Restaurazione e società segrete Con il termine Restaurazione s’intende tutto il periodo immediatamente successivo al Congresso di Vienna (1814), scopo del quale era stato appunto quello di restaurare lo stato politico-geografico dell’Europa, sconvolta dalla Rivoluzione Francese prima (1789), e dal turbine di Napoleone poi.
Il noto trinomio di princìpi di liberté, égalité, fraternité, affermati dalla Rivoluzione, era stato portato in tutto il Continente sulle punte delle baionette dell’esercito di Buonaparte. Seppur in buona parte da lui stesso traditi (si pensi alla fine della millenaria Serenissima Repubblica di Venezia), i suddetti princìpi trovarono terreno fertile soprattutto nella borghesia, classe formata dagli artigiani, dai commercianti, dai proprietari terrieri o di fabbriche che certo non erano disposti ad accettare passivamente il ritorno e il predominio dei sovrani assoluti.
Non avendo però la possibilità di opporsi apertamente ai governi reazionari, pena l’arresto immediato, si organizzarono in gruppi e sètte segrete. A queste, come detto, aderirono principalmente membri della borghesia, ma non mancarono nobili ed ex ufficiali napoleonici. La grande massa del popolo, per lo più analfabeta, era troppo occupata a sbarcare il lunario per potersi dedicare alla politica.
Una parte di coloro che aderirono alle società segrete presero come modello di governo quello inglese, con un Parlamento eletto dai benestanti. Altri, più radicali, sognavano invece di fondare democrazie d’ispirazione giacobina, in cui tutti i cittadini, indipendentemente dal ceto e dalla ricchezza, avessero il diritto di eleggere i loro rappresentanti. In Italia la più importante di queste sette fu la Carboneria, l’origine della quale resta ancora in gran parte avvolta nel mistero.
L’ipotesi maggiormente accettata è che il nome derivi dal fatto che coloro che vi aderivano, per non venire scoperti dalla polizia, utilizzassero per comunicare tra loro il linguaggio dei carbonari. I membri della carboneria si chiamavano buoni cugini ed erano organizzati in sezioni, chiamate vendite (la Vendita madre del Polesine si trovava a Rovigo: era nota col nome di Vendita del Piccolo Adige e contava almeno 22 adepti. Era qui che si procedeva alla ricezione dei nuovi affiliati).
All’interno di queste le gerarchie erano molto rigide. Per cui si avevano gli apprendisti, i neoiniziati, e i maestri. Il grado più alto era quello del Gran Maestro. Uno dei fini cui indubbiamente tendeva la carboneria italiana era l’indipendenza nazionale.
In seguito al Congresso di Vienna la penisola era stata divisa in sette stati principali: il Regno di Sardegna (che comprendeva la Val d’Aosta, il Piemonte, la Liguria e appunto la Sardegna); il Regno lombardo-veneto (parte dell’Impero d’Austria); i Ducati di Parma e di Modena; il Granducato di Toscana; lo Stato della Chiesa (che comprendeva il Lazio, l’Umbria, le Marche e parte dell’Emilia Romagna); il Regno delle Due Sicilie. A questi vanno aggiunti i due piccoli Ducati di Lucca e di Massa.
Il Ruolo chiave del Polesine In questa situazione il Po diventava il confine tra l’Imperiale Regio Presidio del Veneto (parte integrante del Lombardo-Veneto, a sua volta parte dell’Impero Austriaco) e lo Stato Pontificio. Già nel corso del Congresso di Vienna vivi contrasti s’erano accesi tra il Cancelliere austriaco Metternich ed il Cardinal Consalvi, rappresentante della Chiesa, sulla destinazione dei territori emiliano-romagnoli.
In questo contesto appare chiaro quale importanza strategica assumesse il Polesine, che, in qualche modo, divenne il punto di partenza di tutti i successivi tentativi di insurrezione anti-austriaca. A questo si aggiunga il fatto che, già a partire dal XVI secolo, il Polesine (ed in particolare Fratta) era stato frequentato da nobili veneziani, alcuni dei quali, dopo la caduta della Repubblica ad opera di Napoleone, qui si erano stabiliti, favorendo la nascita e lo sviluppo di un circolo di intellettuali dalle vedute filo-democratiche.
All’estate del 1818 risalgono i primi concreti contatti per la costituzione di una vendita carbonara a Fratta Polesine, le cui basi erano state poste dal Pretore di Crespino, Felice Foresti, agente della carboneria emiliana.
