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ARTEOGGI

Le creazioni di Luciano Pavanello

Il mio incontro con l’inconsapevole artista di Canale

di Adriano Romagnolo

Ventaglio Novanta n. 31 2005 pp. 91–94

Voglio fare conoscere ai lettori del Ventaglio il maestro d’arte Luciano Pavanello, un artista polesano sicuramente originale, ma tanto schivo che ben pochi conoscono. Le sue opere – grazie ad un’intelligente iniziativa attivata da Aurora Gardin presidente del Gruppo Autori Polesani – sono state esposte a Rovigo in sala Celio in occasione della presentazione del sito del Ventaglio: www.ventaglio90.it.

Dico subito che la mia “scoperta” del genio artistico di Luciano Pavanello è stata del tutto occasionale, legata al comune interesse per il canto corale e la frequentazione del coro ‘Monte Pasubio’, nell’ambito del quale ebbi la ventura di trovarmi proprio al suo fianco, nel reparto delle voci dei bassi. Quello che mi colpì in lui, subito, fu la facilità e la semplicità dell’approccio, il superamento di ogni imbarazzo con un’osservazione arguta, tra il serio ed il faceto, l’invenzione di un calembour, un gioco di parole, un accostamento ironico, una battuta sdrammatizzante.

Scoprii quasi subito la sua arte di lavorare il ferro, questo materiale che, per essere piegato, esige di essere assolutamente dominato attraverso il fuoco, la forgia e la piena consapevolezza di ciò che si vuole ottenere attraverso i colpi del maglio. Non si può tergiversare o stare ad arzigogolare di fronte ad una verga di ferro rovente, bisogna solamente battere e battere quel tanto e nella maniera giusta per ottenere la forma voluta, prima che si raffreddi.

Luciano Pavanello scherzosamente, non senza una dose di auto ironia, in mezzo a questa società di dottori e addottorati, veri o fasulli che siano, ama definirsi anche lui un dottore, certo un “dottore… in favarologia, o in favararia”: fabbro dunque, un’attività da molti probabilmente concepita come un lavoro d’altri tempi! Forse così pensa lo stesso Pavanello, senza ben rendersi conto di essere un epigono eccelso della essenzialità e della originalità della razza umana che, prima di andare a scuola, fu autodidatta per sfida o per necessità. Prima dell’homo sapiens vi fu infatti l’homo faber, cioè quell’essere primordiale che seppe sfruttare le risorse del creato adattandole ai propri bisogni spirituali e di sopravvivenza.

Luciano Pavanello è nato a Rovigo nel 1939 da una famiglia di gente modesta che doveva affrontare ogni giorno il problema di conciliare il pranzo con la cena. Questa condizione non gli permise di affrontare studi più impegnativi e complessi, come forse egli avrebbe desiderato. Dovette accontentarsi, dopo le scuole elementari, di frequentare un breve corso di formazione al lavoro presso la popolarmente detta ‘scuola di arte e mestieri’ (scuola professionale) che si collocava a poche centinaia di metri da casa sua nel quartiere di S.Bartolomeo di Rovigo.

Frequentando quella scuola ebbe la fortuna di incontrare un grande maestro d’arte, Cesare Zancanaro, insigne artista rodigino del ferro battuto, le cui opere si trovano ancora oggi disperse un po’ ovunque nella città.

La cosa più interessante è che durante il periodo estivo, nonostante la chiusura delle lezioni, i maestri d’arte tornavano nelle officine ad esercitare il loro sapere, a coltivare per il loro bisogno individuale il proprio senso artistico ed estetico, senza la preoccupazione di doverne fare oggetto di lezione con gli allievi, a sbizzarrire il proprio senso artistico secondo la fantasie ed il desiderio del momento. Luciano in quelle occasioni ritornava tra loro come garzone di bottega, iniziando ad affinare la sua già ricca manualità nel piacere di dare forma ed espressione al ferro attraverso la forgia ed il fuoco, coniugando a poco a poco la tecnica alla fantasia, al servizio della creatività.

Da garzone di bottega imparò arte e disciplina. E arte e disciplina cercò di comunicare più tardi ai suoi allievi quando l’ing. Marchesini, il fondatore dell’Istituto professionale per l’industria e l’artigianato (IPSIA) di Rovigo, lo chiamò a collaborare come assistente tecnico pratico e coordinatore dei laboratori. Arte e disciplina che si esprimeva, magari, nella gestione severa dei laboratori, nell’esigenza di tenere in ordine gli strumenti di lavoro, nella precisione pretesa, che rasentava a volte la pignoleria, nell’esecuzione dei cosi detti ‘capolavori’, come venivano chiamati i pezzi di esercitazione.

Quando Pavanello parla della sua esperienza scolastica, dei suoi rapporti con gli allievi, diventa un torrente in piena di notazioni didattiche, di ricordi, di consigli. La consapevolezza della sua funzione docente è ancora forte; sa di avere difeso l’ordine mentale contro la sciatteria, la superficialità; di avere dato ai suoi allievi le dritte giuste per diventare degli ottimi operai o dirigenti. Questo lo riempie di legittimo orgoglio e di intima soddisfazione. Ogni più alta aspirazione finisce lì.

