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NARRATIVA

Gli occhiali

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 1 1990 pp. 111–117

Eravamo contenti di quella vacanza scelta tramite un catalogo della Yugotour. Subito, appena giunti a destinazione, avevamo costatato con piacere che la realtà non era inferiore alle attese: le invitanti immagini fotografiche stampigliate sul depliant erano una fedele testimonianza del luogo. Il villaggio turistico sorgeva lungo la costa del Quarnaro, in una zona relativamente isolata, tra due paesi per secoli caratterizzati quasi esclusivamente dall'attività della pesca, ma ormai destinati ad assumere un ruolo sempre più importante nel novero delle località balneari jugoslave.

Il complesso, che era stato costruito nella parte più interna di una boscosa insenatura, si articolava in diverse strutture: in quella centrale, edificata a picco sul mare, erano alloggiati, in vari piani degradanti, tre ristoranti, la sala giochi, la discoteca, la piscina coperta e la zona destinata ai trattenimenti serali, ricavata su un’ampia terrazza. Sembrava proprio di trovarsi su una nave: tutti e tre, io, mia moglie e mia figlia avevamo espressa questa piacevole impressione fin dalla prima sera, consumando la cena con gli occhi rivolti all’esterno dove, oltre la grande vetrata, si offriva alla nostra vista l’imponente scenografia di uno spettacolare tramonto.

Alle spalle della grande costruzione, ideata per il ristoro e il divertimento, sorgevano, distribuite a raggera sul pendio di un anfiteatro naturale, tanti villini con le stanze per gli ospiti del villaggio. Betulle e pini marittimi, piantati con intento pratico, oltre che estetico, offrivano una gradevole ombra lungo i vialetti in discesa che portavano al mare. E la limpida distesa era un invito ineludibile a frequenti immersioni, tanto che perfino mia moglie, solitamente poco propensa ai bagni, nonostante l’impatto elettrizzante con un’acqua dalla temperatura un po’ bassa, aveva riscoperto il piacere del nuoto.

A metà settimana telefonammo agli amici che avevano espresso l’idea di raggiungerci, informandoli sommariamente delle positive caratteristiche del luogo e assicurandoli dell’esistenza di qualche posto ancora libero.

L’indomani giunsero puntuali e l’incontro fu festoso.

Dopo che ebbero sistemati i bagagli e si furono rifocillati, ci raggiunsero sulla spiaggia ciottolosa, mentre si consumava il rito dell’abbronzatura, tra la lettura di un romanzo giallo e qualche parola scambiata in un inglese approssimativo con i componenti di una famiglia tedesca.

Renzo sfoggiò subito il suo buon umore e, nonostante i rimbrotti della moglie, espresse ripetutamente il suo compiacimento nei confronti del nutrito gruppo di giovani donne che esibivano al sole estivo seni ben fatti e forme sinuose. E, togliendosi gli occhiali dalle lenti abbastanza spesse, faceva roteare beatamente le pupille, fingendosi folgorato dalla visione.

Ben presto però la sua attenzione fu attratta da un paracadute dai colori sgargianti che si stava innalzando nel cielo. Vi era appeso un ragazzo che sgambettava allegro, mimando l’atto di risalire invisibili gradini d’aria.

Lasciando le nostre consorti alle loro confidenze, ci dirigemmo verso la vicina piattaforma in cemento da cui ogni venti minuti si ripeteva il lancio del paracadute. Assistemmo ai preparativi di partenza di una biondina, contornata da un gruppo di coetanei che, a turno, si assumevano il ruolo di scoraggiarla dall’impresa, calcando sugli improbabili rischi del lancio. Ma la ragazza, quanto mai determinata, non si preoccupava di replicare, attenta a seguire i preparativi: aveva già indossato il giubbetto salvagente e le stavano sistemando l’imbragatura, mentre alle sue spalle due giovani si disponevano ad aprire il paracadute verso un refolo di vento. La robusta fune che univa la giovane ad un veloce motoscafo si stava progressivamente tendendo: un fischio, il ruggito del motore al massimo dei giri, e via. Una manciata di secondi e già la biondina veleggiava nell’aria ebbra di felicità.

“Bisogna che provi anch’io!” disse Renzo, che aveva seguito minuziosamente tutti i preparativi della partenza, esultando al pari della ragazza al distacco dalla terra ferma. “Deve proprio essere entusiasmante” aggiunse indirizzando lo sguardo verso il paracadute che, ormai rigonfio d’aria, aveva raggiunto il massimo dell’altezza consentita dalla fune. Detto fatto. L’amico versò la cifra stabilita e si mise in lista d’attesa.

