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STORIA - TRADIZIONI

Omani, bestie e… altri “anemali”

di Adriano Romagnolo

Ventaglio Novanta n. 27 2003 pp. 74–77

No te ga paura de mi ca son el Magnaomani?

Continuiamo la rassegna di maschere e personaggi della tradizione polesana con tre figure particolari

EL MAGNAOMANI

Un altro personaggio caratteristico delle ‘mascarade’ di una volta in Polesine, oggi pressoché sconosciuto, era il Magnaomani.

La sua origine risale alla notte dei tempi, addirittura all’antesignano del Miles Gloriosus plautino. E’ una specie di orco smargiasso, che proviene dal mondo delle favole, tutto penne, pronto a ‘fare la roda’ come un pavone di fronte ad un suo inferiore.

Di fronte ad uno come lui, ma un tantino più spaccone e smargiasso o, meglio ancora, a qualcuno che mostra veramente i denti, abbassa la cosa, si sgonfia e tutt’al più, quanto a ‘roda’, si fa tacchino.

Insomma si tratta di una specie di capitano Spaventa o un Cyrano di fattura contadina che popolava con le sue spacconate, fin dai tempi dei tempi, queste contrade.

Nel mondo delle favole, da dove proviene, impersona lo smargiasso spaccamonti finché non incontra uno come lui che per dirla alla contadinesca, ‘el ghe moca el pisare’. E si meraviglia l’infelice!

– Come? – ringhia – no te ga paura de mi ca son el Magnaomani?-

– E mi, – ringhia l’altro – ca son el magna-magnaomani! –

Per questo oggi di quanti sono caduti in disgrazia, quando credevano di essere dei ‘magnaomani’, abituati cioè a fare i propri comodi, a cavarsela sempre, ad accampare privilegi inesistenti, a vincere sempre a scapito dei comuni mortali, si dice che anche loro, finalmente, ‘i ga catà el so magna-magnaomani’.

EL MERDAROLO

Figura leggendaria, il ‘merdarolo’! Una delle figure più umili e più utili di operatore ecologico dei tempi trascorsi (neppure di tanti anni fa, a conti fatti), ormai scomparsa perché non ci sono più animali e perciò neppure loro escrementi da ripulire lungo le strade. Era incaricato, infatti, di raccogliere gli escrementi che gli animali lasciavano a ricordo del loro passaggio sulle strade cittadine e, a tempo perso, per arrotondare il magro salario, si incaricava di ripulire i pozzi neri che in quell’epoca stavano diffondendosi con la diffusione della ricchezza e delle case signorili.

Oggi la parte di umanità, per così dire, più evoluta e civile, non sa più restituire per via naturale alla terra il dovuto; lo deve raccogliere e poi costringere qualcuno all’umile incombenza di liberarla dai propri escrementi, per non venirne sepolta fino alla bocca e non dovere invitare gli altri, altrettanto immersi negli stessi, come si suole dire, a non muoversi eccessivamente per non provocare l’onda, come capita nell’Inferno dantesco.

Si vive, oggi, in caseggiati e condomini o in agglomerati urbani di così vaste dimensioni ch’è impossibile ormai, alla bisogna, rifugiarsi in un fosso o dietro una siepe per soddisfare un bisogno corporale. Dove sono i fossi e dove sono le siepi!. Neppure nella lingua italiana esiste un termine sinonimo e ‘merdarolo’ è rimasta voce volgare per indicare solo una persona disprezzabile. Nessuno oserebbe definire ‘merdaroli’ gli addetti al servizio di espurgo dei pozzi neri, a meno che non voglia arrischiare una denuncia per calunnia o diffamazione. Questi operatori oggi sono dotati di pompe aspiranti, di cisterne sigillate, di tute, guanti, stivali, maschere. Sono sottoposti a periodiche visite di controllo e a disinfezioni sistematiche.

Il ‘merdarolo’ dell’epoca passata, invece, si disinfettava da solo masticando tabacco e sciacquandosi ogni tanto la bocca, o meglio spesso, con la grappa. Per il resto, nulla. Nessun controllo, nessuna garanzia. Lavoro umile e silenzioso.

I suoi attrezzi erano di una semplicità francescana: un grosso recipiente, di solito ricavato da una latta da oli minerali, un secchio di zinco, un cucchiaione formato da un capace barattolo legato in cima ad un manico, lungo a sufficienza per pescare il liquame dalla fogna che travasava nel recipiente di latta.

Lo si veda il solitario ‘merdarolo’: apre bottega all’alba, addirittura a notte fonda; incomincia a lavorare quando gli altri sono ancora immersi nel sonno, per non disturbarli con i miasmi nauseabondi che si diffondono per il liquame che scodella.

Lavora in solitudine…, e da solo si parla addosso, come uno stupido. L’eterno mezzo toscano all’angolo della bocca, il cappellaccio di feltro bisunto calcato in testa, continua ad affondare con il cucchiaione dentro la fogna, a riempire il secchio, a rovesciarlo in una buca a poca distanza. Continua a travasare…; ogni tanto fa sosta, e mentre si liscia i baffi ingialliti di nicotina, commenta senza acrimonia e senza ragione: “Fioli de can de sti siuri, ma quanto gali cagà?”(questi signori, accidenti a loro,, ma quanto hanno cacato?). Scodella e commenta, pesca nella fogna e brontola, così senza una ragione, per farsi compagnia, tanto lo sa che nessuno lo sta ad ascoltare. “A ste ore? E chi vuoto ca vaga in giro a ste ore quando che el merdarolo vuoda le buse de la merda?”(a queste ore? E chi vuoi che vada in giro a queste ore di notte quando il ‘merdarolo’ è intento a vuotare le fogne?).

