Le forme si perdono, i contorni si dissolvono, si scompongono, svaporano. Lasciano il posto ai colori decisi, a un’intensità che, subito, si trasforma e sfocia in altre tonalità per poi svanire pian piano in lievi riflessi di ricordi raccontati attraverso la voce dell’interiorità.
Sono innumerevoli i quadri che segnano il percorso artistico degli ultimi 15 anni. Un tragitto intuitivo e interiore che Mario Chiarion, artista di Polesella, regala agli occhi e al cuore dei visitatori delle proprie esposizioni, in tutta la provincia ma anche a Ferrara, Albarella, San Benedetto del Tronto, Asiago, Vicenza, Padova, Belluno. Accanto ai dipinti floreali, serigrafie e acqueforti, primeggia l’informale astrale di fine anni Ottanta, sulla scia di Emilio Vedova, che colpisce l’attenzione, come anche lo stile figurativo alla De Chirico.
Sorprendentemente ricchi di significato i “muri”, come la “Parete bruciata”, “Di qua e di là”, “Finestra sull’inquinamento”, che racchiudono insegnamenti e denunce, per un mondo che sbiadisce e perde i colori originali, sommerso dalle polveri; per una splendida Venezia che sta affondando, “anche se la speranza di salvarla è forte”, per una televisione ormai sempre più violenta e squallida che sprofonda in se stessa sgretolandosi di vergogna.
Pennellate mai casuali, cromatismi che funzionano, si mescolano, parlano con il linguaggio di sensazioni fortemente impresse nel pensiero dell’artista. Forme che non sono mai incomprensibili, ma guidate e valorizzate da tocchi di realismo, ricordi perduti, ideali rafforzati e rincorsi, particolari che chiudono le forme e lanciano il messaggio: ferite che bruciano, rassegnazione, rabbia, aspirazioni e infine, sempre, la luce della speranza. Un bianco intenso, mai sinonimo di vuoto, assenza, annullamento dell’essere umano. Magari soltanto un puntino, ma presente come carezza di pace, tranquillità, consolazione.
Un viaggio interiore per esaltare ciò che non si vede ma che rappresenta l’essenza più profonda delle cose. Un percorso introspettivo mai casuale, che non si limita alle apparenze ma scava nel cuore, nella mente, alla ricerca delle sensazioni autentiche dell’essere umano o scatenate osservando cose inanimate e particolari della natura.
“Può apparire difficile instaurare un rapporto immediato con i dipinti di Chiarion – commenta Sergio Garbato – ma occorre riflettere e interpretare le tele come ha fatto l’autore, andando lontano da ciò che si vede, cercando, nelle forme, l’essere non l’evidenza. Come di fronte a un quadro di Picasso”. Chiarion è abile nell’attuare quella che Garbato definisce “la trasfigurazione dell’apparenza”, dove ciò che ne esce non è mai uguale a ciò che lo ha ispirato. Ecco il “muro” di cui il pittore ha esaltato le screpolature, l’inizio di erosione, ogni fessura utile a mostrare cosa si cela dietro l’intonaco: ferite, luci, sentimenti, finché all’improvviso, inaspettatamente, filtra un raggio di luce.
Nell’arte di Chiarion “prevale il colore sul segno – prosegue ancora Garbato – assorbe tutto e diventa forma, mentre l’artista si pone di fronte alla superficie ancora intatta con spirito ludico, per gioco, fino ad arrivare a forme non riconoscibili ma a cui possiamo dare un senso, come in un sogno. I colori non risultano mai proposti così come sono, ma attraverso un’armonia che arriva un po’ alla volta, passando da una tinta ad un’altra, finché la sfumatura si perde e non è più colore, diventa bianco. Nella sua arte – aggiunge – prevalgono le forme geometriche dagli angoli smussati, tinte che si raggrumano formando piani verticali, scomparti”. Un itinerario pittorico dove prevale l’essere rispetto all’apparire, “talmente uguale alla realtà da esserlo più di ciò che è vero”.
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Come citare questo articolo
Elisabetta Zanchetta. “Il viaggio di Mario Chiarion”. Ventaglio Novanta, n. 31, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-viaggio-di-mario-chiarion/