Marzo xe passà, April no torna più, xe ritornà majio al canto del cucù.
Con questo amabile adagio popolarissimo, la semplice gente delle nostre condrade, accoglieva l’arrivo del mese di maggio, porta d’accesso alla stagione calda, tempo quindi d’abbandonare vestiti e precauzioni contro le bagnate giornate primaverili, e gli sferzanti venti marzolini.
Del resto la saggezza popolare aveva sempre pronto un proverbio a sostegno delle proprie convinzioni: “Marzo ogni mato va descalzo, April non ti skoprir, Majio pò fa koelo ka te vò”;
Maggio mese radioso, gli alberi raggiungono l’apice del loro vigore fogliaceo, sbocciano i fiori spinti da una forza possente, le erbe allungano gli steli quasi a gareggiare con le piante da fusto; un grillo chiama, mille rispondono, la notte tiepida fa da proscenio al gracidar delle rane.
Maggio è (era!) tempo di fioretti recitati da sciami di ragazze in fiore la sera davanti i capitelli, sparsi ai crocicchi o nei vasti caseggiati rurali, semplici animi offerenti in un turbinio di rose e petali sparsi, accarezzate da un soave profumo ispirante inni alla vita.
I ragazzi di fine Ottocento, vivendo a stretto contatto con la natura, sentivano prepotentemente il volgere delle stagioni, e maggio, secondo tradizione, veniva accolto con sospiri e palpiti del cuore, perchè era il mese dedicato ai messaggi, alle intese, agli approcci amorosi.
Bisognava saperci fare; la gioventù anche la più sprovveduta, trovava (e trova) al momento opportuno soluzioni impensabili, per sfuggire ai condizionamenti della società e della famiglia, soluzioni io credo frutto più che di una fervida fantasia, di una forza immane che da milioni d’anni muove il mondo…la vita.
I giovanotti, a corto di parole e ancor più di lettere, affidavano le loro speranze di conquista, a semplici ma significativi doni vegetali: “El Majio”
Cos’era questo Majio? Una sorta di richiesta, di lasciapassare, il tentativo di far breccia nel cuore trepidante, la conferma di un sentimento cementato, o infine la vendetta per un rifiuto.
“El Majio” veniva recapitato sull’uscio delle ragazze da marito la notte del primo maggio, e costituiva per esse una sorta di viatico per una società, in cui tradizione e morale venivano ad intrecciarsi inestricabilmente.
I doni costituenti il majio, facevano parte di una vasta gamma di fiori e ramoscelli, ad ognuno dei quali corrispondeva un significato specifico, da tutti conosciuto per averlo imparato fin da bambini sull’onda di cantilene ritmate:
ramo de moraro = moroso caro ramo de opio = moroso proprio ramo de geranio = moroso strànio (foresto) ramo de rosa = te farò presto sposa ramo de alòro = se no te vedo, mi moro ramo de osmarin = koando se trovemo te darò un basin
Erano indubbiamente segni molto eloquenti, carichi di una loro passionale poesia, e producevano di solito nel cuore dell’amata l’effetto desiderato.
Questo dono galante, tipico frutto di millenaria cultura agreste, poteva però tramutarsi in una temuta trappola, perchè, assieme agli strali amorosi, si accompagnava una sfilza di sibillini frizzi mordaci.
Bersaglio preferito in questo caso erano le zitelle che avevano accumulato qualche primavera di troppo, oppure oggetto di satira per il loro carattere pepato e mascolino, in pesante credito con Afrodite. Per esse ecco gli amari calici:
ramo de piopa = i ani i galopa ramo de banbuco = ti xe andà in kuko (sei sfiorita) mucio de fen = ti xe pezo del velen
Per coloro poi, la cui reputazione era notoriamente traballante, apriti cielo! Sui gradini di casa non mancavano mai nè la cenere, nè i carboni, nè le uova marce, o, ancor più sottilmente, un ferro di cavallo.
Parodiando un vecchissimo proverbio nostrano, coniato apposta per le ragazze ree di aver compromessa la loro virtù; “La ga perso on fero”, si provvedeva con ammirabile sollecitudine, recapitando a domicilio appunto, il “fero” mancante.
Ovvio dunque il sonno leggero di queste ultime, costrette ad alzatacce fuori programma onde far sparire ogni indizio, prima che qualche linguaccia potesse mettersi in moto, e non senza giustificato timore.
Alle tre del mattino guidati da Venere, astro nascente loro patrono, (la stela boara) i bovai, calzate pesanti “sgalmare” si recavo nelle stalle padronali per accudire i bovini, e proprio loro potevano essere i primi a scorgere gli infamanti doni, dando l’allarme prima dei galli ad un pollaio che non aspettava altro per scatenare un putiferio di maldicenze.
Le altre, le fortunate, lasciavano ostentatamente appassire sui davanzali i segni del loro trionfo, ingenui e patetici trofei della vanità, che avevano però il potere di suscitare l’invidia ed il rimpianto di quelle per le quali “El Majio” era solo un pallido ricordo.
Costoro, a propria consolazione, citavano un lapidario proverbio che, senza volerlo, ricalcava il succo della canzone di Lorenzo il Magnifico: “La zoventù passa na volta sola,… perseghi e melon tuti a la so stajion!”
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Graziano Beccari. ““El Majio””. Ventaglio Novanta, n. 33, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/el-majio/