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NARRATIVA

Le amiche

di Grazia Giordani

Ventaglio Novanta n. 1 1990 pp. 98–101

Erano già ferme ad attendermi al casello dell'autostrada Est. Riconobbi subito Gloria, avvolta nel golf di lana d'Irlanda che le avevo portato da un viaggio invernale. Una strana illusione ottica creava un'aureola chiara attorno al suo volto, quasi dal di dentro emanasse lei stessa una luce. Luisa era alta, come mi era stata descritta, un po' rigida, lo sguardo inespressivo di chi non sa bene fino a che punto guardare.

Una strana coppia – la mia amante e l'amica – un singolare incontro a tre. Avrei dovuto superare un insolito esame: volevo far colpo su Luisa, per piacere sempre di più a Gloria; un gioco sottile, piacevolmente perverso, fatto di elucubrazioni amorose, sommerse dentro la psiche. Mi ero premurato di fare le cose per benino: la Volvo pulita a fondo all'interno era lustra come un salotto. Avevo acquistato, un po' riottoso, due rose rosse da offrire alle mie ospiti. Per Gloria avevo sempre colto fiori di bosco: fasci di ginestre o ireos, legati in rustici mazzetti, che le piacevano tanto e la mandavano in "visibilio", come amava dire, ridendo con la testa riversa sulla mia spalla. Si stabilì subito un clima di confidenza, un triangolo di cospiratrice amicizia, rinsaldato dalla pace del ristorante, perso fra il verde ormai bruno della collina, pronta ad indossare gli abiti dell'autunno.

Le avevo di fronte, a tavola, femminilissime, sempre più sciolte. Le scrutai bene. Gli occhi dolci di Luisa, senza lampi di malizia, facevano da controcanto – con note di sordina – ai lampi bruni dello sguardo di Gloria, reso obliquo da un tenue strabismo. Stuzzicai la mia donna con galanterie rivolte all'amica. Mi piaceva l'atmosfera ambigua, il sapore un po' torbido di trasgressioni soltanto pensate. Mi sarebbe piaciuto chinarmi a toccare le ginocchia delle due donne così dissimili e così unite, slacciare le loro camicette – incespicando nell'impedimento di asole e bottoni – confrontare il fiore rosa spento del capezzolo della bionda con il velluto scuro dell'areola della bruna. Mi accontentai di pensarle queste azioni, in una luce d'acquario, resa verde dai riflessi del fogliame fuori dai vetri. Pensai al segreto delle loro cosce così chiuse e composte sulla seggiola, caldi misteri di carne. Masticavamo all'unisono, "rullandoci" i bocconi dai piatti, la gola stuzzicata dal gelo dello champagne, legati da un'amicizia strana, un po' ubriacante.

Le loro mani così diverse, per forma di unghie e di dita, furono rapide nello spalmare il rossetto sulle labbra, ormai pallide, alla fine del pranzo. Era come dire: "È finita. 'missa est' il momento magico è arrivato ad un irreversibile stop".

Avrei voluto trattenerle, prolungare quel misterioso piacere, fatto di vellicanti equivoci. Le vidi ripartire esitanti, mi parve che anche il motore della loro auto avrebbe preferito restare. Furono inghiottite da una macchina chiara, squadrata nella forma. Tornai pigramente al lavoro, soffocando gli sbadigli di una digestione affrettata e di uno stacco troppo brusco da momenti piacevoli. Immerso nel progetto da consegnare all'architetto, non pensai più alle "mie ragazze", come le avevo scherzosamente chiamate, nel corso dell'incontro.

L'indomani lessi sul giornale dell'incidente: un camion uscito dalla corsia dell'autostrada aveva rubato per sempre la loro ingordigia di vivere.

Pensai: Gloria non sarà mai morta del tutto. La porto dentro come un coltello che penetra una ferita e la fa sanguinare sempre più, come il profumo intenso delle ginestre che coglievamo assieme lungo il pendio della collina bruciata dal sole, come lo strazio dei suoi capricciosi abbandoni, dei suoi dubbi amorosi, tenere ossessioni. Non voglio cedere ai rimorsi delle cose che non ho voluto dirle, del suo telefono muto, per i silenzi del mio.

A Luisa penso come a un'appendice di lei, ad un mite ornamento di vita recisa. Chiudo gli occhi e sento le mani lievi della mia donna, la sua piccola risata di perla, la sua corsa affannata per raggiungermi presto. Vedo brillare nell'ombra la macchia color porpora delle rose donate all'appuntamento: si mutano in due fiori di sangue, conficcati nel petto delle due amiche.

Non voglio svegliarmi dall'incubo, meglio questa macabra fantasia, piuttosto che la realtà della loro morte, meglio la sofferenza di sogno, piuttosto che accompagnarle per l'ultimo viaggio. Non voglio vedere, non voglio sapere, mi piace imbrogliare me stesso, tuffarmi dentro un mare consolatore di fantasie, dove posso ancora passeggiare con Gloria in boschi di luce, stringerla nelle calli di una Venezia onirica, dai canali disseccati, baciarla contro il muro di una chiesa della memoria. Penso: se la separo da Luisa, torna viva, se rompo il gemellaggio delle loro esistenze, riprende vita e spero, spero, spero con l'ostinazione di chi si aggrappa all'ombra triste di un'allucinazione.

2° finale possibile

Furono inghiottite da una macchina chiara, squadrata nella forma. Pensai che era in fondo solo un arrivederci. Luisa avrebbe ripreso la sua vita di donna gentile e Gloria, la mia Gloria, avrebbe continuato a regalarmi tutti gli spazi di esistenza che le era possibile serbare per me. Avremmo continuato all'infinito i nostri incontri furtivi ed eccitanti, momenti di un unisono d'amore che credevo esistesse solo nei romanzi. Piccola rompiscatole deliziosa, subito domani mi avrebbe chiamato al telefono: già sentivo nell'orecchio la carezza della sua voce.

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Come citare questo articolo

Grazia Giordani. “Le amiche”. Ventaglio Novanta, n. 1, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-amiche/

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