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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

San Materno di Melara

Raggiunta l’attribuzione certa per due pale settecentesche

di Raffaele Ridolfi

Ventaglio Novanta n. 30 2005 pp. 14–17

Come facile immaginare, in ogni paese del nostro Polesine, gli edifici di gran lunga più appariscenti sono le chiese, che però non sempre si avvalgono di studi approfonditi, in grado di evidenziarne appieno il loro valore artistico.

Non è così per fortuna per le due chiese di Melara, la principale dedicata a san Materno vescovo, l’altra alla Santa Croce. Nel passato hanno visto l’attenzione di alcuni ricercatori quali l’abate Giuseppe Bellini (1867), il segretario comunale Tito Tosi (1878), il cappellano don Sante Magro (1923) e negli anni ’80 il geometra Palmiro Ridolfi e lo storico Savino Chiavegatti e pure lo scrivente nell’ultimo decennio. Grazie all’interessamento di questi studiosi il materiale si è via via accumulato, assumendo sempre più completezza. E recentemente si sono aggiunti nuovi interessanti interventi, che hanno fatto piena luce su alcune opere. Ne hanno giovato in particolare due pale d’altare nell’arcipretale (di cui parleremo in questo articolo) ed una statua lignea presente nella chesa di Santa Croce (su cui avremo modo di soffermarci prossimamente).

San Materno

“La più imponente dell’agro transpadano”, così l’abate Bellini definiva la chiesa di San Materno di Melara e, osservandone le dimensioni non c’è che da concordare ancor oggi. Tre i momenti della storia di questa costruzione progettata da Vincenzo Santini (1665-1742): quella iniziale con manodopera ferrarese, quella del compimento con artisti veronesi, quella della ricostruzione con manovalanza veneziana e mantovana. Ma su questo tema potremo tornare un’altra volta, giacché – come detto – intendiamo qui soffermarci su due pale d’altare settecentesche, di cui solo recentemente si è ricostruita la storia, raggiungendo certezza sull’attribuzione. Parliamo della Natività con adorazione dei pastori, risalente al 1762 circa e del San Francesco d’Assisi che riceve le stimmate, databile prima del 1776.

La pala della Natività

Diciamo innanzitutto che l’altare che ospita la pala della Natività con adorazione dei pastori fu eretto nel 1762 su preciso voto di don Alessandro Soncini e della sorella Margarita, ambedue menzionati sulle lapidi lateralmente alla mensa dell’altare. Non vi sono ricevute del pagamento dei marmi e del quadro. La paternità di quest’ultimo così era rimasta incertamente divisa tra Saverio Della Rosa (1745-1821) ed il contemporaneo Francesco Lorenzi.

Grande merito dell’interesse mosso verso il quadro va riconosciuto al valente studioso melarese Savino Chiavegatti, da tutti ben conosciuto come uno dei più attenti e sensibili conoscitori delle bellezze artistiche locali. Per primo, nel finire degli anni settanta del secolo scorso, aveva sollevato il quesito su chi ne fosse l’autore. Egli, già nel lontano 1957, aveva attribuito il dipinto al Dalla Rosa, ma, quasi vent’anni dopo, nel febbraio 1978 tenendo corrispondenza con la laurenda Marzia Laquaniti, chiamando in causa il prof. Rodolfo Pallucchini, si ricredette condividendo l’idea che fosse opera di Francesco Lorenzi (1723-1787).

Sulla questione da allora localmente è intervenuto solo lo scrivente (1994 e 1995), più che altro per rilevare le scoperte del Chiavegatti ed aggiungere poc’altro. Sul fronte veronese invece si susseguirono gli studi, specie del Marinelli (1997) e del Tomezzoli (1997 e 2000) che confermarono l’attribuzione al Lorenzi.

La tela della Natività lo scorso anno è stata prelevata dal tempio melarese ed esposta al pubblico nella mostra allestita presso la villa settecentesca del paese veronese di Mozzecane intitolata: “Francesco Lorenzi 1723-1787 un allievo di Tiepolo tra Verona, Vicenza e Casale Monferrato”. E, dopo la mostra di Mozzecane, nessuno ha avuto più dubbi sull’autore della pala di Melara.

La pala di San Francesco

L’altare che ospita la pala di San Francesco d’Assisi che riceve le stimmate venne eretto nell’arcipretale di S. Materno da alcuni benefattori locali. Fu costruito con materiale lapideo tra gli anni 1776 e 1778, anno in cui la visita pastorale del Card. Mattei lo trova finito e compiuto assieme ad altri sei. Il dipinto inserito, un olio su tela, misura cm. 183 per 297 circa e rappresenta l’avvenimento accaduto il 14 settembre 1224 sul monte della Verna, quando, oltre all’apparizione serafica, furono impresse le stimmate a san Francesco d’Assisi. Nell’archivio parrocchiale non è stato possibile rintracciare ricevute o fatture di alcun tipo riguardanti la tela. Per questo motivo era ancora da attribuire e si è anche dovuto aspettare quasi due secoli e mezzo a porre fine alla questione dell’autore.

