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STORIA - TRADIZIONI

Un Re di Francia a Palazzo Roncale

Enrico III di Valois, in viaggio per salire al trono, nel 1574 fa tappa nel capoluogo polesano

di Sergio Garbato

Ventaglio Novanta n. 30 2005 pp. 50–55

“Purtroppo, tutti i suoi ritratti gli fanno torto e neppure Jamet ha saputo restituire quello straordinario non so che del quale egli ha è stato dotato dalla natura. I suoi occhi, il potere di seduzione che emana dalla sua bocca quando parla, la dolcezza con cui sorprende quanti hanno l’onore di vederlo in privato, non si lasciano rappresentare né dalla penna né dal pennello”. Così un gentiluomo della corte aveva descritto a un ministro inglese Enirco III di Valois re di Francia.

Benché fosse di statura mediocre, il giovane sovrano risaltava per la bellezza languida del volto, in cui brillavano gli occhi inquieti e penetranti, illuminati dall’improvviso lampo di una intelligenza perversa, “che egli lasciava filtrare tra le ciglia scure, con un abile movimento delle palpebre, estremamente femminile”.

Né mancavano di incantare i suoi abiti di raso rosa, ingentiliti dalla ammaliante ricchezza dei gioielli, specialmente quelle perle splendide e preziossime per cui andava famoso e che portava alle orecchie e al collo e nelle mani.

Nessuna descrizione fisica del celebre e affascinante re di Francia ci è pervenuta in occasione del suo passaggio per Rovigo il 28 luglio 1574. La cronaca abbastanza dettagliata che ne fa Giovanni Bonifacio, circa un mese e mezzo dopo l’avvenimento, in una lettera a Teofilo Borgondio inquisitore di Treviso non si sofferma, infatti, sull’aspetto del monarca.

Né vi accenna il generico ritratto del sovrano oggi conservato nella Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi che, secondo Francesco Bartoli, Fortunato Pasquetti, nella seconda metà del Settecento, aveva ricavato da un precedente e anonimo dipinto, realizzato al tempo della visita del re. Qui, infatti, Enrico III appare alquanto dimesso, nonostante gli abiti guerreschi, col volto scavato e immobile, gli occhi come perduti in un pensiero e senza vera espressione.

Eppure quel 28 luglio 1574 era stato un giorno memorabile, in cui Rovigo aveva prolungato, sia pure “in minore”, i recentissimi fasti veneziani che tanto avevano incantato il principe e il suo seguito.

Il giovane e aitante nuovo sovrano dei francesi era in viaggio ormai da oltre un mese. Appena venuto a sapere della morte del fratello Carlo IX, Enrico di Valois e duca d’Angiò, che da meno di un anno era re di Polonia e legittimo erede del trono di Francia, aveva immediatamente abbandonato Cracovia con i suoi amici e cortigiani più fidati, portandosi dietro i gioielli e gran parte del tesoro della corona.

Il 18-19 giugno 1574, perciò, si diede ad una fuga ignominiosa e avvilente da Cracovia, dove prima di andarsene con il suo seguito aveva pensato bene di svuotare le casse con il tesoro della corona di Polonia, trafugandovi tutti i gioielli.

Fuga rocambolesca e drammatica, folle cavalcata tra foreste e paludi per sfuggire all’inseguimento dei cavalieri tartari, fino a raggiungere, in uno sforzo disperato, il confine dei domini dell’imperatore Massimiliano II, dove subito il cavallo di Enrico era stramazzato definitivamente al suolo.

Era cominciato, allora, il lungo e trionfale viaggio verso la Francia, per andare ad assumerne la corona (il fratello Carlo IX era morto il 30 maggio).

A Vienna gli era stata tributata un’accoglienza esaltante. Poi era stata la volta di Venezia, dove lo avevano raggiunto il cugino Alfonso II d’Este duca di Ferrara e lo zio Emanuele Filiberto duca di Savoia e dove l’accoglienza era stata, a dir poco, grandiosa, con i patrizi che mettevano a disposizione i loro splendidi palazzi e i loro figli più giovani e più belli per il servizio, mentre le calli e i campielli erano un tripudio di gente e le chiese esponevano i loro tesori.

A Venezia, il ventitreenne figlio prediletto di Caterina dei Medici si era sentito italiano e aveva riconosciuto la sua patria di elezione. Si era fermato, nonostante le suppliche ad abbreviare i tempi del viaggio, dieci giorni, durante i quali aveva dilapidato un vero e proprio patrimonio, stimato (per difetto) in 43.000 scudi cui si aggiungevano altri 19.000 scudi di debiti che avrebbe rimborsato solo alcuni anni più tardi, vale a dire 165 milioni di franchi francesi (pari a poco meno di 5 miliardi di lire).

Dopo avere toccato Padova, Enrico III aveva fatto tappa in Polesine. Era accompagnato dai Duchi di Savoia, di Ferrara, di Nevers e da un variegato seguito di gentiluomini, nonché da quattro Senatori della Serenissima.

Aveva attraversato l’Adige al passo di Anguillara e, dopo avere raggiunto Mardimago e Sarzano, si era portato a Rovigo, giungendovi “un’hora innanzi notte”. Non era entrato in città, come avveniva normalmente, varcando porta S. Francesco, insufficiente e angusta per il passaggio del suo seguito, ma si era diretto verso porta di S. Bartolomeo.

