Ma se per quelle poverine, cibarsi di polenta e formaggio nei giorni festivi era il massimo, cosa mai mangiavano il resto della settimana?”

La filastrocca eufemisticamente dice: “Gli altri giorni andremo a spigolare” per non confessare la povertà del desco quotidiano. Quello che meraviglia in verità è la fatalistica accettazione di una condizione ritenuta ineluttabile, il vivere secondo schemi tracciati da secoli, l’impossibilità di cambiare la propria condizione, l’inibizione stessa del desiderio di cambiare, indotto dalle usanze e dall’assenza di contatti con altre realtà sociali.

“La tera la tira in tera” pare uno scioglilingua, invece si tratta di una lapalissima verità che i vecchi ben conoscono, ed un tempo neppure lontano si insegnava che la terra è la madre di tutti i viventi, da Adamo in avanti, con la logica morale che una madre deve essere rispettata ed amata anche contro ogni evidenza perturbatrice, e mai rinnegata per il solo fatto che il suo seno non dia più nutrimento.

Che quelle genti fossero poverissime, resta un fatto innegabile, che fossero meno felici d’oggi… beh io non lo credo assolutamente: al riparo dal demone del consumismo, dell’arrivismo ad ogni costo e quindi dell’egoismo più bieco che mostruosamente si genera, avevano modo di esaltare quelle qualità interiori che costituiscono da sempre una ricchezza irrinunciabile per l’uomo; e non v’è dubbio che ne fossero così fornite e traboccanti da ispirare con le loro figure, la mano e la penna di poeti e pittori.

Oggi un mezzo meccanico che ruggisce nei campi non ispira più nessuno; la potenza senz’anima della macchina calpesta implacabile le zolle fra la desolante solitudine dei raccolti, in mezzo a plaghe sterminate, prive dell’ombra di un albero, o del conforto di una siepe.

Fuggono i passeri spaventati. Le voci rudi, ma così umane dei mietitori, ed il canto ammaliante delle spigolatrici, se ne sono volati per sempre nel vento, assieme alle coccarde “de pele de ajo”.

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Come citare questo articolo

Graziano Beccari. “Le spigolatrici”. Ventaglio Novanta, n. 1, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-spigolatrici/

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