La vita in campagna un tempo comportava una conoscenza approfondita dell’ambiente rurale, nel quale avevano un ruolo importante anche gli uccelli.
Un mondo quello degli uccelli che ha risentito pesantemente dei danni provocati dall’inquinamento. Con l’uso indiscriminato di pesticidi l’uomo ha infatti penalizzato in maniera rilevante anche i volatili, immemore della loro necessaria funzione nell’armonia del Creato.
Oltre l’uso maldestro della chimica, la anche la caccia mal regolamentata ha prodotto danni tali da far scomparire alcune specie. Un tempo erano ben conosciuti gli uccelli che vivevano nelle nostre terre e quelli migratori noti per i loro canti, gorgheggi e per la bellezza delle loro piume.
In pieno inverno erano tanti i piccoli scriccioli definiti gli uccellini del freddo poichè la loro comparsa significava gelo e ghiaccio.
Il pettirosso invece era considerato l’uccellino della neve, perchè quando questa copriva tutto, a frotte venivano a sfamarsi sotto i fienili e davanti alla porta di casa, per la gioia di noi bambini che buttavamo loro le briciole di pane. A questi uccellini è legata la leggenda che vuole che il petto rosso sia dovuto al fatto di aver strappato una spina dalla corona posta sulla testa di Gesù in croce, macchiandosi con qualche goccia di sangue.
Queste piccole specie di uccelli non sono scomparse del tutto, ma sono sempre più rare.
Gli ultimi tre giorni di gennaio, detti della “merla”, sono sempre stati considerati i tre giorni più freddi dell’anno e la leggenda vuole che un tempo la merla fosse bianca: si tinse di nero riparandosi dal freddo in un camino e da allora rimase tale.
Il canto del merlo è molto bello ed in febbraio, quando comincia a farsi sentire per gli amori e la nidificazione, è un segnale per i contadini, a signicare che la primavera è vicina e che è ora di cominciare a potare le viti ed a preparare la terra per le seminagioni.
Marzo, il mese della primavera, è legato alla rondine che è sempre stata per la nostra gente quasi un uccello sacro, indispensabile, anche per la capacità di divorare tanti e tanti insetti. Mi ricordo che da bambino una rondine aveva nidificato in granaio; guai a disturbarla o rompere il nido, mia nonna diceva che era la Rondine del Signore, portatrice di grazie e stendeva un sacco sotto il nido affinchè i piccoli non sporcassero il pavimento e quotidianamente andava a cambiarlo. Alle rondini sono legati proverbi e detti popolari come ad esempio “Una rondine non fa primavera” a significare che il freddo può essere ancora dietro l’angolo. Altrettanto noto è il detto “Per S. Benedetto la rondine è sotto il tetto”, a identificare il suo arrivo con il primo giorno di primavera.
In autunno era uno spettacolo quando le rondini si radunano sui fili elettrici per organizzare la loro partenza verso i paesi caldi. Ora purtroppo anche questi raduni canori sono diminuiti più della metà e lo si constata ogni anno.
Una specie che sembra essere in buona salute è quella del passero nostrano. Un tempo questi uccelli erano considerati nemici dei contadini che, per difendere le loro colture, erano costretti a preparare dei pupazzi chiamati appunto “spaventa passeri”. Nonostante tutto ciò, il passero ha comunque la sua bellezza e sensibilità ed è stato immortalato dal grande poeta Giacomo Leopardi nel canto “Passero solitario”.
Sicuramente nocive all’agricoltura sono le cornacchie (in dialetto chiamate “grole”) che rovinano la frutta e, non avendo una carne pregiata, non sono ricercate dai cacciatori per cui sono sempre numerose.
Altro uccello dannoso all’agricoltura è lo storno. Pur essendo bersagliato dai cacciatori, lo storno è una specie molto prolifica; ama stare in gruppo e spettacolari sono i momenti in cui arrivano a stormi ad oscurare il cielo.
L’uccello più amato è sempre stato l’usignolo, il suo canto era considerato una melodia divina ed è sempre stato ricordato in tante canzonette: “Canta l’usignolo”, “L’usignolo canterà”, ecc. D’estate iniziava allo spuntar del sole i suoi gorgheggi, e il suo bel canto rallegrava i contadini nei campi; purtroppo da alcuni lustri anche questo non si sente più.
L’allodola si è sempre distinta per il suo caratteristico canto, ambita dai cacciatori che la richiamavano nei prati appena falciati con uno specchietto dal quale veniva attratta. “Uno specchio per le allodole” è rimasto nel detto popolare il modo ingannevole col quale il disonesto cerca di frodare il prossimo. La scomparsa dell’allodola è legata anche alla scomparsa di medicai dove nidificava e si nutriva.
E’ da ricordare come l’estinzione di tante specie di uccelli sia da collegare ai mutamenti colturali dei terreni per cui, parimenti alla caccia ed all’uso maldestro della chimica, è il dissesto dell’habitat naturale a creare scompensi.
In estate migrava dall’Africa un bell’uccello dalle carni molto saporite, la quaglia, famosa anche per le tante uova che deponeva nei nidi. Anche questi uccelli sono scomparsi.
La gazza, pur essendo un uccello selvatico, è addomesticabile. E’ paragonabile quasi a colombi e tortore, ma da questi si distingue per la sua rapacità. Dotata di un grosso becco, spaventa gli altri uccelli e, attratta dal luccichio degli oggetti, diventa ladra. Il grande musicista G. Rossini l’immortalò nella celebre “La gazza ladra” basandosi su un fatto di cronaca: ad una ricca signora erano stati sottratti i gioielli; fu incolpata la domestica che, nonostante si dichiarasse innocente, fu condannata ad alcuni anni di carcere. Dopo alcuni lustri fu abbattuta una quercia nel parco della villa e, meraviglia delle meraviglie, i gioielli della signora erano nel nido della gazza.
