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STORIA - TRADIZIONI

Le scuole elementari di Castelmassa

Il sistema di istruzione dopo l’annessione del Veneto all’Italia. Dalle aule vuote alle aule insufficienti

di Amina Bongiovanni

Ventaglio Novanta n. 31 2005 pp. 74–77

10 ottobre 1866. A Massa Superiore, scomparsa da agosto la Cavalleria austriaca, si stabiliscono sei RR Carabinieri. Conclusasi la Terza Guerra di Indipendenza, il Veneto è annesso al Regno d’Italia: la sudditanza all’Austria è finita. Si liberano passioni e rancori.

Il primo a farne le spese è il Parroco, Ispettore scolastico delle scuole del distretto, noto austriacante. Minacciato è costretto alla fuga. Anche i rapporti con la chiesa, già tesi in sede nazionale si deteriorano in ambito locale. Con Decreto Prefettizio i deputati comunali assumono la funzione di Giunta.

In base alle leggi del nuovo regno, bisogna far funzionare la scuola ora “obbligatoria” la cui gestione finanziaria è affidata ai Comuni. Un rompicapo. Lo Stato d’Anime (anagrafe) è custodito in canonica, così pure i registri scolastici. I maestri reclamano gli stipendi arretrati.

Si esamina la situazione istruzione. Esistono quattro classi femminili con due sole maestre; prima e seconda classe maschile: 3 maestri; una sola classe terza. Un solo maestro era abilitato ad insegnare nella quarta classe, la più difficile a cui pochissimi accedevano, tanto che il poveretto si divideva tra i paesi di Massa, Castelnovo e Calto. Pure un solo bidello prestava servizio nei tre comuni.

Una debole ossatura di scuola, addossata al campanile. Non si trovano documentazioni sugli alunni che restano invisibili sullo sfondo dell’immobilismo scolastico e del cambiamento del quadro politico.

Si riaprono le scuole, si riassumono i maestri precedenti. Si gestisce l’esistente. Passano pochi mesi.

Con decreto prefettizio del 29 marzo 1867 a Massa si insedia il primo Consiglio Comunale. Il problema scuola è tra le priorità.

Per alcuni anni nella scuola nulla cambia: una situazione che sembra impermeabile ad ogni innovazione. Persiste l’assenteismo.

Nei due anni successivi dai documenti rimbalza la tensione tra il Clero locale e le nuove autorità. Dispetti e ritorsioni. Mancata consegna dei registri scolastici da parte dei sacerdoti. Licenziamento di una anziana maestra di nomina diocesana. Maestri austracanti che se ne vanno prima del termine dell’anno scolastico.

Frettolosa unione, da parte delle autorità, di classi con un numero incredibile di alunni. Una prima classe maschile batte un record: iscritti 90 !! Un terremoto di colpi di scena e situazioni.

L’anno scolastico 1869 finisce alla menopeggio. L’Amministrazione comunale diffonde bandi di concorso. Si redige un “Regolamento Disciplinare relativo alle scuole del comune” composto di cinquanta articoli, ma che vale per le scuole del Distretto. L’insieme delle norme apre uno squarcio sugli albori dell’organizzazione scolastica. Sono fissati i doveri e i compiti dei maestri. Si insiste molto sulla disciplina, si proibiscono mezzi coercitivi per ottenere obbedienza ma, se proprio gli alunni non intendono ragione … “si può trattenerli a scuola per una o due ore oltre l’orario”.

Il calendario scolastico si conforma alla luce naturale e ai ritmi della campagna. Le scuole iniziano a fine ottobre o primi di novembre.

Da quest’epoca fino a Pasqua le lezioni si tengono solo al mattino dalle 9 alle 12. Da Pasqua a luglio sono previsti due rientri: 8-12; 16-18, il giovedì scuola solo al mattino e il sabato solo pomeriggio (la mattina c’è il mercato settimanale). Un orario flessibile. Diversamente, nei mesi più freddi, nella giornata di sabato si fa vacanza.

Persiste l’assenteismo, ma non si perde tempo. Si acquista, dalla Ditta fratelli Mure di Torino, una collezione di tipi dimostrativi del Sistema Metrico Decimale, divenuto il sistema unico di misurazione su tutto il territorio nazionale.

