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STORIA - TRADIZIONI

La Comunità di Calto

Aspetti di vita sociale e religiosa dal XVI al XVIII secolo

di Giorgio Fioravanti

Ventaglio Novanta n. 31 2005 pp. 66–69

E’ il 4 settembre 1574, quando Mons. Giovanni Maremonti, legato pontificio in Ferrara, compie la sua visita apostolica alla comunità di Calto. Trova una chiesetta, dedicata a S.Rocco, molto deteriorata, priva di pavimento, con i muri che, a suo dire, richiederebbero un’imbiancatura di calce. All’interno ci sono tre altari. Ciò che lo impressiona maggiormente, però, è il campanile, che, con sottile ironia, descrive basso, scapitozzato, con una sola campana.

Tra il 1561 e 1562 si erano manifestati, infatti, sciami di movimenti tellurici, di lieve entità, che tuttavia avevano indebolito le strutture portanti, provocando, a più riprese, fenditure ai muri, sconnessioni al pavimento, dissesto del tetto, il crollo del pinnacolo romanico del campanile…

L’evento si ripete più volte anche tra il 1570 e il 1574, con intensità maggiore. Il 17 novembre 1574 la zona è sconvolta da “…una squassazione” senza pari che danneggia duramente “…ogni edificio…” e lo rende “…languido e caduco” (Pirro Ligorio: Libro o trattato di diversi terremoti). Dell’antico tempio originale rimane pochissimo: le fondamenta, alcuni muri d’angolo, sorretti dal troncone del campanile rimasto privo dell’unica campana.

Era un tempio molto antico: prima dedicato a S.Tommaso Apostolo, poi, durante la breve dominazione longobarda, fu dedicato a S.Silvestro. Divenne chiesa plebale nel basso medioevo, e quindi satellite della pieve di Massa due Basiliche (Castelmassa); era stato elevato a sede parrocchiale nel 1189 durante il pontificato di Clemente IV e tale riconfermata da Papa Celestino III nel 1266.

Il tempio del sec. XVI

I Caltesi, dopo l’ultima micidiale scorsa del 17 novembre 1574, decidono di rimboccarsi le maniche e sulle rovine del loro oratorio, ricostruiscono un nuovo edificio sacro. Infatti, il 14 luglio 1591 il vescovo della curia ferrarese, Giovanni Fontana, annota sul suo diario “L’oratorio, costruito di recente dalle fondamenta, ha l’altare privilegiato con la statua di S.Rocco in terracotta, due altari laterali ancora in fase di rifinitura, la facciata che guarda a ponente), un campanile incompleto con una sola campana, in attesa di altre per fare concerto…”

Giuridicamente dipende da Ceneselli, ma dispone di un cappellano residente che celebra la messa nei giorni feriali quando può e sempre nei giorni festivi. Vive delle offerte volontarie della “poco più di 400 anime da comunione”, (cioè da tredici anni in poi).

Il 15 settembre 1599, Mons. Fontana, compie una terza visita pastorale, nel corso della quale proclama solennemente eretta la parrocchia di Calto indipendente da quella di Ceneselli. Nomina il primo rettore, Don Ippolito Zapponi, da anni cappellano e residente in paese. La chiesa sarà poi consacrata nel 1605.

Il palazzo Riminaldi

La comunità Caltese, intanto, si sta organizzando, civilmente e socialmente. Dalle mappe periziali dell’epoca si rileva come l’impianto urbanistico del paese fosse regolato da un rapporto sincrono fra centro abitato e possessioni. Due assi viari, che s’intersecano al centro della piazza, consentono il passaggio da e per il Po e l’entroterra.

L’abitato è dominato dalla villa del Signore: una caratteristica casa padronale di campagna di stile ferrarese, sorta alla fine del 1300 o ai primi del 1400, fatta costruire da Matteo Casella, investito “iure feudi”, da Alfonso II d’Este, “d’una possessione posta in Calto, casamentiva, di più case, divisa in più pezze di terra”.

Sarà acquistata nel 1620 da Giovanni Riminaldi, discendente da una famiglia di elevato prestigio politico al servizio dei duchi ferraresi e dello stato Pontificio. Il figlio Carlo Antonio, la ristrutturerà, secondo i canoni architettonici dell’epoca, abbellendola con fregi e dipinti di pregio.

Per sua volontà, verrà sepolto nella chiesa presso l’altare, da lui voluto e finanziato, dedicato alla triade delle superdonne della cristianità: la Madonna, Santa Lucia, Sant’Agata.

Il palazzo, passato in proprietà, ai primi dell’Ottocento alla famiglia Panza, sarà donato alla Comunità Caltese, a fine Novecento, quando i Panza, coinvolti nello “scandalo della Banca Romana”, emigrarono negli Stati Uniti.

