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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Lungo la sponda del Canalbianco

Partendo da Castelguglielmo, un itinerario dominato dalla natura e caratterizzato da interessanti aspetti architettonici

di Brunetta Rossi

Ventaglio Novanta n. 33 2006 pp. 26–31

Più spesso da sola, ma anche in compagnia delle mie amiche, mi piace esplorare l’ambiente che mi circonda e che si perde nella campagna verde e solitaria. E’ un modo per ritemprare lo spirito, una boccata d’ossigeno, un profondo salutare respiro.

E’ una domenica pomeriggio, illuminata da un bel sole che invita ad inforcare la bici. Uno scambio di telefonate e, dopo poco, Giuliana, Giovanna ed io ci troviamo nella bella piazza di Castelguglielmo, il nostro paese, per un’escursione lungo il Canalbianco.

Passiamo il ponte portandoci sulla riva sinistra dove sorge l’originale Monumento ai Caduti, che noi di Castelguglielmo, probabilmente a ragione, riteniamo tra i più riusciti della provincia, caratterizzato com’è dall’essenzialità che evita ogni retorica, imperniato sul caldo abbraccio del movimento a spirale impresso alla materia, a protezione delle sacre memorie patrie.

Cominciamo a pedalare in direzione di Canda, sulla strada arginale del Canalbianco il quale ci sembra un fiume di rilievo, e l’arrivo di una grande chiatta che risale la corrente ci conferma dell’importanza della via d’acqua, sulle cui rive la vegetazione cresce rigogliosa.

Di fronte al fiume sono allineate varie abitazioni, case vecchie e nuove, tutte con un giardino o un prato verde rasato di fresco. Alle loro spalle si apre la campagna coltivata con cura: ordinati i campi, estirpate le erbacce. Osservo un doppio filare di arbusti verdi e rossicci che fiancheggiano un lungo sentiero rurale, e mi meraviglio: sembra di essere in un parco. Forse la via campestre un tempo portava ad una fattoria o ad una casa di cui oggi non c’è più traccia. Domina la campagna coltivata.

Imbocchiamo frattanto via Trento che circoscrive un’area artigianale a ridosso del Canalbianco, il quale pertanto scompare dalla nostra vista. Ma dopo poco il fiume riappare quando la strada ci porta presso un edificio di sicuro interesse architettonico che sorge già nel territorio comunale di Canda.

Si tratta di villa Tasso, già Rigobello, un pregevole complesso rurale, protetto da un’alta mura. Facciamo una sosta per scattare qualche foto, agevolate dal fatto che il grande portone aperto lascia vedere l’ampia corte su cui prospetta la casa padronale con la facciata percorsa da due simmetriche canne fumarie; al centro la scala esterna dà accesso al primo piano, a significare l’importanza della residenza. Ai lati, sono accostate due ali, probabilmente un tempo riservate ad abitazione dei braccianti. Il complesso, protetto dalle “Belle Arti”, appare restaurato, arricchito da un bel parco con siepi di bosso, pini, cipressi, abeti e fiori, soprattutto rose ed edere rampicanti. Sulla sinistra sorgono i rustici, la costruzione di maggior pregio architettonico, dominata da un grande arco passante che si impone per le linee magniloquenti, sormontato da un timpano arcuato.

Riprendiamo il nostro tragitto verso Canda. Ecco Villa Nani Mocenigo, bellissima costruzione cinquecentesca attribuita allo Scamozzi, ingentilita da uno scenografico pronao nel corso del XVIII secolo. La vegetazione, poco curata negli ultimi anni, è cresciuta ben oltre il muro di cinta impossessandosi anche dello spazio del cancello d’entrata per cui, dalla strada, è pressoché preclusa la vista della villa. Possiamo ammirare soltanto la parte più elevata, in particolare l’attico su cui si innalzano originali pinnacoli a forma di grandi vasi.

Superiamo frattanto il centro di Canda dominato dalla Chiesa Parrocchiale, affiancata da un campanile particolare, dalla foggia a torretta e pietre a vista, che richiama costruzioni di tipo medioevale.

Restiamo sulla strada arginale ove la nostra attenzione è attratta da un composito edificio, in stato di abbandono. Si tratta di Villa Adami, formata da un corpo residenziale sviluppato su tre piani e da due ali più basse. Il complesso sembra risalire alla fine del XVIII e, a quanto pare, al tempo della dominazione austriaca fu utilizzato come alloggio militare.

Procediamo con calma lungo l’argine, senza essere disturbate dal traffico, dato che è molto raro il passaggio di qualche auto. Io cerco di fissare le immagini, le voglio ricordare tutte. I cigli delle strade si presentano un po’ trascurati, ma non per questo deturpano il paesaggio, perché su di essi crescono vivaci ranuncoli, soffioni, denti di leone e tanti altri fiorellini nati spontaneamente, con l’aiuto del vento.

