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STORIA - TRADIZIONI

Dalla parte degli emigranti

Nel 1907 istituiti a Rovigo due organismi di tutela di diverso orientamento politico

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 25 2002 pp. 54–57

Nei primi anni del secolo scorso, e più precisamente nel 1907, a Rovigo si ebbe a registrare una consistente quanto improvvisa azione di supporto agli emigranti che da oltre vent’anni, senza interruzione, continuavano a lasciare il Polesine alla ricerca di soluzioni di vita più accettabili. Furono infatti istituiti due Segretariati a tutela dell’Emigrazione, uno di matrice cattolica e l’altro socialista. Iniziative queste realizzate con indubbio ritardo nei confronti della grande emigrazione, configuratasi come un vero e proprio esodo, che aveva visto oltre 60.000 persone lasciare la terra polesana nel corso dell’ultimo quarto del XIX secolo.

Le due istituzioni, caratterizzate da opposta matrice ideologica, pur operando in un clima di concorrenza e di reciproca ostilità, riuscirono tuttavia per quache anno a fornire un sufficiente aiuto a molti emigranti che continuavano a lasciare il Polesine, provincia contrassegnata da condizioni estrema povertà, da malattie endemiche e, soprattutto, dalla mancanza di ogni prospettiva di cambiamento e miglioramento.

Per capire il valore di queste iniziative è bene ricordare per sommi capi le vicissitudini che determinarono la grande impennata del fenomeno migratorio dal Polesine, che manifestò il primo segno di evidente incremento nel 1885, l’anno successivo al moto de “la boje”. La sollevazione dei braccianti aveva alimentato tante speranze di riscatto, che andarono deluse con il sostanziale fallimento dello sciopero, nel corso del quale il Governo non manifestò remore a schierarsi sulle posizioni del padronato, contrastando duramente il fenomeno di protesta. Furono innanzitutto arrestati i principali promotori e portavoce dei numerosi scioperi che, nel Giugno del 1884, all’epoca della mietitura del grano, avevano interessato gran parte del Polesine. Si giunse poi ad inviare l’esercito nelle campagne polesane per sostituire gli scioperanti nelle attività agricole e frustrare così ogni azione di rivalsa nei confronti del padronato.

Eppure i motivi alla base dell’agitazione erano facilmente riconoscibili. Veramente di grave indigenza erano infatti le condizioni di vita dei braccianti polesani: si pensi che la mercede prevista per una giornata lavorativa – ed il lavoro era assicurato solo nel periodo del raccolto – era di ottanta centesimi, cifra grossomodo corrisponte al costo di due chili di pane. Come era possibile pensare che un lavoro stagionale tanto mal pagato potesse sopperire alle necessità di una famiglia per un anno intero?

“La boje, la boje, e deboto la va de sora!” avevano gridato nel 1884 gli scioperanti, minacciando iniziative ben più determinate delle astensioni dal lavoro. Alcune delle quali in effetti si verificarono, con azioni dimostrative verso il padronato più restio alle trattative, quali incendi di fienili, tagli di filari di viti e atti di intimidazione nei confronti dei crumiri disponibili a sostituire gli scioperanti.

In qualche caso si giunse a degli accordi tra i rappresentanti dei braccianti, che avevano dato vita ad organizzazioni denominate “Società Democratiche”, e i proprietari dei fondi agricoli. In questi casi furono concessi miglioramenti salariali di tutto rispetto, ma la repressione poliziesca e l’intervento dell’esercito fecero sì che questi episodi restassero circoscritti e chiaramente non destinati a ripetersi.

L’anno successivo, ricordato come l’anno dei processi, fu infatti caratterizzato da condanne “esemplari”, comminate agli esponenti più attivi arrestati nel corso delle agitazioni, e dall’intensificarsi della sorveglianza per impedire una ripresa del moto di rivolta al momento del raccolto. Nel 1885 si ebbero infatti a registrare soltanto isolati casi di protesta e qualche azione di intimidazione coperta dall’anonimato.

Col venir meno delle speranze di un miglioramento delle condizioni di vita, iniziò un movimento migratorio dalle proporzioni bibliche. Una frenesia di lasciare quanto prima l’ingrata terra dei padri dilagò nel Polesine, facendo registrare migliaia di partenze, in una progressiva spirale di crescita che sembrava inarrestabile.

La punta massima dell’emigrazione dalla provincia di Rovigo si verificò nel 1891 con circa 17.000 abbandoni. I calcoli demografici fanno stimare in almeno 63.000 i polesani che nell’ultimo quarto di secolo lasciarono la terra natìa, molti dei quali diretti in Brasile.

A questa massa di derelitti che, vendute le poche cose di proprietà si imbarcavano nelle navi alla volta del nuovo mondo, non restava che invocare un’ultima speranza, gridando a squarciagola “Viva l’America”, aggiungendo poi, più o meno sommessamente, “E morte ai siori”.

Ma ben pochi erano quelli che in America trovavano le condizioni di vita sperate, come ebbe più volte ad avvertire nei suoi scritti Adolfo Rossi, che frequentemente tornò a sottolineare la mancanza totale di protezioni in cui si muovevano le masse di emigranti.

