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NARRATIVA

Mini Minor modello ‘73

di Loredana Capellazzo

Ventaglio Novanta n. 30 2005 pp. 103–106

“Per vedere l’orizzonte bisogna volare alto”

Davanti alla vetrina dei giocattoli, Elena ogni volta si ferma. Tutte le settimane la disposizione delle scatole di giochi, dei mostriciattoli componibili, delle Barbie e dei pelouches varia; la signora Luciana li dispone in modo da farli sembrare sempre nuovi e diversi. Ma in alto, su un ripiano dello scaffale di sinistra dove forse la proprietaria, piccoletta e rotonda, non arriva, gli oggetti esposti non cambiano mai. Ed è lì che ogni volta corre lo sguardo di Elena.

Sulla stretta mensola, velati da ormai evidenti tracce di polvere, sono disposti i modellini di tre auto, fissate al loro supporto. Tre minuscoli giocattoli, piccole auto fuori moda, fuori produzione: una 500 giallo canarino, una rarissima Anglia bianca con le finiture di plastica lucida, e la Mini. Mini Minor beige-tettuccio marrone modello ’73. Identica.

Elena la fissa fino a farla scomparire, confusa agli occhi con altre miriadi di immagini. Sempre lui. E la solita punta di freddo acciaio piantata nel cuore.

Elena si strappa di lì a fatica, se ne va al lavoro. La pena non si placa fino a che le consuete chiacchiere da colleghi, lo sbuffare tra una pratica e l’altra e le pretese del capufficio riportano tutto alla normalità.

Il giorno dopo, tutto ricomincia. Così da tre anni, senza sosta, senza tregua. Senza pace. Gli intervalli sono le notti. Neri inenarrabili incubi. Sangue e fuoco. Strazio. Dolore.

Una volta ha tentato, Elena, di ricominciare a vivere, ma non ci è riuscita. L’altro era un inutile venticello, brezza tiepida senza impeto né voce. Niente, di fronte all’uragano. Alla forza trascinante di altri baci, al calore di braccia come rami di edera secolare. Occhi di rondine e sorriso da clown triste. Questo era lui. Nessun altro.

Il pezzo di vetro arancione che custodisce segretamente nel cassetto è la sola parte della Mini e del suo contenuto che non sia stata distrutta dal fuoco. Quel pezzo di vetro e le poche foto che non ce la fa a guardare. Lui non è più così, e i ricordi sono ferite aperte che non vuole rimarginare, sempre graffiate per farle sanguinare di nuovo.

Elena fissa lo scaffale, sbalordita. Sparita. La Mini Minor beige-marrone ha lasciato solo una leggera traccia chiara, rettangolare, al suo posto. Il cuore annaspa, la mente grida. NO. No no no no no. Elena sbircia dentro il negozio: la signora Luciana finisce di incartare un pacchettino delle dimensioni giuste. Un uomo, che volta le spalle, aspetta. Capelli biondicci, giubbotto nero e mani in tasca. Perché? Che se ne deve fare, quello, della sua preziosa reliquia?

Elena rimane ferma, il cuore che vuol scoppiare nel petto, il respiro in rivolta. L’uomo esce con foga, lo scontro è inevitabile. Il pacchettino cade a terra. Si china per prima lei, mentre l’uomo si scusa.

La carta è color oro a ghirigori marroni, non da bambini, il nastro verde scuro. Che se ne fa, lui? Elena si rialza con le dita che bruciano intorno all’oggetto.

– Spero che non fosse niente di fragile… – riesce a dire, con voce rasposa.

– No, no. È un modellino d’auto. Non si preoccupi. –

– Deve regalarlo a qualcuno? –

Elena solleva lo sguardo su di lui. Un viso piacevole, di giovane uomo, fiero. Niente di banale. Piccole rughe agli occhi contro la vita, domande mescolate a un sorriso gentile un po’ curioso.

– No… È per me. È stata una sciocchezza chiedere il pacchetto, ma… –

– Si è fatto un regalo? – Elena sorride quasi.

– Lei non se ne fa mai? –

– No – di colpo non vuole più parlargli, stargli vicino. Ma… – quel modellino, la Mini, ha un significato speciale per lei? –

– Come fa a sapere che è una Mini? –

– È quella che manca – Elena accenna con il capo al vuoto sullo scaffale in alto a sinistra.

– Lei è un’assidua frequentatrice del negozio di giocattoli? Ha dei bambini? –

– No, no… – si volta per andar via.

– La Mini… – la richiama la voce di lui, è una bella voce dai toni morbidi come crema calda. – Per lei ha un significato speciale, vero? –

Elena si ferma. Non sa cosa fare. Sente le lacrime, ma non può mostrarle a quell’uomo.

Non sa cosa fare.

– Scusa… – un tocco leggero la scuote. – Tienila. L’ho presa per te. Ecco… –

Nell’angolo dell’occhio compare il pacchettino di carta dorata e nastro verde posato sulla mano grande di lui.

– No, perchè? –

– Perché tu la vuoi. A me non serve. Te la regalo, e un regalo non si può rifiutare – c’è un sorriso nella sua voce.

– Non la voglio. –

– Hai da fare? –

– Perché?… Sto andando a lavorare. –

– Non puoi prenderti un’ora di permesso? –

– Non vedo perché. –

– Per spiegarmi che cos’ha di tanto prezioso un vecchio modellino d’auto, per te… E perché ti fa piangere. –

– Che t’importa? –

– La Mini è stata la mia prima auto. E tu? –

– Per me… l’ultima. La fine. –

– Non può essere già tutto finito. Forse non hai guardato bene davanti a te. –

– Non c’è niente, davanti. –

– C’è sempre un orizzonte, vicino o lontano. Ma per vederlo devi alzarti in punta di piedi, saltare, volare in alto… Così, guarda!… –

Il giovane uomo, sorriso di bimbo, saltellando e tirando il collo per veder in su, in alto, la prese per mano e la trascinò fino al caffè dall’altra parte della strada.

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Come citare questo articolo

Loredana Capellazzo. “Mini Minor modello ‘73”. Ventaglio Novanta, n. 30, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/mini-minor-modello-73/

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