Olga si chinò per liberare la caviglia da un viluppo di erbe che le si arrotolavano, mollicce, lungo la pelle della gamba. Camminava un po’ a balzelli. Era una ragazzina magra, dalla pelle chiara, arrossata dal sole, i capelli biondissimi e diritti, lo sguardo azzurro, un po’ sfuggente, le mani ruvide per la consuetudine di contatto con la terra. Procedette, attraverso la golena, fin dove gli spazi si facevano acquitrino brulicante di una vita subdola, evidente solo per chi la sapeva veramente “vedere”.
Era stato lì, in quel luogo, forse poco oltre, che, a quattro anni, aveva visto riflettersi in una pozza chiara un’immagine confusa, quasi un volto gassoso, dai lineamenti mobili: occhi senza pupille, bocca senza labbra. Temette e sperò di rivedere lo strano volto e rammentò che le era capitato di nuovo, qualche mese dopo, di notarlo specchiarsi nel secchio del latte, mentre il padre mungeva, in regolari spruzzi, la mucca, più volte madre, della stalla.
Quell’immagine inquietante aveva, con ostinazione, provato a riprodurla, nel suo quaderno di scuola, o per terra, nel cortile, con un piccolo stecco aguzzo, ma la mano le diveniva greve, disubbidiente, come se appartenesse ad un altro corpo. Non l’aveva mai confidato a nessuno, come non aveva mai detto che – quando entrava in chiesa con i fratelli – provava un senso di malore, un freddo che diveniva nausea vaga, un senso di non appartenenza alla vita reale, quasi che i suoi passi fossero librati a mezz’aria, senza il solido sostegno della terra. Nessuno, attorno a lei, dava segno di avvedersene.
“Olga è strana – dicevano – preferisce giocare con le ranocchie e le lucertole, piuttosto che con la bambola, non si affeziona veramente a nessuno; è sempre offuscata, svagata, non è una ragazzina come tutte le altre”. Il rendimento scolastico era meno che mediocre. Niente l’appassionava veramente, non aveva odio né amori. Galleggiava in un mare piatto, senza le onde della vita.
Arrivata dove la golena si faceva quasi fiume, alzò le gonne per non imbrattarle, osservando il fango viscoso che le disegnava volubili fiori scuri sulle gambe. Anche in quel disegno mutevole rivede il “volto”, lo “sentì” addirittura prima di vederlo e provò un brivido squassante, accompagnato da un rantolo che stravolse la sua voce. Due cornacchie nel cielo risposero a quel disumano richiamo, in perfetta sintonia e volarono rapide, lasciandola sempre più sola. Vide una serpe divorare, lenta, una lucertola e non provò né curiosità, né orrore: pensò che anche lei era risucchiata da un destino più grande che non sapeva dominare. I giorni scorrevano lenti, con pochi diversivi. Scuola, casa, faccende, un po’ di cucito e tanta voglia di girovagare in compagnia dei suoi fantasmi.
Raggiunse il diciassettesimo anno di età. Si fece una bionda dai bei lineamenti, proporzionata nella figura, l’aria sognante, distaccata. Carlo, figlio di contadini immigrati lì da poco, in quel paesino rannicchiato lungo le sponde del fiume, le fece una corte silenziosa che non l’impegnava a scrutarsi dentro, a leggere quello che la strana ragazza non aveva scritto in cuore. Tutte si sposavano e anche lei – giovanissima – seguì quel destino.
L’ardore maldestro del giovane sposo, le mani brune che cercavano le sue carni di latte, non le diedero alcuna emozione. Nemmeno la gravidanza la rese partecipe del suo compito di donna, donna spenta, senza essersi mai accesa. Una notte, nella penombra della stanza, le parve che al viso di Carlo si sovrapponesse quasi una maschera, il “volto” che lei ben conosceva fin dall’infanzia, reso più attraente ai suoi occhi. Nel suo petto arido si accese una fiamma, sentì un calore che le attenzioni dello sposo non avevano saputo darle e, nello stesso tempo un dolore, un sentimento quasi umano, mai provato prima, che nemmeno l’evento della bambina nata-morta, aveva saputo provocarle. Fu scossa da un tremito e le uscì un gemito spezzato, quasi un segno di angosciata gioia, dalla bocca che si era fatta tremante.
Carlo la guardò con meraviglia, ma non uscì dal suo timido riserbo. Le carezzò piano la nuca con la punta delle dita, con riconoscenza per la reazione viva di lei, un tempo sempre passiva, assente, senza sentimenti. Anche a cena, la sera, Olga rivide sul viso del marito sovrapporsi il “volto”, la maschera che l’accompagnava riflessa nelle cose e nella natura, fin dall’infanzia.
Ormai attendeva queste visioni ed era contenta, se di certezza si poteva parlare, di esserne oggetto. Capì di essere nuovamente incinta e non accolse con l’abulia passata la notizia. Vide riflessa anche nell’acqua del bagno l’immagine surreale, mentre vi si immergeva. L’apparizione era un po’ dilatata e sfatta dall’oscillare delle bollicine di sapone. Rivide il “volto” in una crepa del muro, assottigliato dalla fessura longitudinale. Questa ossessione incalzante le diede una specie di ansia, di piacevole affanno nel respiro: non districava più il piacere dal dolore.
Smise di frequentare la chiesa – luogo dove non le era mai piaciuto recarsi – con la scusa che, l’odore dei fiori e dell’incenso – le davano una sensazione di mancamento, un inizio di deliquio. Sbrigava le faccende di casa con più interesse di un tempo e cucinava piatti nuovi, risvegliata alla vita, almeno un poco, come se una forza vivificante fosse entrata in lei. Questo era accaduto da quando il “volto” le era apparso in Carlo. Le pareva di avere uno scopo in più; o meglio di aver trovato finalmente il motivo per tirare avanti.
Vennero le doglie del parto. Una vicina si prese cura di lei. Tutto si svolse regolare. Nacque un maschietto molto simile alla mamma.
La sua infermiera d’occasione si complimentò per il piccolo dai tratti delicati. Olga si rallegrò con se stessa: in suo figlio vedeva impresso indelebile, in un baluginio delle pupille, il “volto” ammiccante in una duplice promessa di complicità. Ormai non aveva più bisogno di attenderlo o cercarlo riflesso nell’acqua o nelle crepe dei muri o sul viso di Carlo; era la sua carne, era nato da lei, era la continuazione del suo incubo vitale.
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Grazia Giordani. “L’indemoniata”. Ventaglio Novanta, n. 1, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/lindemoniata/