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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

I misteri del Palazzon di Trecenta

Ricostruita l’evoluzione dell’antico immobile: prima castello, poi mulino ed infine dimora nobiliare

di Michelangelo Caberletti

Ventaglio Novanta n. 34 2007 pp. 18–23

Le cantine del seicentesco palazzo Pepoli di Trecenta, comunemente detto “el Palazzon”, (ne consiglio la visita a chi non l’avesse ancora fatto), in seguito all’accurato restauro finanziato dalla Regione Veneto, hanno messo in evidenza complesse strutture sotterranee in laterizio, preesistenti alla costruzione del palazzo ed ascrivibili ad interventi effettuati in diversi periodi, che costituiscono, dal punto di vista storico, un problema di difficile soluzione.

Il castello antico

Partiamo dai reperti più antichi. Si sono rinvenute, perifericamente alle fondazioni del palazzo, le basi di quattro torrioni circolari, interpretate dagli esperti della Sovrintendenza, come i resti dell’antico castello di Trecenta (Cfr. “Il recupero di palazzo Pepoli”, a cura della Reg. Veneto, 1996, pagg. 55-56) che, prima di questo ritrovamento, non si sapeva con precisione dove fosse localizzato.

Il rinvenimento conferma sostanzialmente l’attendibilità di una mappa attribuita al Sardi, che riproduce la situazione antica del territorio ferrarese in epoca antecedente la rotta di Ficarolo (a. 1150 circa) e che posiziona il bozzetto del Tricinta castrum, peraltro a quattro torri e corpo centrale, lungo il percorso di un fiume denominato Phylistina, cioè l’antico corso del Po di Adria. (Fig. 1) (Arch. Stato Modena, sez. territorio, f. 46).

Un castello quindi non in relazione al corso del Tartaro, all’epoca impostato su altre direttrici, (Tartarello verso Baruchella e Fratta-Magarino verso Sariano), ma costruito sulle alture della riva sinistra della Filistina, che qui formava un ampio meandro. Dovrebbe trattarsi dell’antico castello costruito dalla comunità di Trecenta (o dai Gandaceto, secondo il Franceschini), attorno al mille per difendere la popolazione dalle scorribande degli Ungari. Dalla stessa comunità fu poi venduto in data 4 marzo 1283 al marchese Obizzo II d’Este, signore di Ferrara. (M. A. Guarini, “Compendio Historico…”, pag. 411).

Da allora la sorte di questo castello fu quantomai infelice, perché venne a più riprese coinvolto nelle violente lotte fra i figli di Obizzo, (morto nel 1293, forse ucciso dai suoi stessi figli!), per la successione nell’eredità paterna. In quelle circostanze i padovani, che parteggiavano prima per Aldobrandino e poi per Francesco suo fratello, invasero il Polesine devastando i centri rimasti in possesso di Azzo VIII, il terzo fratello, che tentava di contrastarne l’avanzata asserragliato nei castelli a lui fedeli. Durante la lunga e sanguinosa guerra, il castello di Trecenta fu assalito ed “abbrugiato”, perso e riconquistato più volte. Nel 1312 nella lotta s’inserirono i veneziani, che provocarono una recrudescenza delle ostilità che si esaurirono solo verso il 1320.

Si può ragionevolmente ipotizzare che, al termine della lunga guerra fratricida, il castello di Trecenta fosse ridotto ad un cumulo di macerie (e non più ricostruito, dal momento che il suo sito sarà occupato in tempi successivi da altre strutture, che vedremo fra poco). Ma ciò non toglie che sia stato eretto un altro castello.

Il nuovo castello

Un luogo strategicamente importante come Trecenta non poteva rimanere privo di un presidio armato e di un castello. Nella investitura avvenuta nel 1409 a favore di Uguccione Contrari, è menzionato il solo castello di Sariano, ma nella successiva donazione allo stesso dei rimanenti luoghi di Trecenta, (doc. 3 luglio 1413) vi è un esplicito riferimento ad un “castrum domini Marchionis (marchese estense) … cum offitialibus” ( A.S.Fe, A. Bent. b. 2, f. 14). Verso la fine del sec. XV (1483), il Sanudo nel suo “Itinerario in terra ferma”, ce ne dà una concisa descrizione: “…e ha una torre forte…guarda il passo del Tartaro…defeso et custodito cum diligentia da fanti cento…”, sufficiente però a farci comprendere che non si trattava del castello antico, che di torri ne aveva quattro, ma di un’altra costruzione diversa per forma e probabilmente collocata in altra posizione.

