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STORIA - TRADIZIONI

“El careto de le scoasse”

Un itinerario della memoria lungo le vie di Rovigo

di Giannina Giunta

Ventaglio Novanta n. 27 2003 pp. 78–81

Quando ero piccola andavo a scuola all’Istituto De Silvestri, accompagnata dalla mamma che prima mi portava sotto il portico degli Ebrei, da Ferrarese, a prendere una pastina: “la crema” e poi a scuola.

Sia all’andata che al ritorno attraversavo il ponte dei Cappuccini. Al pomeriggio, in inverno, quel ponte era sempre ghiacciato e, poiché era fatto a dorso d’asino, più di una volta mi sono trovata per terra. Di fronte a questo ponte c’era un grande palazzo, tuttora esistente, che portava la scritta “Regia Gendarmeria”, di austriaca memoria. Si tratta di Palazzo Montalti, ora sede dell’Istituto per Geometri, che già ai miei tempi era adibito a scuola.

Attigua a questo palazzo, un metro più interno, cominciava la fila delle belle e signorili case abitate dalle famiglie Gobbati, dai professori Caffarati, dai signori Ceruti e dalla famiglia Tarolo proprietaria di una delle vecchie gioiellerie della città, sotto il Portico dei Signori in Piazza Vittorio Emanuele II. Questo scanso di un metro, dava vita ad un angolo un po’ nascosto che era diventato un pisciatoio. L’installazione di una sbarra a semicerchio in ferro battuto non era servita a scoraggiare questo tipo di utenza, per cui l’angolo era sempre maleodorante, specie d’estate, stagione in cui lo stradino provvedeva ad un intervento igienico buttando un secchio di “cleorina”, che faceva diventare tutto l’angolo bianco.

Al pomeriggio, quando ritornavo da scuola, incontravo quasi sempre “el Careto de le scoasse”, tirato da un somarello con passo lento e affaticato. Lo spazzino ogni tanto suonava una trombetta e si fermava alle porte delle case, prendeva il secchio delle spazzature e lo versava nel carretto. D’inverno faceva poche fermate, perché nelle stufe economiche e nelle “parigine” si bruciava proprio tutto, perfino le bucce delle arance che emettevano un gradevole profumo. Dirimpetto a queste case c’era l’Adigetto, con una bella fila di tigli, attraverso i cui rami si intravedevano le case di San Bortolo Alto.

Oltre il vicolo Principe di Napoli (soprannominato Tenani per la falegnameria) la strada continuava come oggi in via Carducci, ove allora si trovava la palazzina della professoressa Tonelli attigua alla Chiesetta S. Michele, con quattro bei paracarri che la dividevano dalla strada, cara agli studenti delle Normali (poi Istituto Magistrale “C. Roccati”) i quali, alla ricerca di un sostegno celeste, la frequentavano specialmente quando c’era compito in classe.

La strada continuava fiancheggiando l’Istituto che sorgeva sulla destra, mentre a sinistra c’era la bottega di Zilli, con pochi dolci e poca verdura, la camera più grande serviva per la custodia delle biciclette degli studenti.

Oltre l’istituto c’era il vicolo, tuttora esistente, che porta al collegio “Angelo Custode”: nell’angolo sorgeva il palazzo dei signori Stefani, caratterizzato da una nicchia con l’immagine della Madonna, presso cui erano posti fiori freschi ed un lumino ad olio sempre acceso. La fila delle case dei signori Stefani continuava e comprendeva la famosa tintoria con armadi grandi ed un bancone tutto in noce stile ottocento.

Seguiva la casa di bambola delle Bastianellie, la casa “del scarparo”, Fortunato Tenuta che, dalla finestra sotto la quale aveva il banchetto da lavoro, dava la baia a tutti quelli che passavano. Costui, con allegre battute (pubblicitarie si direbbe oggi) li invitava a portargli le loro scarpe per mettere, sulle punte e sui tacchi, le mezze lune di ferro per risparmiare le suole (tempi duri allora!).

