Biondo era bello e di gentile aspetto… Verso celeberrimo questo, con il quale Dante Alighieri, nel terzo Canto del Purgatorio, delinea i tratti salienti della nobile figura di Manfredi, il famoso re di Sicilia, figlio naturale dell’imperatore Federico II, che assunse su di sé l’onere di portabandiera ghibellino contro la parte guelfa sostenuta dal papa.
La sua storia è nota. Il pontefice Clemente IV spinse contro di lui Carlo d’Angiò che lo sconfisse ed uccise a Benevento il 26 febbraio 1266.
Pressoché sconosciuta è invece la notizia che esista a Lendinara un quadro dedicato a Manfredi, nel quale il re svevo, noto per la bellezza ed il coraggio dimostrato nella fatale battaglia di Benevento, appare, dopo l’uccisione, raccolto in un lenzuolo, utilizzato per trasportare la sua salma fuori del campo di battaglia.
La tela, opera ottocentesca di Pietro Roi, si trova presso la Cappella situata al primo piano della Casa Albergo per Anziani, assieme ad altre realizzazioni artistiche di sicuro pregio, tra cui una Deposizione dalla croce, altorilievo ligneo attribuito al lendinarese Luigi Voltolini.
E’ una storia abbastanza particolare quella che ha fatto giungere a Lendinara la tela dedicata a Manfredi, che, in mancanza di dati di rivelatori, è stata scambiata anche nell’ultima catalogazione con una deposizione di Cristo, olio su tela di pittore ignoto del sec. XIX.
La documentazione provante della sicura attribuzione a Pietro Roi del dipinto conservato presso la Casa Albergo di Lendinara, nonché dell’identità del soggetto rappresentato (la morte di Manfredi e non Cristo deposto) si basa innanzitutto su una dettagliata informazione rilasciata diversi anni fa al sottoscritto dalla nobile signora Elena Roi allora soggiornante in Lendinara con la madre, prima in un’abitazione privata, poi proprio presso la Casa Albergo.
Elena Roi era nipote di Pietro e di Elisa Kapnist, contessa russa e patrizia veneta. Dal loro matrimonio era nato Joann Vassili Roi – il padre di Elena – anch’egli pittore, che aveva italianizzato il suo nome in Giovanni Basile Roy, con la y come era in origine, con cui firmava le opere per distinguersi dal padre. Madre di Elena fu la scrittrice Giannetta Ugatti, che con la figlia si trasferì in tarda età presso la Casa Albergo di Lendinara.
L’opera di Pietro Roi, passata all’Istituto lendinarese dopo la morte di Elena Roi, rappresenta un particolare della più ampia tela, realizzata sempre dal Roi, attualmente visibile presso il municipio di Sandrigo (Vicenza), nella quale è raffigurata la scena “Manfredi riconosciuto dai suoi famigliari alla presenza di Carlo d’Angiò e dei suoi Baroni”.
In piena epoca risorgimentale era particolarmente in auge dipingere scene lumeggianti momenti di rilievo della storia patria. Questo dipinto, che recupera la memoria storica dell’esito – fatale per Manfredi – della battaglia di Benevento, ebbe un’accoglienza molto calorosa allorché fu presentato dall’autore.
Il cartone fu infatti premiato con medaglia d’oro all’esposizione italiana del 1861 in Firenze. E così si espresse Camillo Boito: “Il Roi, quantunque nella pittura abbia un poco di leccato e di pallido, nel delineare è tutto geometria; ed il suo vasto cartone, dove si vede il corpo di re Manfredi portato innanzi a Carlo d’Anjou, non va solamente lodato per la bontà dei cartoni, ma ben anche per la maestà dello stile”. Il Selvatico a sua volta compie questa annotazione: “Il disegno, così del nudo come delle pieghe, purissimo com’è, raccerta il lungo studio e il grande amore consecrato dall’artista a saldarlo tale. Solo manca, e nella disposizione della scena, e più nelle singole persone, di cui va composta, quell’indefinibile alito di vita che lo studio non dà”. (tratto da L. Scardino).
Ed ancora, nel 1927, in occasione dell’inaugurazione della Sala Maggiore del Palazzo Municipale di Sandrigo, dove attualmente il dipinto è collocato, così si espresse Gino Fogolari: “In modo mirabile è stata dal Roi concepita la scena. Tutti qui, nell’accampamento francese di Carlo d’Angiò si volgono verso il cadavere dell’eroe, figlio del secondo Federico, intorno al quale i fedeli guerrieri fanno compianto… Quel morto glorioso, dal biondo ciglio diviso, è il più vivo eloquente personaggio del dramma, e se Pietro Roi non avesse altro dipinto che questo cadavere, egli sarebbe degno di ricordo nella storia dell’arte”.
Ritornando allo studio del Manfredi della Casa Albergo di Lendinara, eseguito ad olio su tela (cm. 53×76), che per diverso tempo ho avuto occasione di ammirare presso l’abitazione della signora Elena Roi, nipote dell’artista, appare ora, dopo il recente restauro, di ottima esecuzione e di toccante intensa spiritualità.
E’ opera di un artista di sicuro talento, che al suo tempo fu gratificato da molti riconoscimenti, ricevendo una commissione perfino dall’arciduca Massimiliano d’Asburgo, per il quale tra il 1860-62 eseguì un cartone, con oltre trenta figure, rappresentante Venezia commerciale ed industriale, quadro allegorico che avrebbe dovuto eseguirsi nel palazzo ducale a figure grandi al vero.
L’Accademia delle Belle Arti di Venezia gli conferì nel 1879, quale pittore storico, il diploma di merito, e nel 1886 re Umberto I lo insignì dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia, in considerazione dell’onore che il pittore portava all’arte.
Per tornare alla tela lendinarese, va detto che il particolare del corpo del defunto sostenuto dal lenzuolo, senza conoscere il contesto del più ampio quadro di Pietro Roi di Sandrigo, difficilmente può essere ricondotto a Manfredi, per cui si è inteso qui ricostruire la storia del dipinto conservato presso la Casa Albergo, rilevandone la paternità.
In riferimento alla vicenda del re svevo e alla sua morte in battaglia, si ricorda infine che, dopo il riconoscimento del cadavere – secondo quanto riportato da Dante nel citato terzo canto del Purgatorio – il corpo fu dapprima sepolto “sotto la guardia della grave mora”, ovvero sotto un ammasso di pietre presso il ponte di Benevento; ma poi, in quanto scomunicato, fu dissepolto dal vescovo e portato lontano, “di fuor dal regno, quasi lungo il Verde, dov’e’ lo trasmutò a lume spento”.
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Come citare questo articolo
Renato Scarpi. “Il Manfredi di Lendinara”. Ventaglio Novanta, n. 30, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-manfredi-di-lendinara/