Dopo un’ora assistemmo tutti alla sua partenza, improvvisando un coretto d’occasione, mentre si susseguivano gli scatti delle macchine fotografiche. E Renzo, già in aria, agitava braccia e gambe, gridando che non sarebbe più tornato a fare la misera vita del terrestre.

Il motoscafo passò due volte davanti alla piattaforma di partenza, fermando quasi il motore in modo da causare una repentina discesa del paracadute, ma ripartendo con un’impennata proprio quando l’amico stava per toccare la superficie dell’acqua e, fingendosi in preda al panico, tracciava il segno della croce. Il terzo passaggio fu quello del fine-corsa e questa volta il contatto con l’acqua fu inevitabile e probabilmente più brusco del previsto, tanto da provocare il repentino sfilarsi degli occhiali che, vanamente inseguiti dalle mani di Renzo, si inabissarono.

Non nascondendo il disappunto per l’imprevista conclusione della passeggiata celeste, anche in considerazione del costo non trascurabile di quel paio di occhiali da poco acquistati, Renzo cercò di informarsi sulla possibilità di recupero. Il titolare dell’impresa che gestiva i voli col paracadute lo tranquillizzò, facendogli notare che era ammarato proprio vicino alla boa gialla, un punto quindi ben identificato, che però richiedeva l’intervento di un subacqueo, dato che in quel luogo il fondale superava i venti metri.

Si era frattanto formato un capannello cosmopolita attorno a Renzo; e mia figlia, che aveva una buona padronanza della lingua inglese, si affannava a spiegare ai convenuti i termini del problema. Ben presto un aitante ragazzo jugoslavo si offrì di intervenire, assicurando che nel pomeriggio sarebbe giunto con la sua attrezzatura da sub. Ma a questo punto si fece avanti, con modi piuttosto bruschi, un altro slavo più adulto, che sulla spiaggia si occupava del noleggio di windserf. Costui, quasi fosse il padrone del mare, affermò che della cosa si sarebbe occupato direttamente, lanciando una significativa e minacciosa occhiata al ragazzo. La situazione si era fatta quanto mai imbarazzante: tra i due stava già per scoppiare un litigio che fortunatamente impedimmo intervenendo con una serie di ringraziamenti, allo scopo evidente di separare i due. In effetti il piccolo assembramento si sciolse e noi, vista l’ora, ci dirigemmo verso la sala da pranzo.

Mia figlia ci raggiunse dopo poco comunicandoci che il ragazzo slavo, andandosene, aveva espresso degli apprezzamenti tutt’altro che lusinghieri sul noleggiatore, aggiungendo comunque che era un ottimo sub e pertanto gli occhiali avevano notevoli possibilità di essere recuperati.

Sedendoci al tavolo decidemmo di non parlare più della vicenda che ci aveva un po’ amareggiato, ma fatalmente il discorso tornò sull’accaduto. Fu la moglie di Renzo ad osservare che quel tale, oltre ad aver agito da maleducato, le era rimasto negativamente impresso per un fare in qualche modo losco e perfino sospetto: come se temesse che si potesse scoprire qualcosa di misterioso che lui voleva occultare. Ma Renzo intervenne per sdrammatizzare, affermando che certamente vi dovevano essere stati tra i due precedenti motivi di rancore: di qui il comportamento risentito. Accettata questa ipotesi, tornò il buonumore, tanto che sull’episodio riuscimmo a fare perfino delle battute di spirito.

Ma, appena terminato il pranzo, la sorpresa: l’uomo dei windserf (così lo avevamo ormai soprannominato) ci apparve sorridente, esibendo gli occhiali di Renzo.

La soddisfazione per il solerte recupero fu espressa vivamente dall’amico che fu prodigo nella mancia: ma ben presto, ripensando alla rapidità dell’intervento non necessaria né tanto meno richiesta, si insinuò in noi una certa perplessità. Perché tanta fretta? Il tarlo del sospetto, anche se espresso a livello di pura esercitazione verbale, stava ormai prendendo corpo. Poteva avere qualche credibilità l’ipotesi che l’uomo dei Windserf volesse chiudere quanto prima l’argomento, evitando che qualcuno cercasse di intromettersi?

Ormai la domanda era stata espressa e ben presto ebbe inizio tra di noi un gioco inedito, consistente nell’ipotizzare strane situazioni da trilling. “Un nuovo passatempo per un giorno di vacanza”, osservò Renzo, aggiungendo che, una volta ben studiato, avremmo potuto brevettarlo. Ma intanto, tra una battuta scherzosa e un’ipotesi da spy story, non perdevamo d’occhio il nostro uomo.