Da qualche anno la tela si presenta lacera in alcuni punti, ben visibili anche ad occhio nudo e perciò bisognosa di restauro; sarebbe urgente pure una sua ripulitura per togliere macchie di fumo e sporco accumulato da secoli. Una volta eseguiti questi restauri, emergerebbero di sicuro i colori chiari e luminosi che farebbero onore all’autore.

Ma il nome del pittore restava per molti un mistero, nonostante – e questa è una recente gradita sorpresa – non mancasse un’autorevole attribuzione, sconosciuta però ai più, tant’è vero che, anche una recente pubblicazione che elenca i dipinti della chiesa locale, attribuisce il quadro alla scuola di Francesco Parolini.

Ecco l’importante dichiarazione che ha fatto chiarezza: “E’ stato il prof. dr. Sergio Marinelli, docente a Ca’ Foscari di Venezia, che per primo nel 1997 ne ha riconosciuta la paternità a Giorgio Anselmi”. Così si è espressa con sicurezza la dottoressa Donata Samadelli della Sovrintendenza di Verona.

A conferma di questa attribuzione registriamo anche un’altra importante indicazione giunta dall’esperto, storico dell’arte carpigiano Alfonso Garuti, quando all’oscuro di tutto, due estati fa, su sollecitazione dell’estensore del presente articolo, fu invitato a Melara a esprimere un suo parere. Ebbene il Garuti manifestò chiaramente la sua propensione per una scuola veneta, anzi veronese e più precisamente della scuola di Antonio Balestra. L’indicazione si rivelerà molto vicina al vero.

In base a questi autorevoli pareri, quindi, oggi sembrano esserci pochi dubbi in merito all’autore del San Francesco. Ma cosa sappiamo di codesto pittore?

L’autore Giorgio Anselmi (1723-1797)

“Di carattere onesto e civile e piuttosto erculeo nelle forme” così lo presenta un suo biografo dell’Ottocento. L’Anselmi nacque in val d’Illasi a Badia Calavena (Vr) nel 1723 e fu artista precoce e fecondissimo, raggiungendo un successo notevole che lo portò ad essere “pittore aulico” dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria e fondatore dell’“Academia pictorum” veronese, della quale fu anche chiamato maestro nel 1764.

Fu allievo del veronese Antonio Balestra (1666-1740), un artista dalla cui bottega uscirono valenti ed importanti pittori quali Giambettino Cignaroli (1706-1770) e Pietro Longhi (1701-1785).

Lo Zannandreis, maggior esperto d’inizio Ottocento, nella sua pubblicazione scritta negli anni 1831-34, antepone l’Anselmi al Lorenzi. Furono perciò due antagonisti, così come sono dirimpettaie le due pale d’altare nella chiesa di Melara: nella navata di destra quella dell’Anselmi, in quella di sinistra il quadro del Lorenzi.

Anselmi dipinse ad olio ed a fresco per quasi tutte le chiese di Verona, e per altre città e province di Trento, Treviso, Bassano, Bergamo, Brescia, Modena. Fu decoratore di esterni ed interni di palazzi e case, quali la vicina villa Guastaverza-Bottura di Cerea. Dall’anno 1773 operò in Mantova per dipingere nella cupola di S. Andrea e nel palazzo Ducale.

In base a queste notizie si può quindi ipotizzare il compimento della pala melarese proprio nel periodo mantovano, grazie alla vicinanza.

L’ultimo lavoro, eseguito da Giorgio Anselmi già anziano, fu la causa della sua morte. Concluse infatti le sue esperienze artistiche terrene nell’anno 1797 proprio nel nostro Polesine, precipitando dall’impalcatura ove stava finendo di affrescare l’abside del duomo lendinarese di Santa Sofia.

Come per il Lorenzi esiste una sua autobiografia, scritta nell’anno 1773 in occasione del suo cinquantesimo compleanno, in cui egli elenca tutte le opere condotte in porto, dal 1746 al 1773 appunto, ed inviata al bolognese Marcello Oretti.

L’Anselmi seppur molto dotato non conobbe fama pari al suo ingegno, perchè offuscato dalle grandi personalità dei decoratori di scuola veneziana del Settecento.

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Come citare questo articolo

Raffaele Ridolfi. “San Materno di Melara”. Ventaglio Novanta, n. 30, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/san-materno-di-melara/

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