Durante la guerra di successione al trono di Spagna (1701-1707), l’Altopolesine fu al centro di un curioso episodio, che causò un vero e proprio incidente diplomatico tra Vienna e la sede pontificia. Ho ricostruito il fatto – verificatosi nel giugno del 1704 – desumendolo da un documento stampa, senza indicazioni tipografiche, luogo e data di stesura, custodito presso la Biblioteca Ariostea di Ferrara (Miscellanea ferrarese 228, IX).
Era dunque in pieno svolgimento la guerra di successione al trono di Spagna, originata dalle opposte mire di Francia ed Austria sul successore dell’ultimo degli Asburgo di Spagna, Carlo II.
Le truppe franco-spagnole, al comando del Duca di Vendom (Vendomont), occupata Milano e tutta la Lombardia, si attestarono sulla riva destra del Po… “da Revere alle Quatrelle”, dove il Generale pose il comando.
Le truppe Asburgiche erano agli ordini di Eugenio di Savoia, pronipote di Mazzarino, italiano di orgine, ma apolide di vocazione. Questi, con trentamila uomini, scese dai passi alti dei Lessini, allora considerati invalicabili e posizionò le sue truppe sulla sinistra dell’Adige, tra Badia Polesine e Legnago. Fatti costruire nottetempo due ponti tra Carpi e Castagnaro, alla testa di due squadroni scelti, il 9 luglio 1701, attaccò la robusta difesa dei Francesi che, sopraffatta, alla fine della giornata, fu costretta ad un rapido ritiro.
Aggirate a nord-ovest le paludi delle Valli Veronesi, Eugenio di Savoia raggiunse poi Ostiglia, precludendo ai Franco-Spagnoli ogni possibilità di arginare l’avanzata degli imperiali nella pianura altopolesana perché “… Da Melara ad Ostiglia non vi sono che due miglia di Stato Mantovano, onde era necessario che, da Melara a Figaruolo che è l’altra ripa a quella del nemico, spettante allo stato ferrarese, guardassero il Po da per sé stessi…”.
Queste terre, da Melara a S.Maria Maddalena, costituivano la Transpadana ferrarese che, morto Alfonso II d’Este senza lasciar eredi, era tornata a far parte dello Stato della Chiesa. Innocenzo XII si era dichiarato neutrale, ma non sempre la neutralità dei deboli viene rispettata.
Al Savoia, richiamato a Vienna, successe Stremberg, “… straniero più d’ogni altro insolente ed infesto, meno agli inimici che ai neutri…” aveva posizionato le sue truppe insediandole lungo le rive del Po, in territorio ferrarese, “… per pura necessità e buona regola militare per osservare gli andamenti dell’Inimico, affinchè questo non tentasse di passare il detto fiume…”
La situazione militare resta immutata: a nord del Po gli Austriaci, a sud i Francesi al comando di Vendom il quale, visti vanificati tutti i suoi tentativi di ricacciare gli Imperiali dall’Altopolesine, nella notte tra il 14 e il 15 giugno 1703, mandò i suoi artificieri a far saltare gli argini del Po in più punti (Bergantino Castelnovo, Calto…) e quello della Fossetta, in località Bastione S.Michele.
Il 1703 divenne così un anno difficile per le popolazioni dell’alto Polesine che, già impoverite dalla presenza dei soldati, a seguito dell’inondazione delle campagne conseguente alla rottura degli argini, persero non solo il grano prossimo alla mietitura, ma anche tutte le altre culture indispensabili al loro sostentamento.
Finora si era manifestata del tutto assente l’azione politica pontificia finché Clemente XI, da poco succeduto ad Innocenzo XII, per evitare maggiori danni, fece pressioni “… per il ritiro dei soldati dai territori ferraresi, ricorrendo anche alla minaccia di Censure, ma gli “Alemanni” ignorarono gli ultimatum “… prevedendo qualche enorme ordinamento d’infedeltà…””.
Alla fine però le pressioni giunsero fino alla corte di Vienna che sostituì il comandante delle truppe Stremberg, ritenuto inadatto a condurre le trattative, con il Generale Leininghen, il quale assunse il comando “… dopo aver ricevuto sufficienti ordini non solo per ovviare ad un nuovo scisma, ma anche per far conoscere a Sua Beatitudine che non si voleva diffidare delle sue promesse, e con ciò far vedere al mondo tutta la nostra obbedienza…”
La Legazione ferrarese guidata dal Cardinale Astalli, dunque fu incaricata di condurre le trattative con le parti belligeranti e di stipulare gli accordi, in forza dei quali lo Stato della Chiesa riaffermava la sua neutralità e i due blocchi avrebbero ritirato dai territori, alla destra e alla sinistra del Po, ogni forza armata.
Il 13 giugno 1704 il patto fu sottoscritto dai Franco-Spagnoli, e il 20 successivo dalle forze imperiali.
