Santo Abate son foresto e i me insogni fin a qua, i me insogni senza sesto, Santo Abate i m’ha portà. Da mil’anni che camino no ricordo niente più e davanti a vu m’inchino per saverghene da vu. Se non fala le me carte, per un caso del destin, me ritrovo da ‘ste parte proprio avanti a Fra’ Martin. Se la mente me se indrizza – e mi credo un fià de sì – questa l’è la Vangadizza, Santo Abate. L’è cussì?”.¹
Chi parla, utilizzando il metro e le rime della poesia, è Gino Piva cantore insuperabile della terra dei fiumi, che egli percorse palmo a palmo all’inizio del secolo scorso per scoprirne il fascino e più riposti segreti.
Sostando davanti a quanto resta del grande complesso abbaziale di Badia, catturato dal fascino esercitato dai significativi lacerti del passato, Gino Piva chiede informazioni sul luogo ad una guida di eccezione, il Santo Abate Martino. Un’idea tutta poetica questa, che fa materializzare, presso i resti della Vangadizza, il frate che per primo fu nominato abate della comunità di monaci benedettini, insediatisi nel luogo caratterizzato dalla nascita dell’Adigetto dalle acque dell’Adige.
L’abate Martino con solerzia risponde alla domanda del poeta polesano, soffermandosi sugli alacri momenti della costruzione del cenobio, sulle contese per il controllo del monastero da parte dei signori del tempo, ovvero Scaligeri, Carraresi ed Estensi, e sulla scelta inequivocabile verso quest’ultima signoria da parte dei monaci della Vangadizza:
… ma ‘sti frati del Convento i voleva Casa d’Este, Casa nostra e salvamento sora tute le tempeste. Da la tore del Marchese “Este sempre!” se zigava: che guidasse le so imprese la Madona se pregava…
Passarono gli anni e anche i secoli, caratterizzati dal radicamento del monastero sotto la tutela dalla signoria Estense finché, annuncia sconsolato l’Abate Martino “… l’è successo un robalton…”. Ovvero il prevalere di Venezia sugli Estensi, estromessi dal Polesine con la guerra del sale (1482-84); un fatto gravissimo, difficile perfino da nominare, a testimone del quale il Santo Frate indica una muta presenza del passato: le due tombe tuttora posizionate davanti ai resti della chiesa vangadiciense:
… Se ‘ste tombe le podesse dire sola ‘na parola de le robe ch’è successe, oh, fradelo, che gan fola! Più le tore, più el Castelo, più l’onore del Convento in te l’aria de ‘sto çielo tutto via l’è ‘ndà col vento…
Una catastrofe insomma, di cui l’abate cita due particolari: il primo “più le tori” da riferirsi alla distruzione effettuata dalla Serenissima delle tre torri marchesane, tuttora simbolo araldico di Badia, per utilizzare i mattoni a favore della fortezza di Legnago; il secondo “più l’onore del convento” dovuto alla soppressione del monastero decretata dalle leggi napoleoniche².
Sconsolato l’abate invita il poeta a tornare sui propri passi, annunciando che egli stesso deve ritirarsi, in quanto atteso dal San Benedetto suo capo:
… O fradelo, andè con Dio dir non posso più de tanto, che me ‘speta Benedio, el me capo, el me gran Santo…
Ma, prima di accogliere l’invito dell’abate Martino, il poeta ha un moto di gentilezza e reverenza per il luogo:
… Alora da un fresco rosaro ò voludo spicare ‘na rosa e avanti portarla a l’altaro par la Madona gloriosa…
Ispirati e coinvolgenti, i versi di Gino Piva ben descrivono l’alone di mistero e fascino che ancora oggi si avverte sostando presso i resti del complesso abbaziale badiese. I quali, visti da piazza Vangadizza, a tutt’oggi presentano, oltre al bel campanile con il vertice conico, la quattrocentesca cappella della Madonna³.
E in primo piano sorgono le due arche, mute testimoni di tanti avvenimenti del passato, che ci inducono a compiere una breve indagine storica. Apprendiamo che quella di sinistra fu innalzata sul suo basamento per accogliere i resti mortali di due importanti personaggi: Alberto Azzo II d’Este e la moglie Cunizza d’Altdorf; mentre in quella di destra fu deposto il corpo di Azzo VI.
Alberto Azzo II
Nato nel 996, Alberto Azzo II ebbe una vita lunghissima: morì a centoun anni, nel 1097, e volle essere sepolto presso l’abbazia badiese verso la quale aveva sempre dimostrato grande attenzione, facendola più volte oggetto di donazioni che ne accrebbero l’importanza. In particolare, nell’ultimo periodo della sua vita, attribuì alla Vangadizza ben 50 masserie in territorio padovano in una zona compresa tra Merlara, Montagnana e Monselice.
