Intorno al 1865, lo scrittore Alphonse Daudet aveva pensato seriamente di acquistare dalle parti di Fontvieille in Provenza un vecchio “mulino a vento e a farina, abbandonato da oltre vent’anni”, inadeguato ormai a macinare alcunché, ma pieno di fremiti di poesia. Non se ne fece nulla, ma qualche anno dopo, lo scrittore dava alle stampe uno dei suoi libri più fortunati, quelle “Lettere dal mio mulino”, che rimandano alle auree letture dei giorni di scuola.
In quella stessa metà dell’Ottocento, lontano dalle luci e dai profumi della Provenza, a pochi chilometri da Fratta Polesine, proprio a ridosso dell’antico sostegno Pizzon, dove lo Scortico si incontra con le acque del Canalbianco, era entrato in funzione da poco un doppio mulino in grado di macinare sia il frumento che il granoturco. Stando alla ricostruzione storica che ne ha fatto Alberto Spagnolo, questo mulino con le sue due ruote sull’acqua già affiora nel 1845, ma, in base ai pochi e lacunosi documenti disponibili al momento, la prima descrizione che testimonia l’esistenza del manufatto arriva solamente una decina di anni dopo. E non è una questione di lana caprina, perché a indurre il comune a dotarsi di un mulino a doppia macina era stata la necessità di compensare con nuovi introiti le ingenti spese per far tornare navigabile lo Scortico dopo la devastante rotta del 1823.
Ma perché mai un mulino? Per la verità si era trattato di un suggerimento della Camera di Commercio di Rovigo, che, sulla base di stastiche e analisi del territorio, nell’attività molitoria aveva individuato una discreta fonte di guadagno. Tanto più se il mulino si fosse trovato in una posizione favorevole alle comunicazioni con le altre località, come era appunto il Pizzon, che grazie allo Scortico e al Canalbianco permetteva di raggiungere, su barconi e chiatte, non solamente Padova e Venezia, come succedeva ai tempi della Repubblica di San Marco, ma anche Verona e la Lombardia e perfino Ferrara.
Così, il mulino del Pizzon appare a più riprese nelle “carte” tra il 1837 e il 1856, ma di un affittuario si ha notizia soltanto nel 1875, quando il comune proprietario gli affida un manufatto dotato di due macine e due ruote di oltre cinque metri di diametro ciascuna: una storia ritmata da ricorrenti lacune ventennali.
Ecco, però, che in capo qualche anno il mulino passa definitivamente di proprietà a dei privati. E inizia, forse, proprio allora, il riscatto di quello splendido opificio con le sue due grandi ruote costituite da ventiquattro pale ciascuna, che nel tempo si dota di nuove macchine, sostituendo le macine in pietra con laminatoi e cilindri metallici, con il frumento obbligato ad un percorso tortuoso attraverso un labirinto di tubi per arrivare alla molitura.
La corrente elettrica sarebbe arrivata solamente ad apertura degli anni Cinquanta e allora la produzione poteva giungere intorno a un centinaio di quintali quotidiani, tenendo presente che si lavorava ininterrottamente giorno e notte. Ogni cento chili di frumento, ricorda chi ci ha lavorato se ne ottenevano settanta di farina e venticinque di crusca, il resto andava disperso. Ma, come per gli altri mulini sopravvissuti in Polesine, la fine sarebbe giunta a metà degli anni Sessanta.
Inattivo da quarant’anni, il mulino sul Pizzon era ormai buono solo per la poesia, come quello di Daudet.
Se il manufatto ha le sue irresistibili suggestioni, il luogo ha ancora un fascino maggiore. Ecco lo Scortico che si insinua tra i campi per raggiungere il Canalbianco e poco più avanti, sparse case e fattorie e un fitto pioppeto che accoglie volentieri gli innamorati.
La storia è passata più volte da queste parti e il reticolo delle strade ricalca percorsi antichi. Non sono lontani gli scavi di Frattesina, ma ancora c’è robusta testimonianza di dimore e rustici cinquecenteschi. A quella chiusa che lascia frusciare le acque dello Scortico accanto al “mulinon”, giungevano un tempo i tronchi legati e allineati, che sarebbero serviti per strade e ponti e case.