Il ritiro contemporaneo sarebbe dovuto avvenire entro il 23 dello stesso mese. Ma poiché gli Austriaci, si mostravano ancora diffidenti, il legato pontificio presentò una “obbligazione” ”…Inherendo agli ordini havuti da Nostro Signore, noi infrascritti promettiamo e assicuriamo, che nel sortire, che faranno le truppe imperiali, e loro alleati, dallo Stato Ecclesiastico con la promessa di non più entrarvi, se non richiamate, secondo le dichiarazioni fatte da sua Santità, prenderemo a guardare con le Soldatesche Pontificie li Posti e Ripe di là del Po, da Mellara in giù, discendendo fino a Figaruolo e fin dove bisognerà, dentro il Ferrarese per impedire alle truppe delle Due Corone, il passaggio del Pò e approdamento alle suddette ripe. E così impegnamo la Nostra Fede, non solo nel predetto, ma in ogni altro miglior modo. Ferrara 20 giugno 1704. F.to Cardinal Astalli Legato
Ma forse questo non bastò a dissipare la diffidenza "alemanna". Il Legato pontificio allora aggiunse di suo pugno un’ulteriore postilla: “Si aggiunge, che facendosi dagli ufficiali, e truppe delle Due Corone, tale operazione, onde possa dar sospetto, saranno obbligate le nostre guardie, chiamare le suddette truppe alemanne in difesa dello Stato Ecclesiastico, a tenore degli ordini Pontifici (L+S) F. Cardinal Astalli Legato
La sera del 22 Giugno il Generale Paolucci, comandante delle forze papaline, il commissario della Camera apostolica in Ferrara Faggianini, il Generale Visconti per gli Austriaci si ritrovarono per gli ultimi accordi e “passarono tra questi scambievoli rimostranze di finezza e d’amistà…”
Ma, subito dopo, ecco il colpo di scena, di cui si sentirono vittime le truppe austriache: appena partita la delegazione "alemanna", alle 11 di notte, il Generale Paolucci e il Commissario della Camera Apostolica, corsero alle Quatrelle, e permisero al generale francese Vendom di imbarcare a Stellata un numero considerevole di soldati e di sbarcarli a Ficarolo, “… senza che li soldati papalini, che avrebbero dovuto sorvegliare le due ripe del Po sparassero un Moschetto né dessero alcun avviso al signor Generale Visconti, conforme le promesse…”
Le truppe austriache intanto si erano messe in marcia verso Ostiglia da mezz’ora, seguendo l’argine del Po. Erano giunte in località Bosco Papino, quando il Generale Visconti fu avvisato da un informatore dello sbarco dei Francesi sulla riva sinistra del Po e del loro acquartieramento nei luoghi e nelle fortificazioni appena lasciati liberi dai propri soldati. L’informazione aggiungeva un ulteriore motivo di apprensione, rendendo noto che ai francesi si erano uniti anche i papalini.
Il Visconti si rese immediatamente conto che se le truppe francesi si fossero attestate alla Chiavica Rossa (in territorio di Salara), e avessero costituito un fronte difensivo fino a Zelo sul Tartaro, le truppe austriache sarebbero rimaste intrappolate tra Ostiglia, le valli paludose veronesi, il Tartaro e la Pestrina (all’epoca ancora attiva), senza alcuna possibilità di ricevere aiuti e rinforzi da Vienna.
Il Visconti, sentendosi tradito dai pontifici, i quali avrebbero dovuto essere garanti del simultaneo ritiro delle truppe austriache e francesi, fece prigionieri i trenta papalini che presidiavano Bosco Papino. Inviò quindi il Colonnello Veln a proteggere le retroguardie dell’esercito in marcia, dispose un caposaldo alla Chiavica Rossa, presidiò tutti i ponti sul canale che usciva da questa fino al ponte di Zelo.
Nel frattempo il Generale Leiningen “… ridusse in salvo il Treno dell’Artiglieria, Bagaglio, Monizione, e Provianda, passò felicemente il ponte di Zelo e quello sul Canal Bianco alla Baruchella entrando, senza perdere uomo, nell’isola di Valbona.”
Tale episodio passato, alla storia come “il fatto di Ficarolo”, di per sé di minima rilevanza, fu bollato dagli Austriaci come “alto tradimento” e fu motivo di una vera e propria crisi diplomatica, e portato come esempio “della perfidia della corte di Roma e della sua machiavellica politica contro le armi Cesaree.”
Il Frizzi, che riporta l’episodio, toglie al Papa Clemente XI ogni diretta responsabilità. Anche a noi appare poco credibile una complicità del Papa: la rapidità degli eventi e la lentezza dei mezzi di comunicazione di quei tempi, sono fatti a discarico. Ciò non esclude però che la diplomazia papale fosse portata a parteggiare per i Franco-Ispani.
Ma dopo le vibrate rimostranze austriache, come reagì il Papa?
Il torto subito dagli austriaci era evidente e perciò il Cardinale Astalli fu immediatamente allontanato dalla legazione Ferrarese, e di lui si perse ogni traccia. Il Generale Paolucci, con il Commissario Faggianini e gli altri ufficiali furono arrestati, imprigionati e sottoposti ad un processo, il quale però si manifestò più di facciata che di sostanza. Si giunse infatti rapidamente all’assoluzione di tutti gli indagati, con una sentenza emessa da una Congregazione Romana, nominata ad hoc. Il giudizio di assoluzione fu formulato sulla base di una relazione di Monsignor Lorenzo Corsini il quale sostenne questa tesi: i soldati del Papa e per questi i loro ufficiali, si sarebbero assunti un compito superiore alle loro forze.
L’Austria, ovviamente, non si ritenne paga di questa sentenza e continuò con le sue rimostranze, commentando così: “Egli è certo, che fa scandalo a tutto il Mondo la mentovata perfidia della Corte Romana contro alle armi di sua Maestà Cesarea, dalla quale e da’ suoi antenati, la Chiesa stessa riconosce tanta grandezza, né mai sarebbe caduto in mente di uomo di mediocre intendimento che fosse stata violata la fede e rotta quella Santa neutralità…”
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Come citare questo articolo
Giorgio Fioravanti. “Il fatto di Ficarolo”. Ventaglio Novanta, n. 30, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-fatto-di-ficarolo/