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STORIA - TRADIZIONI

Gente del fiume

Storie di passatori a Bergantino e Melara

di Corrado Ferri

Ventaglio Novanta n. 25 2002 pp. 50–53

Da sempre le comunità polesane vivono un rapporto particolare col loro ambiente: un territorio fatto di terra ed acque. Il fiume è oggi una presenza discreta; il suo presente appare incerto, il suo futuro tutto da delineare. Ma basta recuperare la memoria del passato per scoprire la sua piena dimensione.

Il Po, per numerosi piccoli centri adagiati lungo le sue rive, è stato fino al secondo dopoguerra un luogo di vita e di incontro, una risorsa economica, una via di comunicazione. Fra i personaggi che ne popolavano le rive non si possono dimenticare i passatori, veri depositari, insieme ai molinari, di tutti i segreti del fiume. Da esso i passatori traevano una forma particolare di sostentamento: erano un ponte umano tra opposte rive. Il fiume era la loro vera dimora e ad esso legavano tutta la loro vita.

A Bergantino, molti ricordano ancora la figura di Mario Baroni, meglio conosciuto con il soprannome di Mario “Mansin”. Baroni era nato a Carbonara (Mn) nel 1887.

Dal 1910 al 1960 svolse attività di traghettatore tra Carbonara e Bergantino. La sua imbarcazione si chiamava “Maruska”, un nome di origine ungherese derivato da una canzone in voga negli anni ‘20. Il tratto che Mansin percorse per cinquant’anni era chiamato “Passo delle belle donne”. Mario Mansin si spense nel 1967. La “Marusca”, imbarcazione di sette metri e mezzo, esiste ancora, gelosamente conservata dalla famiglia Cappucci di Corbarola.

A Melara è ancora vivo il ricordo di Pasquino Soriani, detto “Pacale”, classe 1898. La sua storia è quasi avvolta da un velo di leggenda. Poco più che ragazzo partecipò alla prima guerra mondiale e poi, da adulto, ai primi due anni del secondo conflitto. Dedicò tutta la sua vita al fiume ed in cinquant’anni di lavoro traghettò, da Melara a Borgofranco, quasi 200.000 persone, percorrendo circa 120.000 con la forza dei remi.

Era un esperto nuotatore, coraggioso ed altruista: nel corso della sua vita trasse in salvo dalle acque del fiume almeno una sessantina di bagnanti. Senza pensione nè risorse d’altro genere, visse i suoi ultimi anni in assoluta ma dignitosa povertà, fino alla morte avvenuta il 16 giugno 1964.

Alcuni episodi, fra i numerosi, della vita di Pacale sono veramente significativi. Nel 1944, a Melara, si trovavano nascosti sei americani, in attesa di essere traghettati al di là del fiune e di raggiungere le loro linee. Era un servizio che Pacale svolgeva spesso a favore di piloti abbattuti o di paracadutisti in missione. All’alba di un freddo mattino d’inverno Pacale riuscì ad imbarcare i sei uomini e salpare. A metà percorso, però, apparve sull’altra riva una pattuglia tedesca in attesa di essere traghettata verso Melara: tutto sembrava perduto. All’improvviso scese una fitta nebbia e Pacale, con un’abile manovra, riuscì ad approdare poco più a valle e, dopo aver sbarcato gli americani, a risalire la corrente e ad imbarcare i tedeschi. Questi ultimi in realtà si erano insospettiti della manovra, ma Pacale fugò i loro dubbi affermando, sicuro, che erano operai di Melata impiegati nella Todt.

Un ringraziamento particolare gli venne da un pilota di aereo che aveva goduto del suo prezioso servizio in due diverse occasioni. Per salutare il suo benefattore un giorno egli eseguì sul fiume tutta una serie di figure acrobatiche, calamitando l’attenzione di tutti gli abitanti di Melara. Al termine della guerra Pacale ricevette la medaglia d’oro ed un attestato di benemerenza dal maresciallo Alexander, comandante in capo delle forze armate del Mediterraneo.

Nel ‘51, col verificarsi della tragica inondazione del Polesine, Pacale ed il figlio Ottorivio si portarono prontamente nella zona alluvionata. Per soccorrere anche le persone più isolate non esitavano ad incunearsi con la barca nei varchi aperti dalle rotte, dove nessuno osava andare a causa del grave pericolo. Al termine della missione ottennero un riconoscimento al valor civile per l’opera prestata. In tale occasione venne proposto al passatore un risarcimento per i danni subìti dall’imbarcazione, ma egli lo rifiutò, affermando semplicemente che il battello non aveva riportato danni.

Uomo di onestà esemplare, Pacale non applicò mai alcuna tariffa al suo servizio, ma accettava come compenso ciò che spontaneamente le persone volevano lasciargli.

Il ricordo più struggente è forse legato alla notte in cui morì: tutte le bettoline di passaggio lungo il Po suonarono ripetutamente le loro sirene all’altezza della piccola casa rossa del passatore, per rivolgere un estremo saluto ad un vero uomo di fiume. Pacale aveva allora solo 66 anni, ma dall’età di 12, con una vecchia barca e due braccia già robuste, solcava le acque del suo fiume. Mansin e Pacale, due vite in simbiosi con il Po, storie, “comuni” per la gente del fiume.

Per noi, oggi, è il ricordo di un passato che serve a dare un senso anche a questo nostro presente.

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Come citare questo articolo

Corrado Ferri. “Gente del fiume”. Ventaglio Novanta, n. 25, 2002. https://ventaglionovanta.it/archivio/gente-del-fiume/

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