Nel 1906 l’edificio verrà quasi completamente demolito e ricostruito in stile “umbertino”, per ricavarne la sede del comune. (Dell’antica villa è rimasto lo scalone e la sala delle feste al primo piano).

La Casa della Comunità

La produzione agraria, è essenzialmente il perno dell’economia locale, cui si associa un artigianato “di servizio”. La maggior parte dei terreni sono di proprietà dei residenti, che in parte, conducono direttamente e in parte, danno in lavoro con la forma contrattuale del “livello”, cioè una forma enfiteutica, che impone al lavorante la residenza in loco, con manifestazione di diretta dipendenza dal padrone.

Accanto alla chiesa sorge “la casa della comunità”, polo accentratore della vita sociale, ed economica. Fu sede amministrativa dei “due Savj” ai quali, in pratica, era affidata l’amministrazione civile della comunità, il Cavarzellano (agente delle imposte) per la riscossione del “Terratico” (tassa dovuta per le opere idrauliche straordinarie).

Cominciano le opere di bonifica e di sistemazione agraria dei terreni. Sotto il porticato, della “Casa della Comunità” ogni venerdì si tiene il mercato.

Il Cardinale Legato Paolucci emana una serie di “decreti per il miglioramento della Com.tà di Calto”, che regolano i rapporti sociali, la gestione e la contabilità dei beni comuni che nel frattempo la Pia Congregazione aveva accumulato. Tra questi una stalla, un granaio, ed un’osteria che era ceduta in affitto al miglior offerente. Il Granaio, capace di contenere oltre “50 moggia” (più di trecento quintali) è amministrato da un “Granarista”, nominato “in perpetuo, tranne il caso di grave colpa” che riceve il deposito dei cereali raccolti e, su ordine dei “Savj”, dispensa “il formentone ugualmente ai veri poveri, a staio raso, originari e viventi in Calto, con l’impegno che venga restituito a staio colmo”. “L’usura”, va a costituire “un monte” che non deve mai scendere sotto i 25 moggi.

La nuova chiesa

Nel 1689 è nominato parroco Don Gio. Batta Finatti, E’ un prelato dinamico ed intraprendente. Raduna i capifamiglia, ottiene il loro consenso, come ottiene l’approvazione del suo Vescovo, decide e attua l’ampliamento della chiesa.

Costituisce un comitato, composto da fabbricieri, dalla Pia Confraternita del Santissimo, dalla Compagna dei Cordigeri. Una vera mobilitazione popolare. Si forma un fondo, presso il Monte di Pietà di Ferrara, dove confluiscono tutte le offerte “…di tutti li maggiori dignitari anco di tutti li poveri del popolo…” Incarica Vincenzo Santini, muratore, capomastro, architetto, capostipite di una famiglia di architetti, di redigere il progetto.

Il progetto prevede l’ampliamento della chiesa esistente, sopravanzando a sud, sul territorio dei Riminaldi a nord su proprietà Foresti, dando consistenza ad una pianta rettangolare con una navata centrale e due laterali, divise da pilastri in muratura, sormontati da archi a tutto sesto.

La navata centrale termina con l’arco trionfale a tutto sesto. Viene ampliata a nord, sui terreni dei Foresti per realizzare il presbiterio rialzato, a pianta quadrata, con soffitto a vela ed altare, sormontato da un ciborio di legno, con putti e decorazioni dorate. (Il Ciborio è andato disperso e l’altare è stato sostituito con altro in marmo bianco di Carrara, poco prima del Concilio Vaticano II).

Lateralmente ci sono i matronei separati da un inginocchiatoio di marmo e da una grata di legno. Superiormente ci sono i palchi per l’organo e sul lato opposto per la “schola cantorum”. Infine viene costruito il coro semicircolare. Si prevede anche la costruzione di un cornicione interno sui lati della navata centrale, del presbiterio e del coro.

All’esterno l’aspetto più innovativo è costituito dalla nuova facciata rivolta a sud, sulla quale campeggiano quattro nicchie con statue in tufo dei fratelli Bonazza (una delle statue fu distrutta da una granata il 25 aprile del 1945).

Il capomastro Santini dirige e partecipa ai lavori personalmente apportando, soprattutto nelle fondazioni dei pilastri, quelle varianti e quei consolidamenti dettati dalle sue conoscenze e dalle sue esperienze, per garantire la staticità dell’edificio.

La nuova chiesa, che corrisponde all’attuale, ha solenne benedizione il 20 novembre 1707 dal Delegato del Card. Taddeo Del Verme, vescovo di Ferrara.

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Come citare questo articolo

Giorgio Fioravanti. “La Comunità di Calto”. Ventaglio Novanta, n. 31, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-comunita-di-calto/

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