Le scuole serali e festive sono frequentate, più che dai contadini, da artigiani, esercenti e commercianti per apprendere il nuovo sistema di misurazione. Il clero non è più nelle scuole. I docenti sono tutti laici. Il rapporto di lavoro Parrocchia-Comuni si interrompe. Ora tutte le classi esistenti hanno un titolare.

I documenti fotografano i maestri. Persone vaganti che, al momento dell’emanazione della Legge Casati, non avevano una precisa figura giuridica. Muniti di una generica “patente d’idoneità all’insegnamento” vivevano da poveracci. Il livello culturale era di poco superiore a quello elementare. Faticavano a sbarcare il lunario. Come dipendenti municipali erano soggetti alla discrezionalità dei sindaci che, in caso d’incapacità o d’infermità, potevano licenziarli con un semplice avviso.

Nell’archivio si trovano domande per occupare un posto vacante da Modena, Carpi, Borgofranco, Como, Rovigo, Roma, Salò, Mirandola, Calto, Maderno… .

Abbondano le suppliche per ottenere anticipi sull’onorario da restituire in rate lunghissime che rimarcano la loro insicurezza e il loro senso di abbandono.

Finalmente nel 1871 viene effettuato il primo censimento del Nuovo Regno con Roma capitale.

Nella nuova Italia gli analfabeti sono circa quindici milioni. Nel nostro Distretto l’obbligo scolastico è disatteso e si dirama a rivoli, entro precisi confini. Frequentano coloro che sono più vicini alle scuole. La campagna resta esclusa, isolata. A Massa giunge qualcuno di Via Argine Po’, altri da S. Martino, dalle Camatte, qualche coraggioso di Via Argine Vegri, alcuni benestanti di Castelnovo.

L’eco del richiamo scolastico si spegne man mano ci si allontana dal campanile. Il Ministero, tramite Prefetti e Provveditori, preme sulla municipalità. Circolari giuste, pragmatiche, ma prive di analisi sociali. Gli amministratori locali, al contrario, sono più attenti nell’analizzare le cause della mancata frequenza. Dalle relazioni del Soprintendente scolastico e del Sindaco emerge l’amara realtà del mondo contadino.

Con la pancia vuota l’istruzione non è un bisogno primario. E’ percepita come un appannaggio dei benestanti o al massimo utile per quel tanto che basta: saper leggere e fare la propria firma.

Necessità è il lavoro. Gli Amministratori mandano maestri per le case, si cerca di modificare l’orario scolastico estivo pomeridiano. Il muro delle famiglie resiste. Eppure qualcosa è cambiato. L’istruzione come necessità o riscatto sociale è avvertita dagli adulti. Le scuole serali e festive sono le più frequentate. Comincia a farsi strada l’idea che se gli alunni non vanno a scuola, la scuola deve andare da loro.

Si individua la frazione Pio (cinque chilometri dal centro) quale luogo in grado di raccogliere più scolari (da Via di Mezzo e Via Mastellara). Occorre eliminare ostacoli quali: distanze, stato delle strade, stagioni inclementi.

Anni di sforzi, di tentativi di innovazione. Una dura e dettagliata analisi del dott. Giò Batta Bianchi, Soprintendente scolastico alza il velo sulla situazione nel Distretto.

Nel consiglio comunale del 5 settembre 1877 denuncia carenze, lassismo, indifferenza delle autorità preposte. Inutile cullarsi sul numero degli iscritti l’istruzione è un fallimento. Occorre guardare la scuola dall’interno, non sbirciarla dai vetri di una finestra. La relazione sul Consiglio Comunale ha l’effetto di uno schiaffone salutare.

Subito si decide che: Giunta Comunale, Consiglieri, compresi quelli supplenti, assisteranno agli esami. Un’ispezione in piena regola. Risultato: stato dell’istruzione pessimo; lacune nel Regolamento; cattivo funzionamento delle scuole; rilassatezza dei docenti nello svolgimento del loro compito. Morale: se il gatto dorme, i topi ballano.

