Non è poi così difficile sentirsi precipitare nel passato durante una passeggiata in città, purché i nostri occhi e la nostra memoria riescano a percepire, a partire da qualche dettaglio (un cornicione, una finestra, una vecchia dipintura scolorita, uno scorcio inusitato, …), frammenti di quei modi di vita che non esistono più e che, attraverso quei segni, possono ancora essere immaginati e ricostruiti. E la sensazione che si prova di fronte a una meridiana, anche se in stato di degrado per l’età e l’incuria, è proprio di curiosità, e magari di un po’ di nostalgia, per un ritmo di vita che, scandito dal lento e familiare movimento del sole dall’alba al tramonto, doveva avere ben diverse risonanze interiori rispetto alle attuali ansie tecnologiche e organizzative.
La nostra terra polesana non è particolarmente ricca di questi strumenti, anche se una recente moda, ma anche il raffinarsi di un gusto, sta producendo nuovi esemplari sui muri di case nuove o ristrutturate, e anche in piazze e altri luoghi pubblici.
Non è sempre facile interpretare i segnali che una meridiana è in grado di dare. Soprattutto bisogna ricordare che essa fornisce un orario che è solo un lontano antenato di quello che usiamo tutti i giorni. Le nostre ore sono altamente tecnologiche. Sono scandite da segnali prodotti da orologi atomici e diffusi con la velocità della luce dai sistemi radiotelevisivi, e a quei segnali usiamo accordare i nostri orologi domestici.
L’ora, il minuto e il secondo sono i medesimi a Trieste come a Parigi, a Vienna come a Palermo. Inoltre tra un mezzogiorno e quello successivo i nostri orologi misurano esattamente 24 ore, cioè 1.440 minuti, cioè 86.400 secondi, tutti rigorosamente uguali a quelli di tutti gli altri giorni dell’anno.
Non così per le meridiane.
Esse scandiscono le ore in base al movimento giornaliero del sole che si basa sulla rotazione della Terra. Ciò significa intanto che a Trieste il sole giunge quasi 8 minuti prima che a Rovigo, ed è su Rovigo un minuto e un quarto prima che su Badia. Per attraversare tutto il Polesine, da Porto Tolle a Melara, il sole impiega circa sei minuti. e altrettanti ce ne vorranno per arrivare a Verona. Da lì a Torino ci vorranno ancora più di 13 minuti, tanto che da Trieste a Torino il viaggio del sole dura in tutto 24 minuti e 17 secondi: quasi mezz’ora di differenza che i nostri orologi, se funzionano bene, ignorano completamente, ma che alle meridiane non sfugge, perché esse sono fedeli testimoni della quotidiana vicenda solare.
Tanto fedeli da rivelare anche certe irregolarità del moto della Terra attorno al Sole: irregolarità ben note agli astronomi, tanto da essere ben descritte dalla Seconda Legge di Keplero e dalla geometria della sfera celeste conseguente all’inclinazione dell’asse terrestre. Il risultato di tali piccole irregolarità è un lento rallentamento o una lenta accelerazione del viaggio giornaliero del sole, che generano piccoli ritardi e piccoli anticipi (alcuni secondi al giorno) che si accumulano e si recuperano regolarmente con un doppio ciclo annuale e con un andamento a fisarmonica. Questi sbalzi di velocità del sole portano alla singolare conseguenza che a durare 24 ore non sono tutti i giorni dell’anno, ma solo quelli intorno alle date del 12 febbraio, 15 maggio, 27 luglio e 4 novembre. Negli altri periodi le variazioni di velocità del sole sulle lancette generano giorni più lunghi – come alla fine di dicembre quando i giorni durano 24 ore e 30 secondi ciascuno – oppure più brevi – alla fine di marzo e nella seconda metà di settembre la durata è di circa 23 ore, 59 minuti e 40 secondi -.
Ma ci sono anche discrepanze più serie.
I giorni in cui il sole e le lancette degli orologi indicano la stessa ora sono, nel corso dell’anno, solo quattro: 15 aprile, 14 giugno, 1 settembre e 25 dicembre. In tutti gli altri giorni il sole è un po’ in anticipo o un po’ in ritardo. Esso ha il massimo vantaggio il 4 novembre, quando precede le lancette di 16 minuti e 24 secondi, mentre il 12 febbraio il sole si fa battere dalle lancette per 14 minuti e 18 secondi. In tutto si totalizza dunque una differenza di oltre mezz’ora. E mentre i nostri moderni orologi ci illudono sulla costanza delle loro artificiali (ma funzionalissime) 24 ore al giorno, le meridiane ci informano puntualmente di queste astronomiche variazioni quotidiane, tanto che i moderni meridianisti, alla ricerca di strumenti sempre più adeguati alla vita d’oggi, apportano talvolta astute correzioni per adattare l’andamento delle meridiane al regolare ticchettio dei cronometri. Vediamo il risultato di questo sforzo nella tracciatura di una o più linee con forma di “8” allungata (lemniscata) che si trova in alcune meridiane e che permette, a chi ne sa interpretare i segni, di avere l’ora esatta con una precisione anche inferiore al minuto.
Quante volte ci sarà capitato di snobbare una vecchia meridiana confrontandone le indicazioni con quelle del nostro orologio!
Non dobbiamo dunque pensare che le discrepanze siano dovute a malfunzionamento della meridiana. I due strumenti stanno invece misurando due cose diverse.
I segreti per la corretta interpretazione delle informazioni dateci dalle meridiane possono essere facilmente svelati da ogni buon manuale di astronomia o da testi specializzati che trattano di gnomonica. Ma è veramente un’esperienza emozionante recuperare nei testi dei secoli passati le parole, i procedimenti, le rappresentazioni grafiche dei vecchi ricercatori e costruttori.
L’Accademia dei Concordi conserva nei suoi scaffali molti di quei testi, e ci piace pensare che alcuni di essi siano serviti come guida a chi realizzò i non pochi strumenti storici superstiti nella nostra provincia: ricordiamo i due interessanti strumenti della Rotonda di Rovigo e del Santuario del Pilastrello di Lendinara, due meridiane a tangente ancora ben funzionanti; e poi l’orologio solare dell’Abbazia della Vangadizza di Badia, con ore italiche e francesi usate in epoche diverse; i quattro strumenti della chiesa parrocchiale di Crespino; e poi nella chiesa di Baruchella, nel chiostro dell’Istituto Magistrale e alla parete meridionale del Duomo di Rovigo, e molte altre, anche di recente costruzione, presenti in edifici pubblici e case private in tutta la provincia. Molte di esse soffrono per l’età e la miope trascuratezza dell’attuale civiltà che si ritiene forse superiore a quella dalla quale è stata generata. Recuperare tali prestigiosi strumenti (con un costo anche molto sopportabile) sarebbe un atto di intelligente curiosità e di doverosa riconoscenza nei confronti dell’antico sapere di cui tutti siamo figli.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Enzo Bellettato. “Recuperare le meridiane”. Ventaglio Novanta, n. 27, 2003. https://ventaglionovanta.it/archivio/recuperare-le-meridiane/