Giungiamo frattanto sul Ponte di Vallalta, punto di confluenza del Tartaro con l’Emissario Fossa Maestra. Quest’ultimo un tempo, prima di consistenti interventi di regimazione, era denominato Castagnaro, ramo originatosi da una antica rotta dell’Adige. Ebbene, dall’incontro dei due corsi d’acqua ha origine il Canalbianco, il quale da Canda inizia lentamente, e con grande dignità, il suo percorso. L’abbraccio con mare Adriatico avverrà dopo aver irrigato i campi, dopo aver raccolto le acque piovane della pianura forzatamente immesse nel suo letto da potenti idrovore e dopo aver messo a disposizione, in ogni stagione, le sue acque per la navigazione. E a questo proposito eccoci giunte al Porto fluviale di Canda, una conca di sosta per i natanti e di controllo delle acque dell’idrovia che in un prossimo futuro si spera possa essere utilizzata anche per la navigazione di tipo turistico, con battelli ormeggiati presso le banchine per agevolare visite agli aspetti salienti del paese.

La tappa successiva è nella vicina Oasi di Vallalta, ricadente nel territorio di Bagnolo Po. Si tratta di un’area attrezzata, frutto di un riuscito piano regionale di recupero ambientale delle zone rurali. Nella bella oasi si avverte il respiro della natura e si gode la bellezza di piante e fiori: susini, robinie, aceri, rose selvatiche, cespugli fioriti, bianche “palle di neve” e il giallo “maggiociondolo”.

L’itinerario prosegue lungo la riva settentrionale del Tartaro. Alla nostra destra si stende silenziosa la campagna preceduta da residenze rurali di varie tipologie. Alcune di queste, fresche di recente restauro, manifestano chiaramente l’amore dei proprietari per la vita rurale. A sinistra, oltre il fiume, si profila il complesso ospedaliero di Trecenta, oltre il quale si sviluppa il paese. E, sull’agglomerato di tetti, emerge il campanile della chiesa di San Giorgio.

Abbiamo percorso ormai diversi chilometri, ma non avvertiamo la fatica, anche perché il sole inizia a declinare e una leggera brezza muove dolcemente le foglie ed increspa l’acqua. Siamo al giro di boa del nostro itinerario: superato il ponte sull’Emissario Fossa Maestra, in direzione Pissatola, imbocchiamo Via Bassa, per raggiungere Via Scardovara, la parte più “sensazionale” della nostra esplorazione. Qui si ha l’impressione che il tempo si sia fermato.

Non so se riuscirò a dare un’esatta connotazione dell’ambiente e a trasmettere le sensazioni provate. Siamo all’interno della campagna su una strada alta, poco discosta dal canale: alla nostra destra un piccolo corso d’acqua esce da un gorgo scuro; scaturisce vivace e frettoloso, quasi occultato dalla vegetazione, ombreggiato da folte robinie in fiore e da alti pioppi svettanti verso il cielo, poi si perde in un cespuglio e si nasconde al nostro sguardo.

In questa verde oasi naturale la vita sembra scorrere dolce e lenta. Cupe ombre fresche, un groviglio di arbusti dalle varie tonalità di verde formano il sottobosco irrigato abbondantemente dal corso d’acqua che scivola via leggero. Il mio sguardo cerca di penetrare la fitta boscaglia per scoprire sagome o ruderi, o ancora scheletri di alberi soffocati da altri più elevati. Nell’intrico tutti cercano la luce e lo spazio vitale, la natura è lussureggiante. Mi fermo quasi stordita da tanta bellezza.

Tendo l’orecchio e cerco di distinguere i brusii e i pigolii, i cinguettii e gli scricchiolii, mentre su tutto si avverte il respiro ovattato della boscaglia. Nella sponda opposta noto un pescatore che si sta allontanando ed appare minuscolo al confronto delle piante che lo sovrastano. E, all’improvviso… il candido volo di una garzetta.

Ripartiamo, scuotendoci di dosso lo stupore e sorridiamo osservando, presso una vecchia fattoria, le oche che escono da un piccolo stagno e ritornano a casa, mentre i pavoni dalle piume variopinte fuggono al nostro arrivo. Solo uno, il più temerario e vanitoso si ferma esibendo la sua splendida ruota. Qualche vecchio contadino e qualche massaia, vestiti alla buona, sono intenti ai loro lavori, senza fretta, con tranquillità.

Pedaliamo più veloci sulla via del ritorno giacché inizia ad imbrunire, ed è ormai sera quando raggiungiamo il ponte di Castelguglielmo da dove ha preso il via la nostra escursione. Un saluto complice prima di accomiatarci, portando ancora impresse negli occhi le più belle immagini del percorso, e nel cuore un sottile sentimento di tristezza per altre immagini, profonde e silenziose… d’altro tempo e d’altra vita.

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Come citare questo articolo

Brunetta Rossi. “Lungo la sponda del Canalbianco”. Ventaglio Novanta, n. 33, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/lungo-la-sponda-del-canalbianco/

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