Costantino Munari, nativo di Calto (1° gennaio 1772), fu inquisito come cospiratore nel processo che vide coinvolti 34 Carbonari del Polesine.
Leggendo i suoi “Costituti”, si intuisce che gli inquisitori si aspettavano da lui delle rivelazioni importanti sulla Carboneria. Rivelazioni che Munari non fece mai, neppure quando, già condannato a morte, gli si offriva in cambio la vita. La storia di questo personaggio, figlio del secolo dei lumi, è così enigmatica ed inconsueta, che l’esigenza di indagare su di lui diventa impellente, quasi si abbia la certezza di trovare nella sua vita la conferma di un personaggio misterioso dal destino oscuro.
Con tale assillo abbiamo abbandonato la storiografia tradizionale che ha voluto accomunare Munari ai Carbonari sorti attorno alla “Vendita” di Fratta, per privilegiare le tracce documentali che qua e là stanno emergendo, seguendo in particolare il filone, in parte inedito, dei patrioti della Cispadana, della Cisalpina e dei cospiratori emiliani.
Va innanzitutto ricordato come egli negò sempre, davanti ai suoi giudici, di aver aderito alla Carboneria e, a maggior ragione, di aver pronunciato il giuramento di affiliazione a quella società. Ed è da ritenere che fosse sincero dal momento che gli inquisitori non riuscirono a dimostrare l’opposto.
Ciononostante la Commissione Inquirente si convinse che fosse depositario di molti segreti sul movimento clandestino e su collegamenti con potenze straniere. Tale dubbio può essere condiviso anche da chi, oggi, cerca di ricostruire quei fatti: “Perché un personaggio che non ha pronunciato alcun giuramento, che dice di non aver aderito alla Carboneria, anzi verso la quale ha manifestato tutta la sua avversione, partecipava a tante riunioni segrete di alto rango, con mansioni e compiti tanto delicati?”
Una risposta a questa domanda si può forse trovare ricostruendo alcune importanti fasi della sua vita.
L’ideale giacobino
Munari trascorse la sua gioventù tra Ferrara e Bologna. Frequentava salotti e circoli culturali di quelle città e si legava con amicizie importanti: Giambattista Costabili Containi, Luigi Massari, Carlo Bentivoglio, Girolamo Cicognara… Aveva affinato il suo spirito nello studio dei classici della letteratura italiana e della storia antica di Roma e aveva perfezionato i suoi studi universitari con Compagnoni, docente di diritto costituzionale.
Al tempo stesso coltivava gli ideali di libertà, di fratellanza, di tolleranza che emanavano dalle opere di Rousseau, di Voltaire, degli Enciclopedisti, di Alfieri, dei fratelli Verri, di Cesare Beccaria. “Scettico, colto, brillante, intelligente ed affabile”, (questo è il profilo steso dai suoi inquisitori), divenne presto l’anima dei circoli repubblicani, quale interprete dei tempi nuovi. E in questo periodo probabilmente si legò a quella società segreta, presente in Emilia, detta dei “Raggi”.
Quando dalla Francia giunsero le notizie della Rivoluzione, Costantino, era poco più di un ragazzo. Appena potè, nel 1793, all’età di 21 anni, partì per Parigi ed in seguito, passava più tempo nella capitale francese, che a Calto. Molti fatti concreti mi hanno portato a concludere che là venisse a contatto con il movimento “giacobino” e, all’interno di questo, incontrasse personaggi fondamentali, come Filippo Buonarroti, e un certo Saliceti, còrso, amico di famiglia di un giovane, e ancora sconosciuto ufficiale, di nome Napoleone Bonaparte.
Quando, nel 1796, Napoleone valicò le Alpi a capo di quell’esercito di 30 mila uomini, che a veri e propri soldati somigliavano poco, Saliceti lo accompagnava, anzi lo precedeva con l’incarico di Commissario. Napoleone, occupata Bologna e Ferrara, senza perdere tempo, percorreva la sponda meridionale del Po per prendere gli Austriaci alle spalle, lasciando al Saliceti il compito di organizzare politicamente le due città emiliane.
Le “purghe” di Munari
Munari aveva da poco compiuto ventisei anni, quando il Saliceti, conoscendo la preparazione e la determinazione del giovane caltese, lo mise a capo di una delle sei Commissioni Criminali d’alta Polizia, istituite nella Cisalpina “per punire con estremo rigore gli allarmisti, cioè quelli che tentassero in parole o fatti di sovvertire la Repubblica. In Ferrara fu posta la V di esse,…” (A.Frizzi: Diario di Ferrara).
