Nerone era un gatto con l’anima. Così almeno credeva il vecchio ingegnere, suo proprietario a mezzadria con la libertà, mai del tutto soggiogata, dello sfuggente felino. Che avesse l’anima, per il suo padrone, era una certezza: vedeva nel gatto un suo vagheggiato “alter ego”, una proiezione di se stesso, di quello che avrebbe voluto essere e non sarebbe stato mai. L’uomo di scienza era avanti negli anni e obeso, legato a una vita sedentaria, quasi da invalido.
Nerone correva nei vicoli di una Badia storica, ridotti a rigagnoli nei giorni di pioggia e ad orizzontali raggi di luce, quando batteva il sole. Quel gatto, ginnasta spericolato, saltava giù dal poggiolo, evitando i vasi fioriti, flessuoso e serico nel mantello color della notte, un piccolo Zorro dei mici, un Mandrake di stirpe gattesca. Quando rientrava col dorso spellato o il muso ferito, emanando un fortore afrodisiaco (per le sue prede da conquistare) l’ingegnere ne invidiava le mischie amorose, l’ardente accoglienza nel grembo di micie falsamente restie. “Dove sei stato, Nerone?” Nel miagolio di risposta distratta c’era tutta la soddisfazione di maschio saziato.
Il vecchio signore era felice per un “transfert” uomo-gatto che lo appagava, lo riallacciava alla vita, anche se suscitava le gelosie della matura consorte che si sentiva esclusa da questo triangolo insolito. Le prodezze di Nerone – denuncia di una gagliarda giovinezza – riportavano l’uomo alla sua vita attiva di un tempo ormai trascorso.
Rivedeva la casa piena di luce, nell’isola dove era vissuto nei primi anni di matrimonio, e il giardino odoroso di mirto ove rincorreva la sposa fresca, vestita di chiaro, piena di promesse. Respirava l’aria di allora, gli riappariva la nuvola bianca delle tende in soggiorno dietro cui si nascondeva la figlia piccola. Sentiva il fruscio del mare, musica monotona e amica che aveva ritmato i suoi giorni operosi e le sue notti intense di uomo vivo che non sapeva solo leggere e dormire. Erano stati anni veri, non fantasmi di un vissuto senza slanci, di un’esistenza fiacca, senza impulsi forti. Nerone, a modo suo, continuava il suo esistere di allora, certo con i limiti di un animale, senza vincoli di monogamia, senza preoccupazioni economiche o di carriera, competitivo solo con gli altri maschi, per la supremazia sulle gattine da conquistare.
L’ingegnere, perso in queste sue fantasie, risentiva tutta l’importanza di un passato che gli ritornava addosso, solo in alcuni punti sbiadito, un tessuto a disegni dai seducenti colori, con qualche ombra che riprendeva luce pian piano.
* * *
Un brutto giorno, Nerone, tornò più presto che mai. Le battaglie con i rivali lo avevano del tutto schiacciato. Gli occhi erano appannati, non mandavano più i folgoranti lampi verde-giallo e soprattutto il sinistro era irrimediabilmente ulcerato. Sembrava umiliato, il grande guerriero d’amore, percosso non solo nel corpo, ma anche nell’anima. Perché quel grosso gatto nero, l’anima l’aveva veramente: ormai il suo padrone non aveva più dubbi.
Iniziarono i giorni di agonia, di rifiuto persino del latte. Solo un po’ d’acqua ingoiava a fatica, in un rantolo roco, inerte, abbandonato ad un destino senza scampo. Ed anche il padrone non riusciva più a mangiare, lui così ghiotto e “gourmet” in passato, ora odiava gli invitanti manicaretti della moglie. Sperava che questa sua solidarietà nella rinuncia aiutasse l’ultimo barlume di vita del micio a prevalere sulla fine.
Venne il veterinario armato di siringa omicida: restava solo l’eutanasia, come ultima spiaggia verso l’assenza di dolore. Sdraiato dentro la sua cassetta sembrava più giovane, tornato cucciolo, quando giocava con i gomitoli di lana o rincorreva un piccolo insetto, ignaro dei pericoli delle tenzoni d’amore. Non era più lo spavaldo latin-lover delle micie badiesi, non assomigliava più a se stesso.
L’ingegnere – che nei fatti della vita cercava sempre un risvolto letterario – pensò al “Ritratto di Dorian Gray”, gli parve che la sua anima si fosse insinuata sotto la pelliccia del micio, fatta opaca per la sofferenza. Sentì il freddo della solitudine calargli addosso. Gli parve che la morte di Nerone gli avrebbe rubato l’ultimo strascico di vita che la sua lenta esistenza gli riservava. Chi si sarebbe slanciato sugli alberi, guadagnando i rami più alti, nel piccolo giardino? Chi avrebbe sfidato i mici guappi del quartiere e sedotto le gattine più vezzose dei dintorni? Solo traslocando nello spirito del gatto nero e prendendone a prestito la “verve” continuava ad avere un motivo di vita. Senza questi stimoli l’orizzonte si appiattiva in una prospettiva di avvilente noia.
Nerone si portava via tutta la baldanza che gli aveva prestato, tutti i ricordi che gli aveva fatto rifiorire dentro. La sua anima gattesca usciva fuori e si librava verso boschi della memoria, giardini dai fiori perenni, dove l’ingegnere non aveva spazi, non gli era permesso di entrare. Per lui le gioie ritrovate erano ora solo rimpianti, pensieri cupi di un vecchio.
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Come citare questo articolo
Grazia Giordani. “L’anima del gatto”. Ventaglio Novanta, n. 1, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/lanima-del-gatto/