Un’altra setta presente nel paese polesano derivava dalla società segreta francese épingle noire (che, oltre a cacciare gli austriaci, mirava a incoronare Maria Luisa Regina di Francia e il figlio di Napoleone Re d’Italia) e si era costituita attorno alla Contessa Elena Cecilia Monti d’Arnaud, moglie di un ex ufficiale napoleonico. La Monti, che in precedenza era anche stata istitutrice del figlio di Napoleone, organizzava banchetti e riunioni presso la Villa Molin (ora Avezzù), cui prendevano parte anche numerosi carbonari, sebbene l’appartenenza a più società segrete non fosse ammessa.
Nel corso di una di queste riunioni l’11 Novembre 1818, probabilmente in seguito ad una soffiata, la polizia austriaca intervenne arrestando tutti i convitati, poi incarcerati nell’isola di S. Michele a Venezia. La sentenza del 22 Dicembre 1821 condannò allo Spielberg¹ tredici imputati: una sentenza esemplare che voleva stroncare i nascenti tentativi insurrezionali.
I personaggi e le testimonianze L’edificio che più di ogni altro ricorda la denominazione austriaca in Polesine è certamente il Palazzo della Gran Guardia posto nell’angolo sud-ovest di Piazza Vittorio Emanuele II a Rovigo. Fin dal 1817 era stanziato in città un Corpo di Guardia militare la cui caserma era stata ricavata adattando l’antico salone della Loggia degli Incanti, dietro la torre di Piazza. Ma, dopo le rivoluzioni del 1848, il Governo austriaco, come in ogni città, decise di potenziarlo costruendo una nuova caserma. Il progetto fu affidato al veneziano Giovan Battista Meduna e l’opera fu realizzata tra il 1853 e il 1854. Nel 1880 la Provincia lo cedette in affitto al Comune che dal 1909 cominciò ad utilizzarne il portico come luogo di memorie patriottiche rodigine. Tra le numerose lapidi commemorative di cui è costellato il portico una riporta i nomi dei carbonari polesani.
Tra di loro certamente spicca quello del Conte Antonio Fortunato Oroboni. Nato a Fratta nel 1791 da una relazione adulterina tra il Conte Antonio Oroboni di Ferrara e Cassandra Cecilia Aguazzo di Fratta, trascorse l’infanzia tra la città estense e Rovigo, dove probabilmente studiò per qualche tempo, senza però conseguire alcun titolo. La sua fama è legata alla descrizione che ne fece Silvio Pellico, suo vicino di cella allo Spielberg, ne Le mie prigioni. Riportiamo il brano dell’incontro tra Pellico e Oroboni nella nota².
Un altro aderente alla Vendita di Fratta fu il notaio Antonio Villa (Fratta Polesine 1786 – Spielberg 1827). Entrò a far parte della società segreta all’età di 31 anni in seguito a contatti con Felice Foresti. Arrestato nel 1819 venne condotto a Venezia dove, interrogato confessò la sua appartenenza alla Carboneria rivelando anche i nomi dei compagni. Fu in seguito alla sua confessione che la polizia austriaca arrestò Oroboni e gli altri a Villa Molin e altrove in Polesine. Tra gli arrestati vi furono anche Giacomo e Giovanni Monti, Domenico Davì e don Marco Fortini, parroco di Fratta.
Al processo, che si tenne a Venezia, Giovanni Monti venne condannato a morte per alto tradimento, pena tramutata per mancanza di prove in 5 anni di carcere presso il Castello di Lubiana dall’Imperatore Francesco I; suo fratello fu invece condannato a 6 mesi di prigione da scontarsi a Venezia; Davì fu riconosciuto non colpevole e subito liberato mentre don Marco Fortini, dopo essere stato degradato solennemente dal Patriarca di Venezia, venne dapprima condannato a morte e poi graziato col carcere duro allo Spielberg. Assistette alla morte di Oroboni e di Villa. Scarcerato nel 1827, fece ritorno a Fratta dove morì nel 1848, dopo essere stato riammesso nella Chiesa dal Papa.
Le ville di Oroboni, Villa, Davì e la casa di don Marco Fortini si trovano ancora oggi a Fratta, dove, tra l’altro, il 16 Giugno 1867 è stato inaugurato un monumento in memoria dei Carbonari polesani realizzato dallo scultore Grazioso Spazzi su progetto del professor Andrea Provini. A Rovigo, invece, un’intera zona della città, nei pressi del Cimitero, ha strade intitolate ai personaggi della Carboneria (viale Oroboni, via Villa, via Munari, ecc.).
La conoscenza dei luoghi della Carboneria in Polesine fa parte di uno degli itinerari proposti dal CeDi, Cooperativa Turismo e Cutura, chi ci si può rivolgere per una visita a Fratta nelle ville ove vissero gli sfortunati patrioti, telefonanado al n.0425.26270, 0425.21530.
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Come citare questo articolo
Matteo Santipolo. “La Carboneria in Polesine”. Ventaglio Novanta, n. 25, 2002. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-carboneria-in-polesine/