EL ZARATAN o ZARLATAN

Il ciarlatano appare di solito nei giorni di mercato grande o nelle fiere o sagre, quando il momento è euforico per la festa, la folla e la ressa. Quello è il momento topico della sua apparizione. E’ il momento in cui riesce a spacciare medicamenti o pozioni portentose, che invero non lo sono, o oggetti miracolosi. La nostra esperienza di frequentatori di sagre e fiere, quando eravamo nella nostra verde età, usati ad infilarci tra i manipoli di gente raccolta attorno al ciarlatano, è epica.

Il ciarlatano, di solito espone la sua mercanzia su un trespolo chiudibile o la tiene bene in vista dentro una valigia, poggiata su una sedia; lui stesso sta in sopra una sedia per dominare le sue vittime. Ogni tanto interrompe il suo dire per cacciare qualche cliente che a suo modo di vedere non crede a quanto dice o non sta attento alle sue parole. Egli, infatti, pretende la massima attenzione dall’uditorio, non sopporta che qualcuno lo guardi con sospetto o con sopportazione: è una persona di rispetto, lui, il ciarlatano, e non sopporta di essere minimamente disturbato o sopportato. “Ragazzini, fate largo che devo lavorare…”, ci diceva con fare solenne mentre con la mano ci spingeva via. Contemporaneamente “loro, venghino, venghino, siori e siore, venghino…” invitava la gente ad avvicinarsi.

Qui da noi è ancora vivo il ricordo di quello che chiamavamo il Cavaliere Oliva, che vendeva orologi sul Corso del Popolo, davanti al Cinema Italia, (oggi Corso). E ci ricordiamo ancora di quell’altro che, spacciandosi per ex operaio della Fiat, con una parlata mezzo piemontese e mezzo lombarda, vendeva taglia vetri (sua invenzione) in Piazza Vittorio Emanuele. Ne ha venduto a migliaia di quei taglia vetri “punta di vidia, signori, dico vidia” con cui riusciva a dare il filo perfino ai coltelli da cucina e alle falci fienaie, non prima di averle passate sul collo dietro la nuca per dimostrare quanto il filo tagliente era ottuso.

Correva sul vetro con mano agile e svelta, tracciandovi con il suo taglia vetri dalla punta di ‘vidia’ segni invisibili, mentre parlava e parlava e parlava. Poi quei segni invisibili come d’incanto, tra lo stupore della gente, di concretizzavano in losanghe, volute, fiori, ghirigori con una facilità strabiliante, che esponeva bene in vista su un gancio o distruggeva subito, con leggeri scrocchi, dentro una valigia aperta, tagliandoli a pezzettini tra pollice ed indice, come se stesse facendo cubetti di un gambo di sedano.

E che dire di quell’altro che, là in fondo verso via Silvestri riusciva a spacciare centinaia di pacchi confezionati che nessuno sapeva cosa contenessero? Il Ciarlatano, vecchia figura della nostra verde età, figura di un’epoca in cui la gente desiderava farsi imbrogliare per la voglia di affrancarsi da ristrettezze e difficoltà, ed era disposta per questo a farsi incantare da questi personaggi spocchiosi, magari facendo finta che non lo fossero.

Il ciarlatano, infatti, è in mezzo tra il venditore e il saltimbanco. Attraverso una parlantina suadente e fluente, con una mimica da grandissimo attore, con gesti e movimenti da consumato prestidigitatore, ubriaca gli ascoltatori e riesce alla fine sempre a spillare legalmente i loro soldi in cambio di acqua di fonte spacciata per chissà quale pozione dalle qualità terapeutiche portentose od oggetti di nessuna importanza fatti passare per preziosità. Gaglioffo non poco, imbroglione quanto basta, spaccone e borioso a dosi massicce così si presenta un ciarlatano di professione.

La letteratura e l’arte sono piene di questi personaggi. L’umanità ignorante ha sempre avuto bisogno che qualcuno la imbrogliasse, salvo poi reclamare la testa del malcapitato imbroglione che si era lasciato scoprire.

Tipica figura di ciarlatano è il dott. Dulcamara che nell’Elisir d’Amore, sulla scena imbonisce i villici:

Udite, udite, o rustici. Attenti, non fiatate. Io già suppongo e immagino che al par di me sappiate che io sono quel gran medico, dottore enciclopedico, chiamato Dulcamara la cui virtù preclara e i portenti infiniti sono noti all’universo e…in altri siti’.

Accidenti che grand’uomo!! Bisogna crederci, se ha così vasta fama!

Volete riconquistare la salute, ringiovanire, drizzare le rughe, drizzare i torti, provocare l’amore in chi desiderate, riconquistare la felicità?’ E chi non vorrebbe tutto questo? Ascoltiamo, ascoltiamo. La gente ormai è nell’attesa di sapere il dopo, ormai ha abboccato.

Si fa intorno al Ciarlatano, lo sollecita con gli occhi, lo osserva… aspetta… ‘Comprate, comprate gente il mio specifico, per poco ve lo do, per poco ve lo do’, grida Dulcamara.

Ormai è fatta! Fosse solo acqua, come in effetti è, tutti vogliono il suo prodotto, tutti allungano le mani strappando al vicino la preziosa boccetta, tutti allungano soldi. Chi li ferma più? Per la gente è un uomo straordinario venuto da lontano al quale ancora oggi molti credono.

Talvolta, quasi sempre, il ‘zaratan’ deve fare in fretta e furia i bagagli per sfuggire ai ‘rustici’ che si sono accorti di essere stati imbrogliati.

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Come citare questo articolo

Adriano Romagnolo. “Omani, bestie e… altri “anemali””. Ventaglio Novanta, n. 27, 2003. https://ventaglionovanta.it/archivio/omani-bestie-e-altri-anemali-2/

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