I fazendeiros del Brasile pagavano spesso il biglietto di andata per chi lasciava l’Italia per quella terra. Ma non era certamente filantropia la loro. Rimasti senza gli schiavi negri, a seguito della nuova legislazione brasiliana che contemplava l’abolizione dello schiavismo, molti pensarono di sostituire la manodopera di colore pressoché gratuita, con lavoratori a bassissimo costo reclutati tra le migliaia di disperati che ogni anno lasciavano l’Italia.

Per dimostrare le angherie a cui venivano assoggettati molti emigranti italiani in Brasile, Adolfo Rossi volle fare un esperimento in prima persona. Già giornalista di fama, lasciata l’Italia indossando i poveri panni degli emigranti, si fece assumere in una delle tante fazendas brasiliane per poter stendere un resoconto attendibile della situazione. E i sospetti ebbero una clamorosa conferma, dimostrando che il viaggio prepagato per il Brasile si trasformava per molti emigrati in un nuovo atroce calvario.

Proprio in questo periodo – in evidente ritardo con i tempi – cominciava a farsi strada un interessamento verso il mondo dell’emigrazione, e sorgevano le prime iniziative di tutela degli emigrati. Lo Stato italiano nel 1901 istituiva, nell’ambito del Ministero degli Esteri, il Commissariato per l’Emigrazione, nel cui organico entrava lo stesso Adolfo Rossi, dando prova di valide capacità di azione e predisponendo misure concrete a sostegno degli italiani nel mondo.

Altre iniziative venivano attuate nel mondo del volontariato cattolico e laico. Per quanto riguarda la provincia di Rovigo, dopo un’attività preparatoria fatta di incontri e conferenze, si giungeva nel 1907 alla creazione dei due citati Segretariati per l’Emigrazione. Quello di orientamento cattolico, che si rifaceva all’Opera Bonomelli, si avvalse delle parrocchie per i contatti nei vari paesi della provincia e del periodico diocesano La Settimana, quale portavoce. Quello attivato dalle forze laico-socialiste ebbe come punto di riferimento la Società Umanitaria di Milano e come organo di informazione il periodico socialista rodigino La lotta.

Per la costituzione del Segretariato di matrice cattolica, oltre ad alcuni missionari dell’Opera bonomelliana, si attivarono tra gli altri Corradino Cappellotto, Carlo Belloni e Battista Soffiantini che fu nominato a dirigere il Segretariato, oltre ad un Ufficio di Collocamento nell’ambito dell’Ufficio del Lavoro, con sede in via Mure Ospedale.

Il Segretariato di ispirazione socialista, ubicato in via Poste Vecchie, nacque grazie all’interessamento di Amos Bernini sindaco di Rovigo, dell’on. Angelo Cabrini e di Eugenio Greggio, il quale divenne il segretario dell’istituzione, denominata “Segretariato dell’Emigrazione e Ufficio di collocamento della Provincia di Rovigo, corrispondente degli Uffici Centrali della Società Umanitaria”. La carica di presidente fu assunta dall’on. Pozzato.

Tra le due istituzioni frequenti furono le dispute e gli spunti polemici, dovuti a chiari motivi di concorrenzialità e soprattutto al clima di acre scontro ideologico, molto vivo tra cattolici e socialisti nei primi anni del secolo scorso. Ma in verità l’azione svolta dalle due istituzioni fu molto simile, concretizzandosi innanzitutto nell’indicazione delle regioni (per lo più dell’Europa) dove realmente si originavano possibilità di lavoro anche stagionale e poi in varie azioni di supporto: da quella dei ripetuti consigli alla cautela nei confronti di allettanti promesse di sistemazione, all’organizzazione di partenze collettive, all’assistenza burocratica ed infortunistica e alla segnalazione delle zone da evitare in quanto, essendo in atto azioni di sciopero, la presenza dei lavoratori italiani sarebbe stata vista dagli scioperanti come una provocazione, con possibili conseguenze tragiche come i fatti di Francia avevano dimostrato.

Le due istituzioni continuarono ad operare con soddisfacente continuità fino alla vigilia della grande guerra, quando problemi ben più gravi si affacciarono sullo scenario internazionale e l’emigrazione ebbe una brusca interruzione.

Ai nostri giorni a tener desta l’attenzione sul problema degli emigrati dal Polesine contribuisce egregiamente l’associazione “Polesani nel Mondo” con sede a Rovigo in via Fraccon 11. L’Associazione, oltre a mantenere vivi i rapporti con le decine di “Fameje polesane” sparse per il mondo, è impegnata ad offrire una concreta opera di assistenza ai discendenti di emigranti polesani negli ultimi tempi particolarmente motivati a rintracciare documentazioni dei loro avi sia per un ritorno di interesse verso il Paese di origine, sia, più concretamente, per poter fruire del doppio passaporto ritenuto utile in considerazione del ripetersi delle crisi economiche e politiche che ciclicamente affliggono i paesi dell’America latina.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Dalla parte degli emigranti”. Ventaglio Novanta, n. 25, 2002. https://ventaglionovanta.it/archivio/dalla-parte-degli-emigranti/

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