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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Dal Ponte dei Forti alla Fonderia

Lo sviluppo della città di Rovigo visto dalla sponda destra dell’Adigetto

di Cristiano Fenzi

Ventaglio Novanta n. 33 2006 pp. 14–21

Intendo riproporre per i lettori del “Ventaglio” una delle riuscite camminate a suo tempo programmate dal Gruppo CTG “Rovigoti”, con Turismo&Cultura: un percorso, lungo la sponda destra dell’Adigetto, fatto con un gruppo di amici di cui mi sono assunto l’impegnativo ruolo di guida.

L’itinerario ha preso il via dal Ponte dei Forti, in via Gallani (la strada che, uscendo da Rovigo, e precisamente dal quartiere di San Pio X, porta a Roverdicrè) e si è sviluppato in larga misura lungo la pista pedonale e ciclabile che segue l’Adigetto, il cui corso, nell’ultimo secolo del secondo millennio, è stato come è noto oscurato: prima mediante una deviazione all’esterno del centro cittadino, con la realizzazione di quell’asse viario che avrebbe esaltato il regime di allora, e successivamente creando un letto artificiale sotterraneo sopra il quale è stata realizzata un’area verde, fruibile dai cittadini anche come collegamento ciclo-pedonale della città da ovest ad est.

Nonostante qualche perplessità nel dare vita ad una camminata sulla sponda di un fiume in buona parte non più visibile, l’iniziativa ha avuto dei risvolti interessanti, favorita anche dalla giornata luminosa ma un po’ freddina (era il 20 novembre) tanto da invitare al movimento.

Raduno dunque presso il Ponte dei Forti sotto cui il fiume arriva provenendo da Costa. Il toponimo fa riferimento ad una fortezza militare realizzata nel periodo delle guerre d’indipendenza quando, nel 1864, gli Austriaci eressero alcuni fortilizi attorno a Rovigo. Costruzioni che gli stessi Austriaci fecero saltare solo dopo due anni, prima di abbandonare il Polesine a conclusione della terza guerra di Indipendenza che determinò l’unione del Veneto allo Stato italiano.

Il ponte dei Forti unisce le vie Gallani e Bellini: entrambe portano a Costa, la prima sulla sponda destra l’altra sulla sinistra del fiume. Osservando le tracce degli antichi argini si può notare come il corso d’acqua un tempo presentasse un ampio alveo, garantendo la navigazione di grossi barconi e, proprio presso il ponte, si evidenzia un’ampia zona golenale.

Ci si incammina lungo la sponda destra girando dietro le abitazioni prospicienti via Gallani, calpestando l’erba resa fragile da una bella brinata e subito ci si trova nel punto dove il fiume scompare, forzato in una condotta sotterranea, lasciando spazio ad un vialetto alberato. Proseguiamo passando sotto al ponte di via Amendola, strada che da Rovigo porta a Lendinara.

Il ponte ormai non scavalca più il fiume ma la pista pedonale e ciclabile su cui transitiamo, mentre il nome della via rimane pur sempre “riviera” S. Pio X.

Transitando dietro all’abside della moderna chiesa dedicata a San Pio X, faccio notare agli amici come ci si trovi su di un punto elevato rispetto la campagna circostante e come le case siano state costruite sopra l’antico alveo del fiume.

Attraversiamo via Cristoforo Colombo “sommo navigatore” (bella questa descrizione sulle vecchie tabelle stradali per loro verso didattiche e purtroppo soppiantate da asettici e spesso “scorretti” rettangoli di lamiera) non senza far notare il vicino vicolo ferrovia, dove insisteva il passaggio a livello. Qui sorge un grande fabbricato recentemente restaurato, deposito e commercio di vini, a suo tempo eretto proprio sulla riva del fiume dove avveniva l’attracco dei barconi carichi di merci.

Si procede passando sotto la ferrovia Venezia-Bologna, raggiungendo l’area nota come “catena”, ovvero posto di dazio prima di entrare nel centro urbano. A questo proposito giova ricordare come, lungo il corso dell’Adigetto, proprio all’entrata della città ci fossero un tempo le “restare”. “La “restara” – leggiamo nel libro di Sergio Garbato Rovigo ed il Polesine tra Ottocento e Novecento – era una lunga e robusta trave di legno, costellata di temibili punte di ferro, che si lasciava galleggiare di traverso, da una riva all’altra di un corso d’acqua, per impedire nelle ore notturne il passaggio di capaci barche e certe chiatte cariche di merce che volevano sottrarsi al pedaggio dovuto. Sull’Adigetto, in tempi lontani e ormai perduti, queste “restare” bloccavano l’accesso al tratto cittadino alle “Fornase”(Porta Po) da una parte e a Porta Catena dall’altro. Le travi, infatti, erano assicurate a delle grosse catene, che venivano, secondo le necessità, sganciate dagli addetti al dazio, così la corrente le disponeva rasenti alla riva”.