Questa carica consentì a Costantino Munari di sfogare tutto il suo “giacobismo”. Sono infatti note le “purghe” che egli fece, istaurando a Ferrara un clima di vero e proprio “terrore”. Questi tribunali “portavano pene sproporzionate ai delitti. Trovarono nel nostro tribunale di Ferrara specialmente, giudici furibondi, nemici dei cattolici e modellati sul gusto di Robespierre. Quindi ne vennero processure, condanne orribili. Fra le altre fece sensazione, la più profonda, la morte del sacerdote Pietro Maria Zannarini, parroco di Varignano, villa del territorio bolognese, fucilato il 2 luglio 1798, per aver atterrati due alberi di libertà…”
Munari vuotò i conventi, requisì chiese, impedì ai prelati di celebrare funzioni religiose e li condannò ai lavori pubblici. Insomma cercò di realizzare nella città di Ferrara quella rivoluzione che aveva avuto la sua matrice in Francia tra il 1792 e il 1795.
Ma in Francia il vento era cambiato e proprio allora il Direttorio scoprì un complotto estremista ordito da Buonarroti e Babeuf, col quale si voleva rilanciare una rivoluzione ancora più radicale. La reazione fu immediata. Il Direttorio compì un brusco cambio di rotta e, attraverso gli ambasciatori Trouvè e Rivaud, impresse un nuovo corso alla politica che portò la Cisalpina nell’alveo del moderatismo.
Nei territori occupati dall’esercito napoleonico gli affiliati ai Raggi, non ressero alla repressione della polizia francese. La società si sciolse e gli aderenti più importanti confluirono negli Adelfi, associazione che comunque conservò la matrice giacobina. Munari aderì a questa nuova società segreta e lo ammise di fronte al suo inquisitore, Antonio Salvotti.
In prigione a Peschiera
Il 29 maggio 1799, Ferrara, ritornò sotto lo Stato Pontificio. Scrive il Frizzi (op.cit.) “In detto giorno la Reggenza cominciò ad arrestare, e proseguì poi nei seguenti, varie persone fra quelle che ebbero cariche cisalpine e si mostrarono più fanatici per i francesi, scagliandosi in voce ed in fatti contro i monarchi, contro le cose di religione cattolica e loro ministri. Fra questi vi fu Costantino Munari. Il Munari fu relegato nella fortezza di Peschiera, gli altri in quella di Legnago. (…) il 30 marzo 1800, quel Costantino Munari, di cui s’è parlato, fu trasferito dalla fortezza di Peschiera, dove è stato trattenuto in arresto fin qui, a Ferrara co’ ceppi ai piedi e, posto in Castello, gli si forma un processo”. E il processo fu celebrato il 15 giugno 1800.
I giudici austriaci, inaspettatamente, lo assolsero. Applicarono il principio della non retroattività della legge, sentenziando non doversi considerare delitto l’aver aderito al sistema repubblicano, una volta caduto il dominio pontificio.
Munari deputato del Basso Po
L’inattività politica di Munari durò molto poco, infatti, ritornato sulla scena internazionale Napoleone, Munari si ripresentò al fianco dei bonapartisti: fu eletto deputato del Basso Po, partecipò ai vari congressi di Reggio. Ma per lui cominciarono le delusioni. I “moderati”, andavano prevalendo sulle fazioni “giacobine”; la delusione divenne amarezza quando, nel dicembre 1807 – gennaio 1808, partecipò ai “Comizi di Lione” dove la corrente giacobina, già agonizzante, fu definitivamente soverchiata dai “moderati lombardi” e liquidata dallo stesso Napoleone.
L’atteggiamento di Bonaparte, considerato ormai dal Munari un nemico al pari dell’Austria, gli fece capire che gli ideali repubblicani erano definitivamente traditi e il programma dell’unità d’Italia perdeva la privativa dei patrioti di ispirazione giacobina.
Preso da comprensibile sconforto si ritirò a Calto, tagliando apparentemente con la politica attiva, dedicandosi alla sua professione di giureconsulto ed occupandosi della bonifica delle “Terre vecchie”. Ma il suo spirito giacobino rimaneva più vivo che mai, cosicché egli continuava in segreto con le sue trame.
La “Costituzione Latina”
Fortemente critico verso la Carboneria, di cui pensava tutto il male possibile, fedele ai suoi ideali dell’Adelfia, in forte dissenso ideologico con la “Vendita” di Fratta, legata ai napoleonidi, ideò un progetto politico che espresse nella “Costituzione Latina”, dove ipotizzava una società, di matrice giacobina, gerarchicamente al di sopra della Carboneria.
Munari prefigurava una repubblica organizzata su base regionale, di ispirazione rouseauniana, dove il bene comune era affidato alla patria, governata da un senato di cinque uomini, (i supremi maestri dell’Adelfia). La Costituzione Latina fu approvata, nel corso di una riunione segreta a Bologna, presso il Palazzo Ercolani, nell’ottobre del 1817, da rappresentanti di varie società provenienti da tutta Italia.
Dietro tutto questo, alcuni storici, come il Saitta, vedono la lunga mano di Buonarroti. Che “il più grande cospiratore del secolo” (Bakunin), abbia cercato di ridurre la Carboneria e gli Adelfi, a lui legati, e tante altre società segrete, sotto il suo comando, infiltrandovi uomini suoi e stipulando con essi ambigue alleanze, è documentato dallo storico Galante Garrone.
Quanto ci sia riuscito non è ancora chiaro. Secondo il Saitta il suo prestigio era immenso e lo rendeva se non onnipotente, onnipresente.