Dirimpetto più o meno a queste case c’era un vicolo che portava dritto al canale; nell’angolo di Via Carducci c’era – e c’è ancora – la casa dei signori Pizzinali che qui abitavano solo d’inverno per agevolare i tanti figli nella frequenza delle scuole, mentre d’estate si trasferivano in campagna. Vicino abitava la professoressa Ghirardello che era piccola e tondetta, brava insegnante di matematica, ma terrore degli studenti. Unita a questa abitazione c’era, e c’è, una bella casa, l’unica della via a tre piani con la facciata stile ottocento, abitata da una famiglia di Firenze, i Marini, proprietari allora dell’unica pellicceria in via Umberto I.

Il carretto delle immondizie percorrendo via Carducci si fermava poco, perchè le case di sinistra dietro avevano il Canale, preceduto dall’argine, il cui terreno veniva coltivato, per cui le immondizie venivano utilizzate come concime.

Alla fine di questa via sorgeva la casa dei signori Ferlin, cugini dei Ponzetto, seguita dall’abitazione della maestra “Piona”, famosa perchè nelle sere d’estate si sedeva davanti alla porta di casa a prendere il fresco, fumando beatamente il sigaro. L’ultima costruzione era la bottega di verdura della Maria di Checco, con la custodia di bici per quelli che, provenienti dalla periferia, posteggiavano il mezzo per raggiungere a piedi il centro.

Siamo ad un punto cardine della città: Largo Porta Po, dove un tempo c’era la barriera con l’ufficio per il dazio, al cui posto era poi sorta una tabaccheria con osteria della signora Ida, punto d’incontro per gli abitanti del Bassanello, Belfiore e San Bortolo. A destra prende corpo la statale 16 che porta a Ferrara, dritto via Martiri di Belfiore, allora bianca, che porta a Sant’Apollinare e ad Adria. All’angolo tra Porta Po e via Belfiore c’era il palazzo dei signori Ponzetto che vendevano legna e carbone; attiguo sorgeva il grande magazzino Bisi, deposito di legname, utilizzato in tempo di guerra come ammasso di grano: nel 1943, dopo l’armistizio, fu assalito e svuotato in breve tempo.

Ecco l’orto dei Baruffa, poi la corte Faccioli con la stalla, deposito di vitellini che al venerdì andavano al macello. I vitellini, sentendo l’odore del sangue, erano irrequieti e non infrequentemente riuscivano a scappare infilandosi fin dentro alle case e piangendo come bambini.

L’itinerario proseguiva fiancheggiando la corte Giunta, poi la lunga ed alta mura del Lazzareto, abitato dagli sfollati e dalla piccolissima Katia Ricciarelli. In questo ultimo tratto lo spazzino non si fermava, perchè tutti avevano il letamaio dove conferivano i rifiuti e pure all’esterno si trovava il gabinetto. Ogni tanto di notte veniva una botte trainata da un mulo per svuotare le fogne e pulire il letamaio, il cui concime viniva portato nelle campagne dei dintorni.

Del “careto de le scoasse” ricordo bene il fracasso che faceva perché era dotato di grandi ruote con cerchi in ferro, le quali stridevano lungo le strade del centro che erano acciottolate. Oggi ben altri rumori caratterizzano la città, i cui rifiuti domestici sono cresciuti a dismisura. Una volta bastava “el careto de le scoasse” per tutta la città, oggi ci sono grandi camion attrezzati per prelevare le immondizie dagli appositi cassonetti portandoli poi in discariche sempre più insufficienti. Una volta c’erano poche pretese ed anche i problemi erano limitati. Oggi tutto diviene sempre più complesso ed allora è lecito chiedersi se il progresso ha veramente cambiato il mondo in meglio.

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Come citare questo articolo

Giannina Giunta. ““El careto de le scoasse””. Ventaglio Novanta, n. 27, 2003. https://ventaglionovanta.it/archivio/el-careto-de-le-scoasse/

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