Siamo in prossimità della stazione ferroviaria ed un grande palazzotto richiama le linee architettoniche dei primi anni del novecento, mentre all’incrocio tra l’attuale Corso del Popolo, il Ponte Marabin e via Cavallotti il nome del “bar Catena” ci rimanda alla funzione dell’attrezzatura descritta.

Qui il fiume entrava nel centro urbano, ma il nostro itinerario si sviluppa verso destra, seguendo l’alveo deviato nel 1938 e successivamente attrezzato come area verde. Guardando verso il centro scorgiamo, tra nuove e vecchie costruzioni, uno dei simboli della città di Rovigo: la sagoma in controluce del mastio dell’antico castello denominato “torre Donà”.

I colori della vegetazione sono tipici del pieno autunno ed un gradevole sole ci accompagna lungo il tratto pedonale a fianco della linea ferroviaria, mentre giungiamo al passaggio a livello, ora dismesso, di via Forlanini, la strada che conduce a Grignano. Da questo punto di osservazione notiamo come la strada in direzione del centro, verso il castello, sia in discesa, testimonianza di una antica area acquitrinosa, lungo l’attuale via Sacro Cuore, a ridosso della parte occidentale delle mura dell’antico castello descritta in alcune mappe.

Continuando lungo la pista pedonale e ciclabile si arriva, dopo poco, all’altezza del nuovo Convento dei Frati Cappuccini ove incrociamo la strada che conduce ad Arquà. Volgendo lo sguardo in direzione del centro si può vedere il luogo dove si ergeva l’antica porta medioevale detta appunto Porta Arquà, della quale non rimane traccia se non fosse per la presenza di un brandello delle antiche mura venuto alla luce dopo la demolizione del vecchio ospedale cittadino che insisteva su via Badaloni.

A questo punto invito la comitiva ad una piccola deviazione lasciando quello che doveva essere l’argine del fiume. Imboccata via Vittorio Veneto del quartiere Tassina, ci dirigiamo verso quella chiesetta dedicata a padre Leopoldo legata alla istituzione della “Piccola Casa” fondata da Laudomia Venuti (vedere a tal proposito Ventaglio Novanta n° 32). E’ una costruzione dalle linee essenziali che fanno risaltare la luce all’interno dell’aula, opera progettata dall’amico arch. Romano Murmora, e ci concediamo un attimo di raccoglimento in questa domenica autunnale.

Riprendiamo frattanto l’itinerario raggiungendo nuovamente la sponda del fiume che ora si rende visibile. Da questo punto di vista elevato cerchiamo, tra l’intrico di costruzioni recenti, le testimonianze architettoniche più eminenti caratterizzanti la nostra città: si intravede la Chiesa di S.Stefano attuale Duomo-Concattedrale, ancora la svettante torre Donà, la punta del campanile della chiesa dedicata a S.Antonio Abate, detta di S. Domenico, la punta del campanile di S.Francesco e, più ad est, la sagoma del campanile di S.Bortolo. Confrontiamo l’attuale aspetto della città con quello di un disegno di autore anonimo del 1770 che è definito da una iscrizione entro cartiglio VEDUTA DI ROVIGO DALLA PARTE DI ARQUÀ. La veduta è colta da ovest, con il punto di osservazione situato di fronte alla cortina muraria medievale, fra la torre Donà e l’antica porta Arquà. Nella raffigurazione, in primo piano, sono quindi in evidenza la grande torre del castello, certamente una delle più alte torri medievali italiane, e la porta Arquà, che allora raggiungeva l’altezza di settantacinque piedi. Alla destra di tale accesso alla città, in secondo piano, appare la porta S. Bartolomeo, che si caratterizza per la presenza di un albero cresciuto sulla sommità della torre merlata.

Alle nostre spalle si estende il quartiere Tassina oltre il quale si sviluppa la zona industriale. Si tratta di un quartiere ormai completamente integrato nel contesto urbano, non più separato dal fiume. Seguiamo ancora il fiume che ci accompagna sul ponte che insiste su via Curiel dove è stato realizzato recentemente un parco urbano.

Il ponte, dove sostiamo un attimo, è un manufatto che risale al 1939-40, quando è stata realizzata la deviazione del fiume, e presenta una particolarità: due passerelle sotto l’arcata che consentivano il passaggio di uomini e animali che dovevano trainare, per mezzo di funi, i barconi carichi di merci risalenti il corso d’acqua.

