In Polesine, Maggio è sinonimo di Arquà. Da vari anni infatti la realizzazione del “Maggio Arquatese” costituisce un richiamo sicuro per molti visitatori, attratti dal palio delle contrade. Una nutrita serie di manifestazioni, i cui punti di riferimento principale sono la grande piazza antistante alla chiesa ed il complesso del castello, quest’ultimo separato dal centro cittadino da un fossato che corre tutto attorno alla costruzione dalle origini medioevali.
Fu eretto da Guglielmo III degli Adelardi, personaggio di spicco nella nobiltà ferrarese, contemporaneamente ad altri fortilizi (tra gli altri quelli di Pontecchio e Castelgugliemo) come linea di difesa dalle mire espansionistiche degli Estensi, signoria questa che, già al tempo di Alberto Azzo II (996-1097), aveva esteso il suo potere dalla città euganea sul Polesine settentrionale. Ma le difese ideate da Guglielmo III con la costruzione del castello di Arquà e degli altri manieri, furono ben presto aggirate da Obizzo d’Este che, fatta rapire Marchesella degli Adelardi, la diede in moglie al nipote Azzolino, riuscendo, in virtù di questa inconsueta “politica matrimoniale”, ad estendere il dominio degli Estensi fino a Ferrara.
Se il castello, divenuto estense e successivamente passato alla Serenissima al tempo della Guerra del Sale (1482-84), è il cuore di Arquà, non mancano altri motivi per un itinerario nel territorio – in larga misura ancor oggi caratterizzato da un tipico volto rurale – alla scoperta di interessanti tracce del passato, a cui fanno riferimento le manifestazioni del “Maggio Arquatese”, con la divisione del territorio comunale in varie contrade, in gara per l’attribuzione del palio.
Provenendo da Rovigo, stabiliamo come punto di partenza del nostro itinerario cicloturistico, la borgata più settentrionale quella di CORNE’, con ritrovo presso l’Oratorio di Santa Lucia, davanti al quale passa (ahime!) la superstrada Transpolesana sconvolgendo l’antico rapporto del tempietto col territorio.
La frazione, che le regole del palio ha identificato come “contrada dei Zestari”, ha quale principale punto di riferimento la chiesetta, ricostruita dopo i danni subiti dall’alluvione del 1951, ma risalente a metà del XVIII secolo. Era stata eretta nel 1770, dopo oltre un secolo di petizioni della popolazione locale che lamentava la difficoltà di raggiungere la chiesa del capoluogo specie nelle stagioni delle piogge. L’oratorio che oggigiorno si anima soltanto il 21 dicembre per la festa di S. Lucia a cui è dedicato, presenta una facciata lineare in cotto, percorsa da due lesene laterali. Culmina con un frontone sovrastato da tre pinnacoli, mentre, retrostante, sul lato destro, si innalza un grazioso campanile.
La località (Cornetus nei tempi antichi, forse da un’ansa dello scomparso corso fluviale denominato Filistina) vanta origini davvero remote e fu caratterizzata nel XIII secolo dall’istituzione di una Comuna, ovvero da una comunità locale che, sulla scorta di uno statuto condiviso dalla popolazione e grazie alla guida dei benedettini di Pomposa, provvide alla bonifica del territorio. Da Cornè iniziamo dunque il nostro tragitto, con direzione ovest, imboccando una strada campestre sterrata che corre parallela alla superstrada.
Percorso poco più di un chilometro, isolato in mezzo ad un verde mare di grano non ancora maturo, scorgiamo l’esagonale Capitello del SS. Redentore, che sorge ove la strada campestre si biforca. Il piacere della scoperta dell’umile quanto genuina testimonianza di fede, da secoli presente nella vasta campagna, trova purtroppo un limite nella constatazione del completo abbandono del pio edificio, spogliato di ogni immagine sacra e deturpato da alcune scritte volgari.
Il luogo mantiene comunque la sua suggestione fatta di silenzio, di spazi ampi, resi smaglianti dalla giornata di sole che infonde vita ai vasti rettangoli verdeggianti. Un volo canoro di rondini rafforza la poesia del creato, trasmettendo un messaggio di pace e la sensazione che il lavoro rurale dell’uomo sia tutelato da un provvidenziale sguardo superiore. Verso il quale si sono rivolte deferenti generazioni di agricoltori, a partire da coloro che, in tempi lontani, hanno deciso l’erezione del capitello, nominato in documenti antichi a partire addirittura dal 1162.
Ci troviamo nella località GRANZE, riferimento della contrada degli “Scoari”. Nelle vicinanze del capitello, seguendo sulla destra la via campestre, raggiungiamo Corte Donegà, complesso settecentesco caratterizzato da un grande rustico con sette ampie arcate a tutto sesto delimitate, ai lati, da due unità abitative. L’ampia aia mattonata, da tempo non più usata per l’essiccazione del grano, oggi si presenta ricoperta da una peluria verdeggiante, mentre cespugli fioriti ingentiliscono un’area destinata a brolo.
Scattata una foto, ritorniamo al bivio del capitello, per proseguire lungo la strada a destra con destinazione Ca’ Marchese. E’ questo un ampio complesso seicentesco, il cui nome si deve al proprietario Giovanni Battista Manfredini, che nel 1683 fu nominato marchese dal re di Polonia. Armonica e priva di ricercatezze si presenta la casa padronale a due piani, dominata da due camini simmetrici e rinforzata da uno zoccolo sulla base. Come corte Donegà presenta la facciata principale rivolta ad oriente, aspetto questo alquanto inconsueto nella tipologia rurale, che solitamente vede gli immobili principali guardare a mezzogiorno.
