Il bassopolesine, in quanto territorio in mano all’aristocrazia veneziana, fin dal suo nascere è stato strettamente collegato a Venezia sia per le vicende storiche, economiche e sociali, sia per gli aspetti religiosi.
Relativamente a questi ultimi, il legame dell’area (pur non nella sua attuale estensione) con Chioggia risale sicuramente alla nascita della Diocesi, che avvenne all’inizio del XII secolo, in seguito alla traslazione della residenza episcopale dall’antica sede di Malamocco.
Pertanto anche nel delta polesano, ha radici antiche la devozione ai santi martiri Felice e Fortunato, patroni della Diocesi e della città Chioggia, le cui reliquie furono collocate in un primo momento presso la chiesa di Sant’Andrea.
Il trasporto della sede episcopale da Malamocco a Chioggia fu determinato da circostanze connesse ad eventi naturali, ma vi contribuirono sicuramente anche scelte politiche. La variazione della sede non comportò però mutazioni rilevanti nei confini della diocesi clodiense, che continuò ad estendersi su un territorio eterogeneo per geografia, per cultura, per struttura sociale e per l’attività economica delle popolazioni, costituito da un ambito lagunare e dai luoghi prossimi alla parte terminale dei principali fiumi della penisola, arrivando fino a Loreo, cui facevano capo i centri abitati a sud dell’Adige.
Si trattava di una terra per lo più instabile e mutevole, marginalizzata per ragioni politiche, in specie nella parte polesana, che oltretutto era continuamente soggetta agli imprevisti delle stagioni e del clima, oltre che alle innumerevoli altre calamità che caratterizzano il tardo medioevo e il periodo rinascimentale. Qui, unico mezzo di trasporto efficace era allora la barca.
Nonostante questa situazione, o forse proprio per questo, il Polesine è stato oggetto di attenzione costante da parte di vescovi, tra i quali si annoverano uomini di grosso spessore.
Da ricordare innanzitutto il vescovo Jacopo Nacchianti, figura eminente della metà Cinquecento nell’ambito del Concilio di Trento, il quale gettò le basi per il rinnovamento della diocesi e per migliorare la religiosità dei fedeli, in quei tempi spesso frammista a forme di superstizione.
Rilevante fu anche l’operato del veneziano Lorenzo Prezzato, che fu vescovo a Chioggia nei primissimi anni del Seicento ed è ricordato come grande riformatore, sulla traccia delle innovazioni fissate dal concilio tridentino.
Da non dimenticare poi i vescovi Pasquale, Francesco e Antonio Grassi, appartenenti ad una facoltosa famiglia chioggiotta.
Per giungere a tempi a noi più vicini va ricordata la figura di Lodovico Marangoni, che, nel suo lungo episcopato, ebbe la responsabilità di transitare la diocesi nel XX secolo, in un periodo di grandi cambiamenti politici e sociali.
Grandissimo l’impegno per la soluzione dei problemi del Delta padano dimostrato da mons. Giacinto Ambrosi, vescovo nel periodo del secondo conflitto mondiale e della disastrosa alluvione del 1951, che devastò il paesaggio aggravando i problemi sociali ed economici di una terra già duramente provata dalla guerra e dove il livello di disoccupazione è sempre stato altissimo.
Questa fu la drammatica situazione ereditata da mons. Giovanni Battista Piasentini, vescovo dal 1952, quando iniziò la massiccia fuga della popolazione, specialmente verso la Lombardia e il Piemonte, alla ricerca di migliori condizioni di vita. Grande il suo impegno nella ricostruzione delle strutture pastorali e di quelle al servizio della collettività e nella realizzazione di nuovi edifici di culto, per aumentare la presenza nel territorio. Con questo scopo e preoccupandosi non solo degli aspetti religiosi, ha pensato di dilatare, soprattutto nel Delta, il numero delle parrocchie, promuovendo parecchie curazie al rango di parrocchie e dotando le chiese anche di asili, centri sociali, patronati e case canoniche. Amava questa terra e per questa terra si è battuto, ed è merito suo se esiste ancora la diocesi, che era stata indicata tra quelle da sopprimere in base a quanto stabilito nel 1966 dal progetto della CEI.
La costante attenzione e l’interessamento, principalmente nei momenti difficili (come le ricorrenti alluvioni) ha fatto sì che le comunità deltizie si sentano profondamente vicine alla diocesi clodiense. Alcune località parrocchiali e curazie presentano tuttora, anche attraverso segni esteriori, il loro legame con la sede vescovile.
Tra queste, in primo luogo, la curazia di Mea di Contarina, la quale, benché dedicata alla Madonna della Pace, conserva da lunga data due statue lignee dei Santi Patroni, fra le più belle e antiche. In anni recenti poi, la parrocchia di Donada ha fatto realizzare una grande icona con le immagini dei Santi Felice e Fortunato.
Il XVII centenario dei Santi Patroni
Un culto, quello dei Santi Patroni, ancora vivo e molto sentito, come dimostra la grande partecipazione di folla alle funzioni collegate con il diciassettesimo centenario del martirio dei due santi Felice e Fortunato, giovani martiri vicentini, uccisi ad Aquileia sotto la persecuzione degli imperatori Diocleziano e Massimiano all’inizio del IV secolo.
A Chioggia le celebrazioni sono iniziate l’11 giugno 2004, con un solenne pontificale presieduto dal Patriarca di Venezia Card. Angelo Scola e la processione lungo il Corso per la benedizione alla città e al mare. La “peregrinazio” per le vicarie nella primavera 2005 e i successivi riti liturgici dell’11 giugno costituiscono le altre cerimonie dedicate all’evento.
Nel contesto delle celebrazioni, di grande rilevanza si è presentata la ricognizione delle sante spoglie conservate nella cattedrale di Chioggia (secondo la tradizione il capo di San Fortunato e il corpo di San Felice) da parte dell’équipe guidata dal prof. De Caro dell’Università di Padova, esattamente cent’anni dopo quella voluta dal vescovo Marangoni.
L’urna è stata aperta il 23 aprile 2004, alla presenza del Vescovo di Chioggia Mons. Angelo Daniel, del sindaco di Chioggia, dott. Fortunato Guarnieri e dell’arciprete della Cattedrale don Vincenzo Tosello.
Chi scrive ha vissuto direttamente questa esperienza emozionante e veramente unica perché, insieme ad un altro polesano, Luca Mancin di Porto Viro, era stato incaricato di coadiuvare il prof. De Caro e i suoi collaboratori in tutte le fasi di verifica e di ricomposizione delle reliquie nell’urna d’argento che le custodisce da un secolo.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Luciano Scarpante. “Il legame di fede con Chioggia”. Ventaglio Novanta, n. 31, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-legame-di-fede-con-chioggia/