Il Ponte del Diavolo, che attraversa lo scolo Vallòn-Dòssolo in un tratto della strada Traversagno che congiunge Adria a Bellombra, metteva in comunicazione la Valle del Paradiso, termine medievale che designava terreni alquanto elevati, asciutti o comunque prosciugati, e la Val d’Inferno, formata da paludi ed acquitrini.
La tradizione popolare, emersa a fatica dalla memoria di un anziano bracciante, spiega l’origine del Ponte del Diavolo con la narrazione che qui riportiamo. Il dialetto è quello di Bellombra, un paese diviso a metà tra i comuni di Adria e Papozze. Nel proporre il testo si fa presente che l’espressione risente della lingua parlata nella campagna adriese e di quella della linea del Po.
«San Giacomo, ’na volta, l’è passà par Belombra. El ièra ’gnu ’so par Po, l’è smontà a Panarela e po’ l’ha ciapà la strada par gnére a Belombra, par quelo la strada, che ’na volta la ièra ciamà via Capitèlo, adesso la s’ciama via San Giacmo, par ne fare confusion co’ nantra ca gh’è in Adri c’la s’ciama anca quea Capitèlo. San Giacmo el gnaséa da Panarela e, ’na volta ’rivà a Belombra, el ièra straco, elora l’ha visto ’na bèla àlbara granda, élta, el s’ha emsso lì sóta l’ombra par ponsarse. E l’ha dito: – Oh che bèla ombra! – Elora da cla volta l’è ’ndà par Belombra. E po’l’è partì ch’el ghèva da ’ndare in Adri. Ma quàn c’l’è ’rivà in t’un scolo el n’ièra pi bòn da passare. Elora el ièra lì tuto despiassènte, ch’el n’ sèa com’fare. Elora a passa un barcaro co’ la só barca, el vede ’st’òmo serio, el g’domanda còssa ch’el ga; el n’sea mina el barcaro ch e cl’òmo l’è San Giacmo, perché el barcaro el ièra el Diavolo. Elora el gh’fa: – Còssa ghio ca si lì sóra pensiero? – – A gò da ’ndare in Adri e a n’so com’fare – – Mi stanote a fasso un ponte, el g’dise al barcaro, cussì ti domàn a t’pò passare, però a t’ga da darme l’ànema de quelo ca passa par primo – – Va bèn, el g’dise San Giacmo. Alora ala note el barcaro l’ha ciamà tuti i só amighi e in quatro e quatr’oto i fa el ponte. Ala matina presto l’è bèla pronto, el diavolo da ’na parte e San Giacmo da cl’altra. Elora còssa fa? San Giacmo l’ha ciapà un gato ca ièra lì, el l’ha trato là d’là dal ponte, el Diavolo el l’ha brincà e el s’l’ha portà con lu al’Inferno. E cussì San Giacmo l’è passà e l’è ’rivà in Adri».
(Archivio del Centro Etnografico Adriese – Informatore: Mario Bergamini – anni 85)
L’aneddoto, che sostituisce San Giacomo, al Signore e a San Pietro, pellegrini sulla terra, rientra nel “tema popolare delle pie leggende d’ogni parte del mondo” dove si “narra il peregrinare di santi e santoni, o magari degli dei stessi, tra i mortali”3. Nei paesi cristiani questo tipo di avventure è generalmente attribuito a Cristo e San Pietro. Nelle raccolte medioevali di leggende dei santi e di “esempi”, queste fiabe si trovano in gran numero ed erano usate dagli stessi predicatori (basti ricordare San Bernardino da Siena o il Beato Bernardino da Feltre), che le “riversavano sulle piazze ricolme di folla”4.
Il diavolo, che nella versione popolare aveva i comuni requisiti (corna, coda, piedi biforcuti, odore di zolfo, forcone in mano e muso di caprone) era una presenza costante e spettrale: lo si poteva intravedere, nella notte tra il giovedì e il venerdì, nei “Pra’ del Diavolo”, luoghi spersi nella campagna, dove si dava appuntamento con le “strighe” per celebrare il Sabba; lo si poteva scorgere danzare attorno a certi noci dello “Stradòn del Diavolo”; riusciva, di soppiatto, salendo dai piedi di un argine, a sedersi sul parafango della bicicletta di un ritardatario; il peggio toccava alle ragazze: invitate a danzare da uno sconosciuto bellissimo, solo alla fine del ballo si accorgevano delle unghie caprine del giovane che sparivano lasciando odore di zolfo. La sua presenza si registrava ovunque, tanto che “a volte, per sfida, o per impadronirsi di un’anima, costruisce edifici meravigliosi, soprattutto ponti”5.
Nella nostra versione, il diavolo appare nell’abito classico di traghettatore infernale e chiede un’anima, una vita quindi, in cambio della costruzione del ponte. Si adombra, nella richiesta, il mito di fondazione, legato al sacrificio edilizio. Nella letteratura classica e nella tradizione popolare occidentale ed orientale è attestata l’usanza di compiere sacrifici cruenti in occasione dello scavo delle fondamenta di edifici, di mura, o di ponti, in quanto si credeva che il sacrificio ne avrebbe resa eterna la durata, o comunque di legare la nascita di una città a un padre fondatore di origini divine o successivamente divinizzato.
Il diavolo perciò tenta di sostituirsi a San Giacomo, il “vero” fondatore, che ha già fatto sorgere la via omonima a Bellombra, ma resta gabbato. Il santo lo vince lanciandogli un gatto, cedendogli, cioè un essere già dannato.
Il gatto, infatti, è l’animale-aiutante per eccellenza che accompagna il diavolo e le streghe, durante le scorribande notturne, a caccia di sangue di bambini lattanti.
In un processo del 1500, racconta una strega inquisita: “Quando semo a una casa che ce sia el lume acceso, non possemo andar, perchè quelli de casa ce vengono e ce scoprono. E cussì pigliamo dicta gatta e mettemoli la lingua in bocca con lo nostro sputo e mandamola in quella casa e dicemo: ‘Vidi se quelli dormono e rambersa el lume’6 con la zampa”. Spento il lume la via è libera e la gatta torna dalla strega e le monta sulle spalle.
Allora il diavolo apre la porta delle case, la strega entra e, trovato il bambino, gli dà una forte stretta ai fianchi e comincia a succhiargli il sangue dal naso, dalle orecchie e dall’ombelico” o dalle dita delle mani e dei piedi7.
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Come citare questo articolo
Paolo Rigoni. “Il ponte del diavolo”. Ventaglio Novanta, n. 1, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-ponte-del-diavolo/