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UN RICORDO

“La mia vita prigioniera”

Un libro di drammatici ricordi, scritto da Giovanni Ceciliato di Arquà Polesine. Alcune pagine dedicate al ricordo di Renato Tarabello di Canaro

di Claudio Garbellini

Ventaglio Novanta n. 33 2006 pp. 88–89

Gli anni della guerra sono una ferita troppo grande per poter essere dimenticata. E’ così che, a distanza di oltre sessant’anni, ancora fanno la loro comparsa nelle librerie intensi memoriali di chi ha vissuto gli episodi più drammatici della seconda guerra mondiale Tra questi un libro di Giovanni Ceciliato, originario di Arquà Polesine (classe 1920), oggi residente in Piemonte, che nel proprio diario ripercorre la sua storia, a partire dal 10 marzo 1940, quando gli arriva la cartolina-precetto per Bari e viene arruolato nel 32° Reggimento Artiglieria – Sezione Comando -, avendo il brevetto di radio marconista.

Il 16 giugno 1940 viene spedito sul fronte albanese ed assegnato al 6° Corpo d’Armata della Divisione Marche, agli ordini del generale Roatta. L’8 settembre 1943 la sua compagnia, come quasi tutto l’esercito italiano, viene abbandonata dai comandi e quattro giorni dopo, la mattina del 12 settembre, Ceciliato viene arrestato dai tedeschi in territorio iugoslavo.

E’ così che Giovanni Ceciliato diventa uno di quei 600-700 mila militari italiani internati nei lager tedeschi, una categoria a parte nell’universo concentrazionario nazista: non prigionieri di guerra, che avevano i diritti sanciti dalla Convenzione di Ginevra, ma internati militari italiani (I.M.I.), che non avevano diritto a nulla. Erano solo braccia da lavoro, cioé “Schiavi di Hitler”, come li chiama Ricciotti Lazzero, reduce dalla campagna di Russia, poi partigiano in Piemonte e quindi giornalista, nel suo notissimo libro sulle vicende degli Imi.

Per Ceciliato inizia dunque la prigionia e, dopo settimane di viaggio stipati in un vagone merci, il 28 settembre, con i suoi compagni giunge a Fallingbostel, l’enorme campo di smistamento dei prigionieri, a poca distanza del famigerato Bergen Belsen.

Proprio in quel campo, nel quale rimane quasi un mese, Ceciliato conosce un giovane ufficiale russo che, una sera, prima di sparire mentre tornavano dal lavoro, gli confida di essere il figlio maggiore di Stalin.

Il 25 ottobre il gruppo di Imi viene rimesso su un treno e dopo 28 ore di viaggio giungono a Bernburg (Hannover), per essere internati nel lager XIA ed assegnati al lavoro nella fabbrica di aerei Junker.

Nel campo ci sono prigionieri di diverse nazionalità – serbi, belgi, francesi – ma “noi italiani siamo chiusi da soli perché siamo i più belli” scrive, con amara ironia, Ceciliato nel suo quaderno dove annota, giorno per giorno, tutto quello che gli succede intorno e tutto quello che prova: la disperazione, la fame, i pidocchi, il lavoro massacrante e le umiliazioni.

Il giorno del suo compleanno, scrive: “Nella mia gioventù, che doveva essere più felice, più contento degli uccelli liberi, sono qui: un cadavere che vive a stento. Mi mancano le carni per coprire queste ossa, mi mancano le forze per reggermi”.

Annota tutto, Ceciliato, anche la tragedia degli amici morti. Uno di questi, Renato Taribello, di Canaro, perisce durante il bombardamento della fabbrica, il 20 febbraio 1944, e Ceciliato ne individua i resti sotto le macerie. Ed è per questo che, 61 anni dopo, si è messo in contatto con il sottoscritto, che abita a Canaro, per avere notizie dei parenti del commilitone morto in quel lontano bombardamento.

Il diario di Ceciliato, di quei 646 giorni di prigionia, grazie all’iniziativa dei famigliari, è diventato un libro – “La mia vita prigioniera. Diario dai campi di internamento nazisti”, Brescia 2005, per i tipi di “La Cittadina” – e l’autore voleva recapitare una copia del volume ai parenti del Taribello, i quali, però dal 1950, sono emigrati a Torino.

Analoga la scelta fatta nel dopoguerra da Ceciliato che, lasciata Arquà Polesine, vive da anni a Ciriè (To), dove nel 1988 è stato insignito del titolo di Cavaliere al Merito Interalleato e nel 2003 di Cavaliere della Repubblica Italiana.

L’ho incontrato a Rosolina l’estate scorsa: uno splendido ottantacinquenne, in ottima salute, con la memoria viva e la parola incontenibile nel raccontarmi la sua vicenda e il ricordo nitido e tragico di quel povero corpo straziato dalle macerie.

Ora sta facendo ricerche a Torino per rintracciare i famigliari di Renato Taribello, il cui nome è inciso sulla lapide nel monumento ai caduti di Canaro.

Il libro è la trascrizione fedele dello scritto originale e, anche se la bibliografia sugli Imi, desunta da diari e testimonianze, è ormai copiosa, ogni volta che esce un nuovo volume si riaprono ferite mai completamente rimarginate, nelle quali si incrociano eroismi e destini di ragazzi in divisa che seppero dire no a Hitler e alla Repubblica Sociale Italiana.

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Come citare questo articolo

Claudio Garbellini. ““La mia vita prigioniera””. Ventaglio Novanta, n. 33, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-mia-vita-prigioniera/

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