L’esposizione è aperta da qualche giorno. Il tempo, con la sua cronometrica logica, non mi ha consentito di presenziare alla inaugurazione ma non potrò mancare di incontrare, dopo molti anni, un amico; un adriese che trattiene, nel suo intimo migliore, la originaria vocazione d’amore per la sua terra polesana anche se da tempo trapiantato in Piemonte ove, portato dalle necessità di vita, ha acceso il focolare ed impreziosito le sue ricchezze d’arte.
Ivo Petrarchini, adriese di schietta origine, ha scelto quale sigillo di firma sulle sue opere “Ivo d’Adria” fin dal ‘46, dopo aver visitato al teatro Comunale una bella mostra di Guglielmo d’Este, che fregia la sua firma con il luogo d’origine.
Anche Ivo ritiene buono il suggerimento perché la vecchia nobile madrina dell’Adriatico, che gli ha dato i natali, ha cullato il suo genio naturale maturando una capacità artistica che, con dedizione ed impegno, è sfociata in un percorso brillante e di indiscutibile raffinatezza.
Il desiderio di esprimersi col disegno ed una naturale predisposizione al buon gusto guidano, fin dalla giovane età, le sue esperienze ed indicano, senza equivoci, quella che sarà la strada maestra da percorrere negli anni e sulla quale segnare innumerevoli pietre miliari di un volo artistico che, se trova nel ritrattismo, forse, la sua ampiezza migliore, non manca di donare momenti di sublimità creativa nelle diverse discipline che, nel disegno e nella scultura, segnano una vera elezione artistica.
Nella sala che accoglie alcune opere mi colpisce subito il ritratto di una donna non più giovane dallo sguardo profondo e dall’aspetto di nobile fierezza. Un’aristocrazia di naturale elevazione, un’immagine che trasmette un messaggio autoritario, severo e dolce allo stesso tempo, di onesta ed equilibrata educatrice di vita. E’ la mamma di Ivo, radice e spirito del suo intimo creativo.
Non lo adagerà, di certo alla nascita, in un forziere di bambagia. Ivo non si troverà una culla fiorita ed una strada costellata di gemme sulla quale camminare con le ciabattine d’oro, come capita a figli di papà spesso smidollati ed improduttivi. Ad Adria si guadagnerà il suo percorso, come ritoccatore di foto prima nello studio di Amerigo Boccato, titolare di “Foto Modernissima” e, poi, nei negozi di Loris Masarà, Alfredo Sciuto, Naccari e Soncin ed altri. La fotografia costituirà la sua primaria fonte di reddito e lo aiuterà a sbarcare il lunario insieme ad altri lavori stagionali che, allora, fornivano motivo di sussistenza, come la campagna saccarifera e la spigolatura estiva.
A soli tredici anni Ivo si esprime, a carboncino, con un grande disegno che distingue e sottolinea la sua potenzialità creativa, “Il ratto delle Sabine”, tuttora di sua proprietà perché prezioso cimelio storico che non manca di stupire per l’ariosità dell’immagine e la puntuale estrazione storica che si arricchisce della fantasia avventurosa ed eroica propria dell’età giovanile.
Con sacrificio acquisterà i suoi fogli da disegno e lo farà anche con le modeste entrate che gli deriveranno da prestazioni allo studio dell’ing. Gino Chieregatti che gli consente pure utilizzo della sua soffitta per realizzare, negli spazi di tempo, i suoi disegni, spesso acquistandoli. Tempi davvero difficili quelli, ed Ivo mi confida che non sempre la Provvidenza forniva il pasto quotidiano. E’ indicativo, a tale proposito, l’aneddoto di come, un giorno, la moglie dell’ingegnere lo preghi di andarle ad acquistare della frutta. La cortesia di Ivo è puntuale. Provvede alla richiesta e, rientrato, si porta in soffitta per disegnare quel ben di Dio, finchè, spinto poi dalla necessità di sostentamento, si mangia la frutta, ottenendo il sorriso e consenso della mecenate.
Con disciplina frequenta la scuola serale d’arte condotta dallo stimato prof. Aldo Forzato, insigne maestro che gli fornirà suggerimenti ed indirizzi di notevole valore per perfezionare le sue tecniche e la sua dinamica nel disegno, nell’acquarello e nella tempera.
Poi l’emigrazione nel Piemonte, a Settimo Torinese dove aprirà. un suo studio fotografico che tuttora torna in aiuto alle necessità di una numerosa e bella famiglia. Nello stesso stabile, oggi di sua proprietà, è ubicato il grande laboratorio d’arte che vede nascere buona parte delle opere che interpretano e definiscono la reale dimensione del suo spirito.
Ivo d’Adria espone in Italia ed all’estero. Raccoglie critiche e va1utazioni di indiscutibile approvazione. Viene invitato nei templi dell’arte dove porta il segno di una coscienza creativa che impone autorevolezza e rispetto.
La sua ritrattistica è precisa nella definizione, fedele alla figura, consapevole dell’intimità del soggetto tanto da fornirne, attraverso il disegno, quasi una lettura della personalità delle abitudini, dello stile di vita.
Ritrae nel 1999 S.A.R. il Principe consorte di Marghrethe II^ di Danimarca ricevendone dalla stessa meritato elogio ed esposizione permanente presso l’ambasciata danese in Roma. Fornisce ritratto al Cardinale Paul Poupard, presidente della Commissione Cultura al Vaticano, nel 200I, e lo consegna nel novembre dello stesso anno acquisendo ampia ammirazione dall’insigne porporato e dalla Santa Sede. Espone a fedele ritratto il prof. Umberto Veronesi, l’insigne oncologo già Ministro della Sanità che, con Ivo, vuole fotografarsi, alla consegna, a sottolineatura dell’alta considerazione e stima.
Ma queste sono, forse, le opere più eclatanti perché immagini di soggetti ampiamente noti. C’é una lunga galleria di paesaggi e ritratti, a sua mano che nascono dai primi tempi e che ricamano la grazia di dolcissime figure femminili incontrate negli anni, oggi grate di quelle nobili attenzioni che ripropongono, a distanza di tempo, le delicate immagini contro i segni distrutti della vita.
Ivo scolpisce e lo fa con mano sicura traendo dal legno o dal marmo e, comunque, dalla materia plasmata, immagini che parlano incidendo nell’anima. Si autoritrae ad olio ed in scultura con una fedeltà di lineamenti che impressionano. Né manca il richiamo al fatalismo del giuoco terreno con un’opera quasi sconcertante che lo esprime in uno strano accostamento dove l’uomo Ivo di oggi, lui stesso, si unisce all’immagine del teschio che segnerà il domani.
E questo è Ivo d’Adria, l’artista che conobbi quand’ero giovinetto, appartenente agli Scouts, attraverso una scu1tura rappresentante S. Giorgio, il protettore, creata in grande scudo nel primo tempo del suo percorso artistico e già premonitrice del suo felice futuro. Potrebbe seguire il lungo elenco di premi, affermazioni e quotate valutazioni e giudizi di critici d’arte. Ma Ivo d’Adria va considerato nella realtà delle sue creazioni e nel colloquio che le stesse aprono con ciascuno che abbia il piacere di osservarle risvegliando nel cuore le riposanti evanescenze di vaporosi sogni, pur non mancando di richiamare la realtà con i tonificanti quotidiani scuotimenti di un tempo che scorre frenetico spesso senza 1asciare, a ricordo, se non queste immagini che solo il rimando della vera arte conserva e tramanda.
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Come citare questo articolo
Romano Beltramini. “Ivo d’Adria”. Ventaglio Novanta, n. 31, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/ivo-dadria/