La scoperta della “Vendita” di Fratta, gli arresti che ne seguirono coinvolsero Munari, suo malgrado: le testimonianze del Villa, di Vincenzo Zerbini, del Foresti, la scoperta di una copia della “Costituzione Latina” lo incastrarono definitivamente. Arrestato nella sua casa il 20 dicembre 1818, fu ben presto sottoposto a stringenti interrogatori nel corso dei quali la Commissione inquirente, guidata da Antonio Salvotti, capì che si trattava di un personaggio molto importante nella gerarchia dei cospiratori.
La condanna allo Spielberg
Il processo si concluse con la sentenza del Senato Lombardo Veneto del 18 maggio 1821, in virtù della quale Munari fu condannato a morte, pena che l’Imperatore con “Sovrana Risoluzione 11 dicembre (1821)”, commutò in venti anni di carcere duro. In tutto i carbonari condannati furono 34, la lettura della sentenza definitiva fu fatta a Venezia la vigilia del natale 1821, nella piazza di S. Marco, ove era stato allestito un palco sul quale furono fatti salire gli imputati, in modo che il pubblico potesse seguire la cerimonia della condanna, a cui fu attribuita una funzione di esemplarità.
Le condanne più gravi, che prevedevano il carcere duro nelle fortezze di Lubiana e dello Spielberg a Brno, fu comminata a tredici patrioti: con Costantino Munari, furono destinati allo Spielberg Giovanni Bacchiega e Felice Foresti di Crespino, Antonio Fortunato Oroboni, Antonio Villa e il sacerdote Marco Fortini di Fratta, nonché il pretore milanese Antonio Solera; a Lubiana furono diretti i ferraresi G.B. Canonici e Giuseppe Delfini, Piero Rinaldi di Casalnuovo, Francesco Cecchetti di Rovigo, Giovanni Monti di Fratta Polesine e Vincenzo Carravieri di Crespino.
Il convoglio con i tredici condannati partì da Venezia il 10 gennaio 1822. I destinati allo Spielberg raggiunsero Brno il 10 febbraio 1822 dopo uno spossante cammino.
In breve, nella prigione, il fisico di Munari, già fragile, cominciò a cedere di fronte alla durezza delle condizioni di vita: la sua cella, la numero 5, come tutte le altre, dava a nord e dal pertugio in alto non entrava mai il sole. Dal 1824 ebbe come compagno Cesare Albertini, anziano farmacista mantovano, parimenti sofferente.
Quasi nessuna delle lettere, spedite dal detenuto caltese alla famiglia, giunse a destinazione, destinatari: la cognata Maria Cucchetti (vedova del fratello Matteo, morto nella battaglia di Lipsia nel 1813 al seguito di Napoleone) e i tre nipoti in tenera età.
In queste missive Munari accenna alla sua salute sempre più cagionevole, chiede notizie, dei congiunti; emerge una stanca ma coraggiosa rassegnazione, una serenità consapevole confortata da un grande desiderio di rivedere i propri cari, l’Italia e i suoi luoghi nativi. Una è particolarmente significativa: dice di sopportare tutto, le catene ai piedi, il cibo immangiabile, il freddo. In un’altra, diretta al fratello Giovanni, pretore in Occhiobello, si lamenta, tra l’altro, di dover fare la calza. L’imperatore Francesco I, infatti, aveva disposto che i carcerati, per non cadere nella noia, dovessero fare la calza.
Intanto la sua salute andava peggiorando. La notizia ci viene dal Pellico che, riferendosi a Munari, racconta (cap. LXXXIX): “…un altro infelice di salute danneggiatissima e di circa settanta anni (in realtà erano 57), fu aggregato a noi…” Era il 1829. Nel 1830 sia Pellico che Maroncelli, amabili compagni di conversazione, verranno liberati.
Il 29 ottobre 1833 il Deputato politico di Calto, ricevette la notizia, perché la notificasse alla famiglia, che Munari “in conseguenza del sofferto colpo apoplettico, e di altri malori cronici, mena nella sua carcere una vita infelice…” Altrettanto gravi le condizioni del suo compagno di cella Cesare Albertini che il 30 dello stesso mese muore in carcere, lasciandolo in un profondo sconforto.
La scarcerazione
Quasi due anni dopo giunge improvvisa la notizia della liberazione: il 9 aprile 1835, infatti, il Commissario di Polizia di Brno, Von Muth, comunicò che l’imperatore Ferdinando I, da poco salito al trono, aveva concessa a Costantino Munari la grazia.
Dopo oltre sedici anni dal suo arresto e dopo tredici di carcere duro, Munari fece ritorno a Calto il 23 aprile 1835. Nel frattempo la famiglia, era andata letteralmente in rovina. Il nuovo imperatore gli assegnò una pensione di un fiorino il giorno, pensione che godette per poco più di due anni.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Giorgio Fioravanti. “Costantino Munari e la Carboneria”. Ventaglio Novanta, n. 34, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/costantino-munari-e-la-carboneria/