Al riguardo ci è d’aiuto una mappa del cinquecento (A.S.Fe. A.S.C. b. 3, f 15), dove una torre simile a quella descritta dal Sanudo appare ubicata nell’attuale piazza del Municipio, all’incirca nel luogo dell’odierna Torre Civica, che potrebbe perciò aver costituito, assieme al sottostante edificio, il corpo principale di un castello, giunto fino ai nostri giorni, sia pure con i necessari rifacimenti.

Queste osservazioni mi portano dunque a formulare l’innovativa ipotesi che i castelli di Trecenta in successione storica siano stati due: uno più antico, andato distrutto, ubicato nel sito del palazzon, ed uno più recente, presso l’attuale piazza del Municipio, in gran parte ancora esistente.

Per quanto riguarda la particolare ubicazione di questo secondo castello, va detto che si dimostrava strategica, in quanto una rotta del Tartaro (sempre più attivo a partire dal 1200 sul percorso Zelo-Trecenta-Bagnolo), all’altezza degli attuali giardini, ricordata dalla persistenza di un gorgo, detto “Dell’osteria” (cat. Napoleonico) e chiuso verso il 1930, aveva determinato un ramo fluviale con direzione Sud, lungo il quale si andrà allineando il principale nucleo abitato di Trecenta, che ancor oggi conserva la caratteristica dislocazione allungata.

Esauritosi anche questo corso a causa degli apporti del Castagnaro (rotta dell’Adige), ricchissimi di sabbie, il castello perse la sua importanza di severo controllore ed esattore dei traffici mercantili. Fu perciò smilitarizzato nel 1510 da Alfonso I d’Este, (M. A. Guarini, “Compendio historico…”, 1621, pag. 411) e riconvertito in sede periferica del Governo ferrarese, detta visconteria al tempo degli Estensi, governatorato durante la dominazione pontificia. Così l’edificio con la torre che domina la piazza è giunto fino a noi, conservando quel fascino delle cose antiche, che ancora caratterizza e rende interessante il centro di Trecenta, (Fig. 2).

La chiavica Corbella

Ma torniamo a Palazzo Pepoli per rilevare come la struttura più visibile e problematica sotto il palazzo sia costituita dai resti di una grande chiavica a quattro fornici, due più profondi, che hanno ancora ben evidenti le scorritoie per le paratie e due con piano di scorrimento più alto, ora parzialmente occupati dalle fondazioni interne del palazzo.

La direzione d’uscita dell’acqua è verso Sud, dal che si desume che la chiavica era in relazione al corso del Tartaro, posto ad un centinaio di metri a Nord della stessa, del quale ne regolava la portata, scaricandone le piene all’interno di un condotto ormai scomparso, ma ancora individuabile attraverso Corte Pepoli-Spalletti, via N. Badaloni in direzione di Santa Chiara e via Bassa Capovilla, al termine della quale si raccordava con l’antica Pestrina di Berguarina e Bagnolo (erano chiamate Pestrine i relitti del Po di Adria alimentati dal Tartaro).

Questo manufatto era detto Chiavica Corbella e pure i due condotti di entrata e uscita erano chiamati condotti di Corbella. Il toponimo compare già nell’investitura di terreni che il duca Alfonso I assegnò al conte Alfonsino Trotti nel 1506 (e conferma del 1516), staccandoli dall’immenso feudo della famiglia Contrari ed identificava un corpo di terreno golenale sopra Trecenta, di stara 209 (45 Ha circa), delimitato a Nord dal corso del fiume Tartaro e per i rimanenti lati dall’antico tracciato stradale-arginato per Zelo, oggi vie Canova e Branzettina, strada quest’ultima che divideva la Corbella dalla Brancetta.

Tale situazione territoriale è ben rilevabile da una bellissima ed inedita mappa del 1683, rinvenuta presso l’archivio Bentivoglio (A.S.Fe, misc. CC, f. 42) che disegna le proprietà della famiglia Bentivoglio in Trecenta e Zelo, subentrata dal 1560 nei possedimenti della famiglia Trotti.