Anche il successivo Ponte di Via porta Po è stato in tempi recenti dotato di una passerella il ferro sotto l’arcata per garantire la possibilità di continuare il percorso senza attraversare la strada che porta a Ferrara.

Alla nostra destra una recente lottizzazione ha cancellato quella che era una delle zone rurali della prima periferia. Oltre il fiume si delinea l’assetto urbanistico del quartiere S. Bortolo, il più antico fuori le mura, il cui nucleo risale alla seconda metà del 1200, quando venne edificata una chiesa dedicata alla Vergine ed a S. Bartolomeo con a fianco un laboratorio dove gli Umiliati, un ordine laico proveniente dalla Lombardia, lavoravano la lana. Più tardi divenne sede conventuale dei monaci Olivetani che ricostruirono la chiesa ed il chiostro: attualmente il complesso del monastero ospita “il Museo dei Grandi Fiumi” con esposizione archeologica di reperti dall’età del bronzo al periodo romano.

Si prosegue per giungere in breve alla nostra meta: il Ponte della Fonderia. Anche questo è un manufatto relativamente recente, sempre legato alla deviazione del 1938, ed è proprio in questo punto che il fiume riprende l’antico alveo in quanto, alla fine dell’attuale Corso del Popolo, il fiume terminava il suo percorso urbano per dirigersi verso Villadose.

La nostra camminata sarebbe conclusa raggiungendo la vicina Chiesa di S.Bortolo, se non fosse per l’invito che faccio agli amici di ritornare su quello che effettivamente era un tempo l’argine destro dell’Adigetto attraversando il centro della città.

Si nota subito come gli antichi palazzi, rimasti accanto ad inserimenti moderni dall’architettura molto discutibile o addirittura orribile, siano impostati con la facciata principale sulla strada ed il retro rivolto al fiume, oggi Corso del Popolo. Parallele al fiume correvano due vie tuttora esistenti ed attualmente denominate rispettivamente Enrico Toti e Carducci.

Su quest’ultima dal 1625 sorge la chiesa di S. Michele con annesso chiostro conventuale, sede un tempo dei frati cappuccini. La chiesetta, recentemente restaurata, si presenta a semplice aula con il particolare campanile a vela (bisognoso di un sollecito consolidamento e restauro per evitarne il crollo) che porta ancora l’antica campana.

Più avanti incontriamo Palazzo Montalti, edificio settecentesco, un tempo prospiciente il ponte sull’Adigetto detto dei Cappuccini, ed ancora palazzi sulla “sponda di fronte”, tra cui Palazzo Rosada, fino a giungere nel punto in cui si incontrano alcune vestigia delle vecchie mura medievali tra via Pighin e via Ponte Roda, quest’ultima così denominata a memoria dello storico ponte. Le due vie danno la possibilità di vedere alcuni resti della cinta muraria e soprattutto le uniche due porte rimaste: quella di S. Agostino che insiste su via Speroni degli Alvarotti e quella di S. Bortolo su via Miani e tra queste si innalza la vecchia Torre di via Pighin, l’unica di questo tipo superstite in tutta la cinta muraria.

Si prosegue dietro quelli che erano gli orti dell’antica sede vescovile, che si intravede dietro l’ex palazzo ENEL, mentre di fronte si staglia la facciata retrostante il settecentesco Palazzo Venezze, attuale sede del Conservatorio di musica. Più avanti, dove sorgeva il Ponte del Sale, che collegava l’attuale vicolo Trento a via Laurenti, si nota il retro dell’imponente quattrocentesco Palazzo Roverella. Si passa quindi davanti a quella che era la sede del mercato del pesce, la Pescheria nuova, ora sala espositiva, fino a giungere in Piazza Castello, ora Matteotti, con la presenza del più antico manufatto cittadino: il castello appunto, di cui si fa menzione fin dal 920 D.C., con il mastio detta torre Donà e la torre Grimani detto “mozza” per la sua costruzione incompleta. Questo luogo è stato per molti secoli punto di riferimento nel territorio ed anche punto di attracco per le imbarcazioni adibite al trasporto di merci e persone.

Idealmente usciamo dalle mura cittadine imboccando vicolo Portello che ci conduce nella zona della “catena” e qui il nostro gruppo si scioglie con un arrivederci ad prossima “camminata” per approfondire la conoscenza del territorio.

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Come citare questo articolo

Cristiano Fenzi. “Dal Ponte dei Forti alla Fonderia”. Ventaglio Novanta, n. 33, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/dal-ponte-dei-forti-alla-fonderia/

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