Alla sinistra si erge un oratorio dedicato alla Natività della Madonna costruito nel 1637 per Elisabetta Manfredini. La facciata lineare, delimitata da due lesene e culminante con un frontone, è arricchita da un alto portale lavorato a bugne sormontato dallo stemma dei Manfredini. Il tempietto, dotato di uno slanciato campanile fatto costruire nell’800 dal vescovo Luigi Manfredini, al suo interno accoglie fra l’altro le tombe di alcuni personaggi della nobiliare famiglia rodigina. Retrostante all’abitazione principale, sorge una barchessa orientata a mezzogiorno e caratterizzata da arcate ribassate. E’ detta la zedrara, un tempo evidentemente ricovero invernale di piante di cedro, oggi contornata da un bel vigneto.
Tornati sulla via principale, seguiamo l’indicazione di una freccia segnaletica che ci suggerisce di far visita all’azienda agrituristica Il Cavallino, che raggiungiamo per concederci una sosta di relax, durante la quale abbiamo modo di scambiare qualche parola con i conduttori, intenti a fornire cibo agli animali: vispi asinelli, anitre con una allegra nidiata di anatroccoli ed altro pollame. L’azienda è ben curata, ci sono angoli esterni per lo svago di adulti e bimbi e una bella sala per il ristoro.
Riprendiamo il nostro percorso con direzione sud, raggiungendo il ponte che supera la Transpolesana, oltre il quale si apre la località CAPOBOSCO, toponimo indicante la presenza di una zona boscata, oggi del tutto inesistente, in quanto ci stiamo avvicinando all’area più abitata del paese. Sulla sinistra, troviamo l’Oratorio della Beata Vergine Addolorata, caratterizzato da un pronao sorretto da colonnine con capitelli dorici. Fu realizzato nella prima metà del XIX secolo nel luogo ove precedentemente si trovava un’edicola con l’immagine della Madonna, che si ritenne avesse intercesso a favore della popolazione in occasione di una alluvione verificatasi nel 1801 che non aveva fatto vittime nella zona.
Proseguiamo l’itinerario per imboccare poi via A. Mario che ci porta al CENTRO DI ARQUA’, contrassegnato, per quanto riguarda il Palio, dalla contrada dei “Lanaroi”. Facciamo tappa presso la Chiesa di S. Antonio, sorta a metà del XVIII secolo in sostituzione del precedente oratorio annesso ad un ospizio per viandanti, attivo fin dal ‘500. Il tempio, parzialmente ricostruito dopo l’alluvione del 1801 che l’aveva danneggiato, presenta una facciata tinteggiata in rosa percorsa da quattro lesene, mentre sul frontone svettano tre statue: la Madonna al centro e i santi Luca e Rocco ai lati. Sulla sinistra si erge un elegante campanile in cotto, con cuspide a bulbo, realizzato nella seconda parte del XIX secolo.
A metà della via principale si apre piazza Goltara, che nel periodo del Maggio Arquatese ospita un piccolo luna-park. Sullo sfondo un caseggiato vetusto, in completo stato di abbandono, a quanto pare per la difficoltà di rintracciare gli eredi della proprietà. Denominato Vaticano, denota una certa eleganza di forme, sottolineata dalle due canne fumarie che, parallele, percorrono l’ampia facciata e, fatto inconsueto, è ingentilito da una torretta ottagonale con cupola che si innalza oltre la sommità del tetto. Tutto ciò non lenisce però l’immagine di desolante abbandono in cui versa l’immobile.
Torniamo sulla via principale che termina con uno slargo su cui si erge la bella Chiesa di S. Andrea, edificio dalle antiche origini e ricostruito la prima volta nei primi decenni del ‘500 per interessamento dell’arciprete don Francesco della nobile famiglia veneta dei Diedo divenuta poi proprietaria del castello. Successivi interventi di ampliamento furono realizzati a partire dal secolo successivo, cosicché la facciata della parrocchiale risulta tuttora molto particolare per la conservazione delle parti intonacate relative alla costruzione cinquecentesca, attorno alle quali si sono poi sviluppate, in cotto, le aggiunte che, nel corso del Settecento portarono il tempio ad assumere le forme attuali.
Nella facciata, tra le due coppie di lesene del registro superiore si aprono due nicchie che accolgono statue di S. Andrea e della Vergine delle quali non si conosce il nome dell’autore, mentre si ipotizza siano dovute a Giovanni Bonazza le statue ai lati dell’altare maggiore dedicate a S. Andrea e S. Pietro. Il bel campanile, sulla destra, fu realizzato nel corso del XVII secolo.
La sosta successiva è presso il Castello che ci accoglie ornato degli stendardi delle varie contrade pronte a sfidarsi nel giorno del palio. Circondato da un fossato, il maniero di origini medioevali più volte rimaneggiato, presenta tuttora una delle due torri originarie: possente nella sua struttura in cotto è ornata sulla sommità da merli a coda di rondine. Superato il ponte e sottopassato un ampio portale lavorato a bugne, si accede allo spazioso cortile del castello ove sono presenti gli allestimenti per la festa, mentre stendardi variopinti pendono dalle sedici arcate delle scuderie seicentesche fatte costruire dai nobili Diedo.
Rimandiamo ad un’altra occasione la visita agli interni affrescati e la descrizione della seconda parte del nostro itinerario nel territorio di Arquà Polesine.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Nel territorio di Arquà Polesine”. Ventaglio Novanta, n. 33, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/nel-territorio-di-arqua-polesine-2/