Il nome Corbella, piccola cesta, (dal latino corbis-cesta), attributo di sacche golenali, ma usato anche per indicare imbarcazioni fluviali, ricorre di frequente nella zona a Nord di Trecenta con le varianti Corbottolo e Corbolano, (e Ponticelli), toponimi attinenti alla presenza di un fiume ormai senescente, per cui si può ipotizzare che in origine il condotto di Corbella fosse un più lungo e consistente ramo fluviale, oggi identificabile come Po di Zelo, (ramo del Po di Adria), che scendeva da Nord-Ovest per ricongiungersi con la Filistina-Po di Adria in corrispondenza dell’antico castello di Trecenta, del quale ne alimentava le fosse.

Un maniero quindi collocato in una posizione strategica per l’incrociarsi di due importanti vie fluviali. L’ipotesi è suffragata dall’elevato insabbiamento di tutta la zona, ancor oggi detta “i sabbioni”, tipico reliquato dei luoghi di confluenza, dove le correnti fluviali, scontrandosi, ne rallentano il corso, favorendo la deposizione del materiale litico in sospensione.

Il condotto di Corbella che ci appare nei documenti del 1500, sarebbe dunque il relitto di un più antico corso, poi intersecato e alimentato dal passaggio del Tartaro, che a partire dal 1200 cominciava ad affacciarsi minaccioso nei dintorni di Trecenta, rinforzato dagli apporti dell’Adige, attraverso le rotte di Castagnaro e Malopera.

Il mulino dei Bentivoglio

Torniamo nuovamente alla nostra chiavica sotto il Palazzon: perché presenta due differenti livelli di scorrimento delle acque?

La risposta certa viene ancora dalla scoperta di inediti documenti d’archivio, che arricchiscono la nostra storia di importanti conoscenze. Infatti la grande chiavica di Corbella (Figg. 3-4), era al servizio di un “mulino terrano” costruito dai Bentivoglio nel 1582. L’ideatore fu lo stesso Cornelio Bentivoglio che così scriveva al duca Alfonso II, per ottenerne licenza di costruzione: “Il molino che io disegno di fare a Trecenta, anderà posto nel cavo ditto la Corbella, di sotto dal ponte che al presente sopra ad esso si trova al dritto della strada che và all’osteria (attuale via Mazzini)…et sarà posto in questo modo: si farà un ponte di pietra di due occhi sopra il cavo suddetto di larghezza di nove o dieci piedi l’uno (circa 4 metri) che verranno ad essere larghi ambidue insieme quanto è di presente largo esso cavo et attaccato ad essi dalla banda verso Trecenta si farà altri due occhi dove anderanno posti i roti (le ruote a pale) del mulino, che saranno doi per occhio… gli altri due occhi avranno i gargami con le loro saracinesche o porte, che si terranno per l’ordinario basse et serrate per far macinare i mulini, ma in caso che fossero grosse l’acque, s’alzeranno per non impedire il corso di esse, le quali saracinesche non saranno più alte di quel che sarà necessario per far macinare il detto mulino… Et quando sarà grosso il Castagnaro mandandosi giù le saracinesche et sarandoci non potranno entrare le sue acque per la Corbella et andarvi per le valli come fanno al presente… e il comodo grande che avranno quei paesi nel macinare… oltre a levare l’occasione di contrabbandi che per andarsi a macinare fuori dal paese si possono fare…”

Contemporaneamente il Bentivoglio, che dal 1560 era stato infeudato dalla Camera Ducale Estense sull’immensa valle che andava dall’Argine della Sposa fino all’Argine della Arella, pensò di bonificare quella parte di essa, detta Brancetta, vicina alla Corbella, mediante l’escavo di uno scolo che portava le acque sopra la chiavica, col duplice scopo di bonificare parte delle sue terre e migliorare la forza motrice per la macinazione: “…Ho deliberato di fare un cavo di larghezza nel fondo di piedi vinti et profondo quel più che si potrà, dietro l’Argine della Sposa, lontano però da detto argine… il qual cavo se ne venga a riferire nella Corbella et alimenteranno le acque esso mulino…” (A.S.Fe, A. Bent. B.52, f.55).

La concessione ducale venne rilasciata in data 18 marzo 1582 e i lavori per la costruzione della chiavica e del molino, affidati a maistro Marco Calegarin muratore, coadiuvato dai suoi fratelli Ottavio e Bastiano, più altri manovali, iniziarono subito e procedettero spediti, nonostante si dovessero “tagliare speroni e muraglia vecchia da basso”, imprevisti dovuti all’aver incontrato i resti dell’antico castello insediato sullo stesso luogo, la cui esistenza era probabilmente ignorata già in quell’epoca.