E nelle nebbie fitte del tardo autunno si intravedevano gli uomini in bicicletta che, avvolti nei mantelli di lana grezza, tornavano dal lavoro, senza neppure fiatare per il freddo e la stanchezza.
C’è forse, qui più che altrove, una sorta di “genius loci”, che non è quello delle ville patrizie che i veneziani si facevano edificare nel centro del paese, cancellando le tracce medievali ed estensi, ma quello di una civiltà operosa e devota, con una storia di lavoro e di lotta, che aveva trovato nel povero Don Fortini spedito allo Spielberg la sua voce più flebile e nel tragico sacrificio di Giacomo Matteotti la sua forza e l’orgoglio di essere poveri.
Così, per amore della poesia e di queste zone, che al tramonto hanno la luce dell’oro o più semplicemente del grano, qualcuno ha pensato bene di riscattarlo e restaurarlo.
La storia del Mulino del Pizzon, o del “Mulinon” come lo chiama da sempre la gente di Fratta Polesine, diventa, allora, la storia del suo recupero e del suo restauro.
Un’operazione più complessa di quanto non si creda, che ha coinvolto specialmente la cooperativa Turismo & Cultura che l’ha acquistato e ha cominciato pazientemente e intelligentemente a restaurlo, riportandolo ad uno splendore che forse non ha mai avuto. Così, lasciando dietro le spalle le travi e le scale di abete e la foresta di macchine, ruote, tubi e cilindri, si può tornare ad affacciarsi sulla chiusa e ritrovare il senso di una storia che si fa sempre più lontana fino a sfumare nell’aria leggera della sera.
A raccontare il fascino e il recupero del “Mulino al Pizzon”, ubicato appena un paio di chilometri fuori Fratta Polesine, si sono trovati in molti nella sala convegni del palazzetto rodigino “Campagne Vecchie”. Recupero che è diventato anche e soprattutto un progetto culturale, che ha coinvolto la cooperativa Turismo & Cultura che si è accollata il 50% della spesa del restauro, che è quasi completato.
Così, dopo i saluti e le premesse di Antonio Rossin presidente di Turismo & Cultura e di Mario Cavriani che ha coordinato i diversi interventi, Giuseppe Marangoni, infaticabile promotore in prima persona del recupero, ha posto l’accento sull’importanza del manufatto, che non è solo una splendida testimonianza di archeologia industriale, ma anche il segno di una civiltà che ha profondamente contrassegnato il Polesine. E solo un progetto culturale e turistico può dare ancora senso a queste vecchie pietre e alla straordinaria suggestione di macchine ancora in buon stato. Che si sia sulla strada giusta lo conferma il fatto che alle spalle di Marangoni e Turismo & Cultura ci sono altri e fortunati recuperi, dalla Torre Mozza di Rovigo all’ex asilo di Gorino Sullam trasformato in ostello e più di recente l’idrovora dell’Amolara ad Adria.
A illustrare la storia e l’attività del mulino, sulla scorta di documenti e testimonianze orali è stato Alberto Spagnolo, mentre Carlo Braggion ha ragionato dell’attualità di un mulino antico. Il fascino del luogo e la poesia della sua inattualità hanno ispirato le parole di Romano Murmora e anche un viaggio letterario tra i mulini, mentre Gabbris Ferrari ha accennato ad alcune attività di carattere artistico e culturale per trasformare il mulino in un luogo vivo, che dovrà godere, come ha suggerito Carlo Piombo, anche di un opportuno recupero idraulico e ambientale, cui non sarà certo estraneo il Consorzio di Bonifica Adige-Canalbianco.
Non sono mancati gli interventi degli amministratori: dal sindaco di Fratta, Riccardo Resini, al presidente della Camera di Commercio, Giuseppe Fini e all’assessore alla cultura e al turismo della Provincia, Laura Negri, che hanno sottolineato l’opportunità del recupero del Mulino del Pizzon, nuovo qualificante tassello per itinerari turistici nel Medio Polesine.
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Come citare questo articolo
Sergio Garbato. “La Storia sulle rive del Canalbianco”. Ventaglio Novanta, n. 31, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-storia-sulle-rive-del-canalbianco/