Il cardellino era molto ammirato per le sue piume gialle e di vari colori e veniva tenuto in gabbia in casa. Ho visto anche qui il grande istinto della maternità. Gli appassionati mettevano il nido dei cardellini appena nati in una gabbia aperta, legata ad un albero e la madre andava a nutrirli. Anche questo meraviglioso uccelletto è stato immortalato dal grande Raffaello nel famoso quadro “La Madonna del cardellino”.
Il cuculo (chiamato “cuco” in dialetto) era famoso per il suo canto che sembrava quasi umano: cucù! cucù!. Lo emetteva nei mesi di maggio e giugno, quando i contadini erano oberati di lavoro: fienagione, sarchiare il mais, irrorare le viti e mietere il grano, ed era in voga questo detto: “Quando il cuco canta, il contadino suda”.
Era giudicato uno sfruttatore poichè questo uccello non cotruisce il nido, ma depone le proprie uova nel nido di altre specie di uccelli, costringendoli a covare. Il poeta G. Pascoli lo ricorda nella sua poesia “Romagna” con queste parole: “..del cuculo ozioso i piccolini!”.
E’ tutt’ora in voga il detto “Ogni giorno nasce un cucco e beato chi lo cucca” ed anche “Non sono un cucco” quando qualcuno si sente ingannato. E’ da chiedersi se il cuculo sia veramente un uccello poco furbo se si considera che riesce a far covare le proprie uova nei nidi degli altri uccelli!
Gli uccelli che la tradizione popolare ha sempre giudicato male sono due: il pipistrello e la civetta, che volano di notte e sono tanto necessari alla lotta contro insetti e topi.
Se un pipistrello riusciva per caso ad entrare in casa di notte, non solo metteva tanta paura per la sua bruttezza a donne e bambini, ma era considerato anche portatore di sfortuna. Anche questo uccello purtroppo è quasi scomparso.
La civetta poi è l’uccello del malaugurio se non addirittura della morte. Quando tuttora la si sente cantare di notte sui tetti delle case, i superstizioni credono che in famiglia sia prossimo un funerale. Ricordo che, negli anni sessanta, una signora che aveva avuto un figlio deceduto in un incidente stradale, straziata dal dolore disse: “Avevo un presentimento perchè da alcune notti sentivo una civetta cantare sulla casa!”.
In autunno il nostro territorio era caratterizzato dalla presenza degli uccelli migratori. Tra queste specie erano: la cesena (in dialetto detta “gardenia”) che si appostava sui peri e sui meli cibandosi dei residui di scarti di frutta sulle piante.
C’era poi la pavoncella (in dialetto detta “ciuiga”) così chiamata per la bellezza delle sue piume.
Gli uccelli migratori d’acqua erano bersaglio dei cacciatori che li cacciavano in apposite “poste” o nascondigli vicino ai corsi d’acqua. I più numerosi e conosciuti erano le anitre selvatiche che venivano attirate dalla piccole anitre “selvatichine” allevate nelle nostre fattorie, venivano soprannominate “anitre da gioco”. Erano fra le prede più ambite dai cacciatori come le lepri e i fagiani.
L’anitra reale, il cui maschio è denominato germano, ha un bellissimo ricciolino sulla coda ad attraenti colori di piume con riflessi verdi, giallognoli e color turchese al collo.
Il codone, solo il maschio ha la coda lunga e un tempo era il vanto dei cacciatori che, quando riuscivano a cacciarlo, infilavano sul nastro del cappello una piuma mostrando così orgogliosamente il trofeo.
La marzolina, così chiamata perchè arrivava ai primi soli primaverili, in dialetto veniva chiamata “rocchetto”. Queste erano le specie più conosciute dai cacciatori dei nostri paesi, ma quante ore d’attesa e freddo nelle poste e nascondigli costavano loro queste ambite prede!
Negli inverni rigidi e nevosi arrivavano anche le oche della neve, ma questo epiteto non era esatto, poichè quella razza completamente bianca non si era mai vista nei nostri paesi.
Arrivavano invece le oche selvatiche color caffelatte denominate “le granaiole” provenienti dai paesi Scandinavi e dalla tundra russa ed anche queste erano ambiti trofei per i cacciatori che riuscivano a cacciarle. Poi nei postamenti parziali di uccelli acquatici, arrivava la folaga tutta nera con una protuberanza bianca sul becco; la gallinella d’acqua, che in dialetto si chiamava “bietara”.
Poi arrivavano i limicoli che mettevano il becco nel limo o nel fango alla ricerca di tutte le forme viventi, lombrichi, piccole lumachine o altri esseri tipici delle nostre zone. Il più famoso di tutti era il beccaccino.
Come si vede si tratta di un patrimonio naturale di grande interesse che va tutelato.
Per assicurare la sopravvivenza di queste specie di uccelli migratori sono state realizzate, in varie zone d’Italia, oasi naturali protette, ove questi selvatici migratori tranquillamente vivono e nidificano. Nella nostra provincia abbiamo l’onore di avere un’oasi tra le più vaste e belle d’Italia nel Delta del Po, che è, anche meta di tanti turisti che possono vedere una natura ancora abbastanza integra come ai bei tempi.
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Come citare questo articolo
Ildo Testoni. “Un mondo con le ali”. Ventaglio Novanta, n. 34, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/un-mondo-con-le-ali/