I lavori per lo scavo del condotto di Brancetta vennero appaltati il 9-2-1583 a Guglielmo Romani, alias Picchioni, di Polesine Grande (Vallalta), titolare di un’impresa di scariolanti e battifanghi. (A. S. Fe, A. Bent. B. 63, ff.1-37).

Il nuovo mulino, costruito in poco più di un anno, venne subito affittato (2 maggio 1583) con un contratto della durata di tre anni, rinnovabile alla scadenza, a due mugnai di nome Marcello Biasioli e Gerardo Griffi, “…cum omnibus edificiis ac fulcinentis ad eum spectantes…”, per il ricovero dei mugnai e delle robbe, molti dei quali ancora incompleti. (A.S.Fe, A. Bent. B. 63, f. 45). (Le interessanti clausole di questi contratti meritano di essere oggetto di un ulteriore studio, che si rimanda ad altra occasione, in quanto esulerebbero dal presente argomento).

Ma l’ingegnoso molino a quattro palmenti non ebbe vita facile, soprattutto per colpa del suo sito troppo elevato, per cui, quando il livello del Tartaro era basso, si trovava spesso privo della preziosa energia idraulica dalla quale dipendeva la sua rotazione. Assai significativo al riguardo è il valore catastale del mulino, stimato in scudi 20.216 nel 1590, ma nel 1616 sarà stimato scudi 10.400; vale a dire che in 26 anni aveva perso la metà del suo valore iniziale. Si deve perciò presumere un suo difficoltoso funzionamento.

In particolare dopo l’ennesima rotta dell’argine della Sposa, avvenuta nel 1620 (con relativa formazione di un gorgo nel luogo di sbocco), rotta che danneggiò notevolmente il territorio appena bonificato, fu chiaro che non si poteva più tollerare un Tartaro disalveato e vagante, contenuto dai soli argini della Sposa e di Giazzano.

Il marchese Enzio Bentivoglio, succeduto a Cornelio suo padre, fu perciò costretto ad escavare un nuovo alveo più profondo ed arginato ove far scorrere in sicurezza le acque del Tartaro. Questo grandioso intervento se da una parte determinò il successo della bonifica (e la bancarotta della famiglia), dall’altra causò l’inaridimento della Corbella e la fine dell’attività molitoria. Comunque sia, il manufatto appare censito come mulino di proprietà Bentivoglio fino al 1650, dopodichè le macine e le attrezzature furono probabilmente reimpiegate sui mulini natanti, mentre la sovrastruttura in muratura fu trasformata in abitazione.

Frattanto nelle proprietà dei Bentivoglio s’inseriva per credito dotale la famiglia Pepoli, avendo Cesare Pepoli sposato la marchesa Giulia Bentivoglio. (Ma non si trattò dell’unico matrimonio tra i due casati). I Pepoli, originari di Bologna, erano già presenti in Trecenta, poiché attraverso il matrimonio di Licinio con Laura Contrari, avevano ereditato nel 1575 tutti i beni dell’estinto casato ferrarese.

La nascita del Palazzon

Passato alla famiglia Pepoli, lo stabile ormai inutilizzato di Corbella fu oggetto di una radicale trasformazione, cosicchè sul sito del mulino si sovrappose a partire dal 1687 il grandioso Palazzon, (Fig. 5), le cui mura perimetrali, poggiando in buona parte sulle fondazioni dell’antico castello, ci ricordano la forma e le dimensioni della prima struttura. I sottostanti fornici della chiavica dell’ex mulino (Fig. 6) furono parzialmente riempiti di terra e adibiti a cantine, mentre le robuste volte, alle quali ne furono affiancate due nuove, sorreggono ancora i pavimenti del piano sovrastante.

Anche il condotto di Corbella fu interrato, ed eliminato il ponticello che ne permetteva il transito, mentre la strada veniva spostata da Nord a Sud del palazzo, come nella situazione attuale. E’ rimasto invece sostanzialmente immutato il condotto di Brancetta, oggi deviato nel suo tratto finale direttamente nel Tartaro, dove è regolato da una chiavichetta.

Anche se resta ancora molto da scoprire, spero di aver contribuito con il presente lavoro a fare un po’ di luce su di un sito dove si concentrano tanti secoli della nostra storia.

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Come citare questo articolo

Michelangelo Caberletti. “I misteri del Palazzon di Trecenta”. Ventaglio Novanta, n. 34, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-misteri-del-palazzon-di-trecenta/

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