Ma c’è di più: in un’epoca in cui fede religiosa e prodezze d’armi nell’immaginario collettivo erano strettamente legati, Alberto Azzo compì un’impresa che fu certamente ritenuta di grande rilievo, testimonianza anche questa del suo attaccamento alla Vangadizza: il trafugamento della salma di S. Teobaldo di Provins da Vicenza, dove era stato sepolto nel 1066 dopo la morte, per portarla a Badia presso la chiesa abbaziale⁴.
Ad Alberto Azzo II vanno inoltre attribuite altre e ben più importanti imprese militari, e proprio ad un suo successo d’arme si deve il nome stesso del casato: “d’Este”. Ai possedimenti originari della famiglia, localizzati in Liguria, egli infatti aggiunse quelli di Este, seguiti poi da quelli di Monselice, Rovigo e della Marca friulana. E da allora, anche dopo la perdita della città euganea passata sotto il controllo della signoria Carrarese di Padova, i discendenti di Alberto Azzo II furono identificati come gli Estensi⁵.
Il peso politico di Alberto Azzo II è testimoniato anche dal fatto che nel 1077, ottantunenne ma ancora pieno di energie, fu chiamato a Canossa a fungere da mediatore tra il papa Gregorio VII e l’imperatore Enrico IV, prostratosi di fronte al pontefice per ottenere il perdono, dopo la precedente scomunica legata alla contesa della “lotta per le investiture”⁶.
Alberto Azzo II fu dunque un personaggio che seppe farsi valere nel mondo medioevale ben oltre i confini italiani, e in questo senso va vista anche la sua scelta matrimoniale indirizzata oltre le Alpi: tra il 1034 e il 1036, sposò Cunizza o Cunegonda, figlia del bavarese conte d’Altdorf, la quale portò in dote la “Corte Elisina”, ovvero un territorio della bassa padovana esteso tra Solesino e Barbona. La nobildonna morì in giovane età, ben prima del marito che si risposò attorno al 1050 con la francese Garsenda figlia di un vassallo del conte d’Angiò.
Il legame con la prima moglie dovette comunque essere stato piuttosto forte, come dimostra il fatto che, morendo nel 1097, circa cinquant’anni dopo di Cunizza, Alberto Azzo diede disposizione di essere sepolto, con i miseri resti della prima moglie, nell’arca ancora oggi posizionata sulla sinistra di quella che un tempo era l’entrata della chiesa dei monaci della Vangadizza⁷.
Azzo VI
Decisamente di minor risalto si presenta la vita di Azzo VI, sminuito perfino nel nome, in quanto chiamato Azzolino; diminutivo dapprima usato per distinguerlo dal padre Azzo V, ma poi rimastogli anche dopo la prematura morte del genitore.
Azzo VI legò comunque il suo nome ad una acquisizione territoriale divenuta poi fondamentale per il casato: il dominio su Ferrara, prima governata dagli Adelardi, famiglia che ebbe tra i suoi personaggi illustri Guglielmo III degli Adelardi⁸.
Se Azzolino approdò a Ferrara non si deve però a lui l’impresa, ma al nonno Obizzo I che nel 1185 fece rapire la giovane Marchesella degli Adelardi, ultima erede del casato. Poi la diede in sposa al sedicenne nipote Azzolino, il quale alla morte del nonno si trovò in questo modo a governare su Ferrara oltre che su Rovigo, dovendo comunque più volte difendere il nuovo acquisto dalle pretese e dagli assalti dei Saliguerra⁹.
Circa il matrimonio di Azzo VI con Marchesella c’è chi dubita che sia veramente avvenuto o quanto meno che sia stato consumato, essendo la giovane Adelardi deceduta poco dopo il rapimento. Né più fortuna coniugale ebbe Azzolino con la seconda moglie, Sofia Aldobrandini, che dopo il matrimonio non visse a lungo, come pure la moglie successiva Eleonora di Savoia deceduta nel 1204.
Alfine Azzo VI rivolse la sua attenzione verso Alisia o Aloisa di Antiochia, donna di una certa energia¹⁰, che riuscì a durare in vita più del marito. Il quale, morendo nel 1212, scelse come tomba l’arca di Badia, a dimostrare che la cittadina della Vangadizza continuava ad essere un importante centro di riferimento: religioso innanzitutto, ma certamente anche simbolico, quale importante punto di irraggiamento della signoria Estense nella pianura padana.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Le arche estensi di Badia”. Ventaglio Novanta, n. 30, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-arche-estensi-di-badia/