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UN RICORDO

Pacale e John

Due melaresi, padre e figlio, per quasi un secolo attivi passatori del Po

di Raffaele Ridolfi

Ventaglio Novanta n. 31 2005 pp. 84–87

Quanti saranno stati – chi per necessità, chi passione – coloro i quali con la loro “sandolina” avranno solcato le impervie acque del Po nei secoli passati? Molti sicuramente.

A Melara la presenza di navigatori del Po è testimoniata nei documenti fin dal XII secolo.

Un tempo i più assidui frequentatori delle acque del grande fiume erano i mugnai oppure i navicellai. Uno di questi, Pietro Antonio Gobbi, vissuto nel Settecento, ha voluto legare il suo nome ad un bell’altare della chiesa parrocchiale erigendolo a sue spese.

Ma in questo intervento si intende rivolgere l’attenzione al secolo da poco concluso, ed in particolare l’interesse si appunta su due persone la cui vita è stata intimamente legata al Po: padre e figlio, cioè Pasquino “Pacale” Soriani (1898-1964) ed Ottorivio “John” Ferri (1933-2001).

A Melara e zone vicine, come Bergantino ed Ostiglia per rimanere “nel lito mancino” del Po, come ricordava l’Ariosto, e poi Borgofranco, Bonizzo e Carbonara per quello destro, chi faceva questo lavoro era conosciutissimo. Sia nei giorni feriali che di mercato e naturalmente in occasione di eventi particolari per le località citate, come fiere e festività di paese, il nome dei passatori era sulla bocca di tutti, specie quando i ponti erano una realtà ancora lontana dal concretizzarsi.

Pasquino ed Ottorivio, rispettivamente padre e figlio, furono legati da un unico destino con una vita spesa, anzi, bene impiegata sul fiume. Personalmente, per l’età che porto, non ho potuto conoscere il mitico “Pacale”, ma il figlio “John” un pochino sì; e forse sono stato uno degli ultimi che lo ha potuto sentire prima che la sua vita si spegnesse in seguito ad una grave malattia.

Di “Pacale”, dell’onorificenza ricevuta dal comandante degli Alleati Alexander, è stato scritto molto, e nella memoria di anziani è ancora ben vivo il suo ricordo dopo 40 anni dalla morte. Un vero “personaggio”, umile, saggio quanto bastava, nelle impervie situazioni della vita, che ha visto il dramma di due grandi guerre.

“Pacale” era noto anche per la celebre frase di risposta a chi chiedeva quanto gli doveva per il trasbordo da una all’altra sponda: “Dem quel che a ghì”. “Datemi quel che potete”, poche sincere parole che riassumevano tutto il significato della vita di chi, nato in golena a Po, ha sempre ricevuto l’apprezzamento ed il rispetto, anche di chi abitava in piazza e con ben superiori possibilità economiche.

Una grande persona “Pacale”, che nella sua carriera ha potuto conoscere umori, confidenze, amori e passioni di tanti abitanti delle due sponde. Conoscenze queste sempre mantenute nel segreto del suo lavoro durato 50 anni e nel corso del quale si calcola avesse traghettato 200.000 persone percorrendo, con l’ausilio dei remi, ben 120.000 km.

“John”, classe 1933, figlio naturale di Pacale, fu al fianco del genitore sin dalla tenera età, perché nato in via Fornaci sul rione del Po ove abitò sino al 1967. A bordo del suo Batèl fu fra i primi a portare soccorso dopo la rotta del 1951 e le persone aiutate in quel frangente non si contarono. Qualche anno dopo avere provato anche mestieri in campagna, quale abile trattorista presso i “Pisanara”, ovvero i Ridolfi della Mariconda, si sposa e decide di seguire il suo istinto sulle acque del grande fiume.

Dal 1955-56 è sotto la ditta Cossira di Venezia, dapprima quale cuoco per due mesi, poi pilota e primo ufficiale vie fluviali. Ed allora eccolo intraprendere viaggi verso Cremona, Trieste, La Spezia, Ragusa, sino a spingersi in Jugoslavia e in Spagna. La sua conoscenza delle acque, unita all’abilità di manovra, era tale che negli anni ‘80 fu considerato il pilota più abile del Po, senza che mai se ne vantasse.

Nel 1969 sotto suoi consigli vennero costruiti due rimorchiatori nei cantieri liguri: il La Spezia ed il Rovigo, adattati per la navigazione nel Po.

Cisterna 1, 2 3, 4 5 e 6, l’Entella, il Belice, lo Storione, La Spezia, il Rovigo, l’Albertina Amoretti, il Tellaro, il Guancio, questi gli enormi rimorchiatori che ha guidato in oltre 36 anni d’attività per trasportare materie prime. Fu testimone diretto della rivoluzione che dagli anni ‘60 ha segnato la navigazione interna: prima con l’introduzione del motore, poi notturna, indi con l’uso del radar ed infine con l’avvento dei convogli a spinta.

Ma nel 1980 avviene una svolta, dopo un’esperienza con la Moretti di Parma, gli viene offerta la guida della motonave “Stradivari”, che accetta anche perché così rimane più vicino a casa. È un onore pilotare la lussuosa nave per crociere lungo il fiume, un traguardo dovuto alla fama che l’ha preceduto. Il “John”, come viene chiamato sulle barche, da tempo insegna a molti ragazzi a divenire pilota. Lui, che aveva solo la terza elementare, ma rispettato per i gradi dell’anzianità a seguito dei molti anni spesi a solcare il Po, ora insegna a pieno titolo.

La nave passeggeri Stradivari non era barca di poco conto: lunga 63 metri, larga 10, un’ammiraglia capiente di 400 posti, dotata di ristorante, ha avuto passeggeri illustri, tra i quali De Mita.

Cremona-Mantova-Venezia e ritorno: nove ore in discesa da Mantova, 13 da Cremona e quasi 17 nel rientro controcorrente. Ma Ottorivio non era certo tipo da politica né da “par condicio”: a bordo del Virgilio accompagnò anche Umberto Bossi da Cremona a Venezia per la proclamazione della Padania.

Mai parlato di politica Ottorivio, una vita spesa per il lavoro e la famiglia. Quando era al lavoro pensava a casa e quando era a Melara “An l’era minga bon da star a cà, al gheva da andar a Pò” dichiara la moglie Dirce.

Ma com’era Ottorivio? “Non lo vedevo tanto, ed a volte ero un poco in soggezione, ma l’affetto che avevamo era vero e sincero, sicuramente mi ha dato molto”, ricorda il figlio Marino più giovane della sorella Nelda. Per qualche anno la moglie lo ha seguito in barca, occupandosi della cucina a bordo della Stradivari. Sue specialità le tagliatelle e gli arrosti, mentre lui amava cucinare il pesce.

Come hobby costruiva modelli in scala di antiche imbarcazioni (naturalmente), alcune delle quali sono state esposte in diverse mostre. Quando transitava lungo il Po, nei pressi di Melara annunciava il suo passaggio con la sirena e dall’argine i saluti non mancavano mai.

All’indomani delle sua dipartita, nel luglio 2001, i giornali locali mantovani, rodigini e del settore gli hanno tributato i doverosi onori. Sentiti riconoscimenti per chi molto ha dato, quale ambasciatore della nebbia, del suo grande fiume. Giusto e commovente quindi che il suo commiato sia avvenuto transitando lungo l’argine, dinanzi al “suo” amato Po.

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Come citare questo articolo

Raffaele Ridolfi. “Pacale e John”. Ventaglio Novanta, n. 31, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/pacale-e-john/

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