La tranquillità non doveva certamente essere il suo forte. Anche quando non era impegnato direttamente nell’attività di noleggiatore, raramente se ne stava seduto sul suo comodo sdraio e, invariabilmente, il suo sguardo era fisso verso il mare. Ma la sua preoccupazione non era rivolta ai windserf che veleggiavano al largo.

“Sono sicuro che sta tenendo d’occhio la boa gialla” dissi. Proprio in quel momento infatti due giovani, muniti di pinne e mascherina, nuotavano nei pressi del galleggiante, ed era evidente che il noleggiatore slavo non perdeva nemmeno una mossa dei loro movimenti.

“Lì sotto c’è un segreto” asserii.

“Un galeone carico d’oro!” fu la risposta ironica di Renzo che però, nonostante il ruolo sdrammatizzatore che aveva assunto, convenne che un motivo doveva pur esserci per indurre l’uomo ad un comportamento tanto strano. E fu proprio l’amico a chiedermi se nei giorni precedenti avessi mai notato movimenti inconsueti presso quella boa gialla. Lo informai che, a giorni alterni, sostava nei suoi pressi un grosso battello turistico. Proveniente da una località situata una quarantina di chilometri più a sud, lo scafo, dopo aver costeggiato alcune isole e fatto un paio di soste, gettava l’àncora per circa due ore proprio nei pressi di quel galleggiante solitario. I passeggeri prendevano il bagno, facevano uno spuntino, alcuni raggiungevano la riva e visitavano il complesso turistico che ci ospitava e poi, all’ora convenuta, il battello riprendeva la via del ritorno.

In perfetto orario, anche l’indomani, giunse l’imbarcazione, tutta inghirlandata di bandierine e ricolma di turisti e, come al solito, fermò i motori proprio a ridosso della boa gialla.

Non perdemmo nemmeno una delle manovre di avvicinamento, notando nel contempo che anche il nostro uomo prestava un’attenzione notevolissima, tanto da trascurare completamente la sua attività di noleggiatore. Non ci sfuggì la rapida mossa di un marinaio che, con finta noncuranza, lasciò cadere in acqua un involucro che subito si inabissò. E noi cogliemmo, senza possibilità di smentita, il successivo cenno di intesa scambiato con l’uomo dei windserf.

Era ormai chiaro: proprio lì, in quella cornice spensierata ed allegra, ove la preoccupazione maggiore delle persone era quella di ottenere una bella abbronzatura, si svolgeva, all’insaputa di tutti, un traffico illegale. Lasciate da parte le ipotesi fantasiose formulate il giorno precedente, fummo molto più realistici e pensammo ad un commercio di sostanze stupefacenti.

Che fare? Ecco l’imprevisto dilemma. Era prudente prendere qualche iniziativa? O non era forse meglio continuare come tutti gli altri turisti a crogiolarsi tranquillamente al sole e disinteressarsi di quanto stava accadendo? Tra qualche giorno saremmo ritornati alle nostre case e avremmo archiviato ogni memoria dell’accaduto: ci pensassero gli jugoslavi ai loro problemi! E poi, in ogni caso non sarebbe stato certo il nostro intervento ad interrompere il flagello della droga, ormai così ramificato in tutte le parti del mondo!

Ma successivamente prevalse il senso del dovere e la consapevolezza che una guerra è fatta di tante battaglie, anche piccolissime, come quella in cui, inconsapevolmente, ci eravamo trovati coinvolti. Il mondo è sempre più senza confini e le vere emergenze si configurano ormai a livello planetario. Voler rinchiudersi nel proprio territorio, disinteressandosi di tutto il resto, è un indubbio segno di ipocrisia ed ignoranza. Non potevamo tirarci indietro. E pertanto, con la dovuta discrezione, informammo la “milicia” dei nostri sospetti.

Il giorno dopo tutti i windserf erano accatastati a riva. Mancava il noleggiatore. Ci dissero che era stato arrestato per un traffico di droga. Quella mattina sulla spiaggia non si parlò d’altro. Tutti erano impegnati nella caccia di particolari sullo svolgimento dei fatti. Ed un signore si rivolse a Renzo osservando: “Lei, che lo aveva conosciuto, che impressione aveva provato?”

“Chi l’avrebbe mai sospettato! – esclamò l’amico – Era stato così gentile con me: aveva recuperato in tempo record i miei occhiali”. E, mentre se li toglieva per fare ammirare a tutti i vicini il piccolo reperto personale improvvisamente accresciuto di valore e di importanza, mi strizzò complice l’occhio.

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Lino Segantin. “Gli occhiali”. Ventaglio Novanta, n. 1, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/gli-occhiali/

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