“Fu sua Maestà alquanto fuori della città incontrato dal Rettore, ch’era accompagnato da alquanti gentil’huomini Venetiani, e da molti Rodigini, con una bella compagnia di carroccie, da molti huomini d’arme, e da 700 soldati delle cernide e giunto alla porta di S.Bartolomeo Monsignor Giulio Canano nostro Vescovo, ch’era dal Clero accompagnato gli diede a baciar la Croce”, racconta Giovanni Bonifacio che era della partita.

Dopo di che il corteo, che continuava ad ingrossarsi, aveva raggiunto la piazza e il sovrano, “entrato nel palazzo de’ Signori Roncali, si fermò a mirare da una finestra diversi abbattimenti, scaramuccie, e giuochi militari, che erano da’ soldati nella piazza fatti”.

La cena era stata abbastanza parca, in quanto Enrico III, seguendo i consigli del suo medico personale, il grande Miron, prendeva due pasti al giorno “molto misurati” e pochissimo vino diluito in moltissima acqua. Enrico III aveva trascorso la notte nel prestigioso palazzo Roncale, che era stato edificato una ventina di anni avanti, mentre “alla guardia del palazzo furono posti alcuni dei più honorevoli soldati con la livrea del Re. Il Duca di Savoia alloggiò nella casa del Sig. Girolamo Foligno, al quale donò una bella collana d’oro. Quello di Ferrara co’l Sig. Aurelio Silvestri Cavalliere. Quello di Nevers co’l Sig. Valerio Campagnella. Il fratello naturale del Re, Gran Mastro della Religione Teutonica, co’l Sig. Gioanfranco Durazzo Dottore. Monsù di Bellagarde in casa nostra, e altri Signori in altre case, facendo albergare le loro famiglie in quelle contrade, dove essi Signori dimorarono, essendo stati per questo effetto preparati mille e più letti”.

La cosa appare inusitata, se si pone mente al fatto che, in quegli anni, Rovigo non contava più di tremila abitanti, come testimonia la relazione del podestà veneziano Pietro Marcello.

Non soltanto la dimora dei Silvestri era insigne, ma anche quelle degli altri maggiorenti che avevano ospitato gli illustri visitatori: l’abitazione di Girolamo Foligno era in “contrà S.Francesco”, quella di Valerio Campagnella tra i ponti della Roda e del Sale, quella dei Durazzo in piazza e la più modesta casa di Bonifacio tra porta S.Bartolomeo e la piazza).

L’indomani, continua il racconto di Giovanni Bonifacio, il re di Francia si “levò a buona hora, spedì vari negocij, e poi andò sotto il baldacchino, portato da’ primi gentil’huomini di Rovigo, alla Chiesa di S.Francesco, dove udì la Messa di un Teologo di quel Convento, e il sopradetto nostro Vescovo gli diede a baciare il Vangelo. A servir Sua Maestà fummo destinati in dieci Dottori giovani tutti d’ormisino negro ad un modo vestiti; con dodici giovinotti paggi vestiti d’ormisino bianco. Udita la Messa ritornò alla sua Stanza, fece Cavaliere l’illustrissimo Sig. Giacobo Foscarini Senatore primario di Venetia, che era uno degli Ambasciatori, e poi anco il Sig. Antonio Roncale suo hospite e desinato che hebbe, partì in carroccia per Ferrara accompagnato dalli sopraddetti Prencipi, e Signori, e da gli Ambasciatori fino a’ confini dello Stato Venetiano; per le strade delle ville dove Sua Maestà passò concorsero dal Contado infinite genti, le quali gittandole herbe, e fiori incontro, e con rusticane Canzonette pregandole felice viaggio, le appartarono gran piacere”.

Né va dimenticata la disputa che vide contrapposti Luigi Groto, accorso appositamente da Adria, e lo stesso Giovanni Bonifacio per leggere un’orazione in onore dell’illustre ospite. La spuntò quest’ultimo: la sua orazione era in lingua italiana, dove quella del suo rivale “era Latina, della qual lingua il Re poca intelligenza haveva, e che sarebbe stata grande impertinenza occuparlo ad udire a parlare un cieco in una lingua da lui non intesa”.

L’accoglienza e l’acclamazione accompagnarono il principe anche nel prosieguo del suo viaggio: a Ferrara, Mantova, la Lombardia, Torino e finalmente Lione dove avrebbe incontrato sua madre Caterina dei Medici.

A parte la lunga lettera con cui Bonifacio ha descritto quei due giorni e il diploma di cavaliere rilasciato dal re ad Antonio Roncale (oggi custodito in Accademia dei Concordi), poco o niente rimane dell’avvenimento. Sparita l’iscrizione con lo stemma di Enrico di Valois e della famiglia Roncale che Marco Antonio Campagnella aveva ricopiato nel Settecento, non resta che sogguardare la grande lapide, posta nel 1928, che, sulla facciata di Palazzo Masatto, ricorda che lì fu ospite Emanuele Filiberto di Savoia.

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Come citare questo articolo

Sergio Garbato. “Un Re di Francia a Palazzo Roncale”. Ventaglio Novanta, n. 30, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/un-re-di-francia-a-palazzo-roncale/

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