Al riconoscimento di altri meriti non aspirò mai. Se questo gli torna ad onore, è invece biasimevole – e qui lo si sottolinea con disappunto – che nessuno, nel pur variegato mondo culturale della città, abbia tentato di fargli cambiare opinione, così come nessuno dei personaggi che contano si è mai fatto avanti per valorizzare il suo talento.

Nella sua vita Pavanello ha fatto anche il fotografo. Per arrotondare i magri guadagni di dipendente statale, nei momenti liberi dagli impegni di lavoro, divenne fotografo e inviato speciale per conto della redazione provinciale del Il Resto del Carlino, attività nella quale esercitò ancora di più il suo senso estetico e la capacità di osservazione e di cogliere, in un oggetto o in una scena, l’aspetto essenziale, per sottolineare un sentimento, un’emozione, un elemento che sapesse narrare, che sapesse comunicare un messaggio. Le sue fotografie, tutte, hanno un significato, per il taglio, per la luce, per le caratteristiche del soggetto, per l’attimo fuggente che viene fermato.

Curioso autodidatta, modesto di carattere, Luciano Pavanello si schermisce se qualcuno lo indica come artista: ‘Ma va là, on artista mi; – esclama in dialetto se glielo fai rilevare – ma varda che man! xele quele de on artista? Mi son solo on favaro. E questo a l’è solo fero, varda, a l’è fero batù col fuogo”. In effetti le sue mani sono quelle di un artiere, scottate dal fuoco quanto basta, screpolate e callose come una vecchia suola da scarpe, pregne di polvere e di caligine annosa, che indica maggior confidenza con la polvere del carbone e le scorie del ferro scaldato all’incandescenza bianca dalla forgia della fucina, piuttosto che la frequenza dei raffinati ateliers d’arte alla moda.

Nella sua modestia Luciano Pavanello dimentica che i grandi artisti del passato dai Ricchieri (rodigini) a Cesare Zancanaro a Murer a Manzù a Cellini, furono dei grandi artefici del ferro; anch’essi prima di tutto erano dei grandi fabbri, con le stesse identiche mani sporche di carbone e callose di scottature.

Luciano Pavanello lavora il ferro rovente di fuoco e si occupa quasi esclusivamente di oggettistica prevalentemente di uso comune. Lavora per hobby, secondo quanto gli detta l’estro del momento, per il gusto di vedere un oggetto nascere e concretizzarsi. Sono oggetti a dire il vero originali ed unici, che regala con slancio e simpatia.

Sono nati così e sono stati impietosamente dispersi mille deliziosi oggettini, dalle rose ai fiorellini delicati dai petali di rame, alle farfalle, ai funghi, alle tartarughe, ai piccoli e stilizzati crocefissi, alle piccolissime figure stilizzate del presepe, alle lumache che vengono mimetizzate, quasi una sua firma o marchio.

Ma non mancano anche realizzazioni di dimensioni ragguardevoli: lo ricordo nella sua officina-antro di Canale alle prese con una grande croce doppia, commissionatagli da un munifico cittadino di Rovigo, per la facciata della Chiesa della Beata Vergine di Pompei (meglio conosciuta come la Ceseta de le Fosse). Si tratta di una croce doppia di ferro battuto, messa insieme a forza di chiodi a fuoco e di cunei di ferro (senza l’uso delle moderne saldature autogene) di oltre due metri di altezza, che oggi è collocata sul frontone della chiesa citata e che si può ammirare dallo slargo sottostante.

L’ho visto restaurare, con infinita pazienza, andandosi a studiare le tecniche costruttive dell’epoca, un meraviglioso cancello stile liberty per una villa rodigina.

Voglio anche ricordare la grande scena del presepe, eseguita con tondino di ferro, che ha regalato alla sede del coro Monte Pasubio, in cui le sagome delle figure sono tracciate in modo che il gioco di luce proietta sullo sfondo bianco del muro due, tre, quattro scene simili, in un balenio fantastico e suggestivo di linee e di curve.

Luciano ama il bulino e la mola che gli permettono di osservare, di lavorare anche sui particolari, di riprodurre ciò che l’occhio del fotografo sa osservare. Fissa con la mente quella linea essenziale che la dura materia contiene. Sa fin dove deve arrivare per liberare la forma contenuta. A questo proposito sono ormai famose le sue rose in ferro battuto, con il fiore ed i petali dai molteplici colori, ottenuti con l’accostamento di losanghe, di strisce, di fette a triangoli, di diversi metalli accostati secondo tonalità colorate insite nella natura stessa del materiale. Oppure le sue variopinte loriche romane, in cui la varia colorazione è data dall’accostamento di losanghe di metallo, di cuoio, di stoffa, di cinghie e di fibbie, oppure le sue farfalle in cui è possibile vedere in pratica l’applicazione delle sue teorie sull’uso dei metalli.

Questo ottimo artigiano o artista inconsapevole si offre solo ultimamente al pubblico. Dopo reiterate insistenze di amici ed estimatori ha accettato, ma con molta ritrosia, di mettere insieme gli oggetti che ha esposto in una mostra presso la biblioteca e pinacoteca pubblica di Stanghella nel 2004. E, ovviamente, i positivi riscontri non sono mancati: calorosi gli apprezzamenti espressi da tanti nei confronti delle molteplici creazioni dell’inconsapevole artista di Canale

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Come citare questo articolo

Adriano Romagnolo. “Le creazioni di Luciano Pavanello”. Ventaglio Novanta, n. 31, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-creazioni-di-luciano-pavanello/

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