Si delibera: 1) Stesura di un nuovo regolamento. 2) Nomina di una Soprintendenza composta di tre membri perché si dovrà istituire una nuova scuola in località Pio. 3) Vengono nominate anche tre Ispettrici al posto di una per le scuole femminili. 4) Si arriva alla dolente questione-maestri. Basta adagiarsi, basta lassismo. Li si informa “sull’infelice esito degli esami”. Si raccomanda loro zelo, attivismo, più attenzione nei loro compiti. Non mancano le minacce. Se i risultati del prossimo anno scolastico saranno identici, “la Rappresentanza Comunale sarà costretta ad adottare opportune misure…”. In parole povere licenziamenti in vista.

Il 15 luglio 1877 viene varata la “Legge Coppino” inerente la riforma dei programmi. Le materie di studio sono ampliate, ma sono anche inasprite le pene agli inadempienti l’obbligo scolastico, con lo scopo di destinare l’importo delle multe “a premi e soccorso per gli alunni”. La legislazione scolastica precedente prevedeva l’esenzione dall’obbligo per i fanciulli in evidente stato di povertà. Un’ingiustizia che la legge cerca di sanare. I braccianti e i mezzadri hanno redditi così bassi che la pur minima spesa per la scuola non sempre è sopportabile.

Nel Distretto Scolastico massese già da tempo si redige un elenco degli alunni le cui famiglie versano in gravi difficoltà economiche: per la scuola vengono provveduti del necessario. Dai dati si ricava un numero parziale: circa duecento. Un calcolo non esatto considerato che l’obbligo scolastico, prima della Legge Coppino, era in larga parte disatteso. Finalmente in località Pio si istituiscono due classi: una inferiore maschile e una femminile.

Negli ultimi anni ‘70 dell’800 a Massa si assiste ad un fermento d’iniziative.

Si introduce l’insegnamento della ginnastica. Viene istituita una prima Biblioteca Popolare e si registra un fatto che segnala un cambiamento di mentalità. Viene presentata un’istanza la Consiglio Comunale sottoscritta da più di trenta residenti tra Via di Mezzo, Via Cascina e dintorni (zone rurali). Si chiede che la scuola in località Pio sia traslocata al quadrivio della Cascina 1879. La precisa localizzazione topografica sottintende discussioni, indica che comincia a diffondersi l’esigenza dell’istruzione. L’idea è buona, ma rimandata a tempi economicamente migliori.

L’aumento dei frequentanti la scuola è in ascesa. Ci sono classi di 80, 90 alunni e il massimo numero consentito è di 60! Una situazione rispetto al 1866 completamente ribaltata. Si dirada l’apatia che avvolgeva l’obbligo scolastico.

Gli alunni della scuola pubblica, più che “obbligati” all’istruzione, sembrano dei “forzati”. Dagli elaborati e dai testi scolastici scampati alla dispersione emerge una scuola senza sorriso che con le sue letture e le sue poesie insegna “ad essere un buon povero-felice” che rinuncia per amor di povertà. Gli oggetti del desiderio sono banditi, ritenuti pericolosi per una massa di diseredati per la quale il pane è un lusso. Una scuola difficile, in bianco e nero: promossi o bocciati. Una scuola percepita come matrigna.

Gli ultimi decenni dell’800 e i primi anni del ‘900 sono caratterizzati da scontri tra opposti schieramenti politici, da crisi di governo, da tensioni sociali, da dibattiti tra pedagogisti. Le riforme riflettono l’epoca.

Dal 1888 al 1905 si attuano ben quattro riforme scolastiche. Il punto dolente della scuola rimane sempre il metodo d’insegnamento nonostante la classe docente possieda più professionalità.

La società è cambiata, c’è fame di istruzione. A Massa tutti vogliono andare a scuola: bambini, ragazzi e adulti. Le bambine confinate nel ruolo di massaie analfabete, da secoli si tengono a casa fino a dodici anni se distanti dalla scuola, poi, ritenendo che possano percorrere distanze da sole, affollano le classi, anche se per loro sono ancora previsti banchi particolari o “donneschi”.

Nasce “una piccola borghesia” consapevole dell’importanza di essere persone istruite e le aule si rivelano insufficienti.

(…Continua nel prossimo numero)

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Come citare questo articolo

Amina Bongiovanni. “Le scuole elementari di Castelmassa”. Ventaglio Novanta, n. 31, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-scuole-elementari-di-castelmassa/

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