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STORIA - TRADIZIONI

Burci e Velieri

di Mirella Pregnolato

Ventaglio Novanta n. 53 2016 pp. 82–85

Due tipi di navigazione hanno caratterizzato il passato del territorio di Porto Viro, comune oggi unico ma un tempo caratterizzato dalle due comunità di Contarina e Donada. distinte seppur vicine. Si svolgevano in ambienti diversi, l’una nei fiumi e l’altra nel mare. Perché le metto insieme pur essendo diverse? Semplicemente perché la mia famiglia, sia da parte di madre che di padre, da generazioni ha navigato, lavorato, vissuto, sudato, sofferto, amato su questi mezzi di trasporto. Un mestiere tramandato di generazione in generazione che ora fa parte del passato, ma che è giusto non dimenticare.

Burci e Barcari

Parliamo di navigazione fluviale interna. A Contarina, come in altri paesi rivieraschi del Basso Polesine (Donada, Ariano nel Polesine, Taglio di Po, Corbola, Loreo , Adria ed altri), buona parte della popolazione viveva con il trasporto di merci, trasporto che, all’interno del territorio, si svolgeva lungo il Po e i canali ad esso collegati. I barcari di fiume del Basso Polesine percorrevano i fiumi e i canali, dalle foci del Po a Mantova, a Padova, Treviso, Venezia e viceversa. Un’attività oggi scomparsa, ma che ha visto momenti veramente prosperi. Un tempo, quando le strade non erano così percorribili come lo sono ora, i trasporti, dove era possibile, si effettuavano per quelle che vengono definite “vie d’acqua”. Fra il 1500 e il 1600 il traffico fluviale aumentò a dismisura. Occorreva di tutto e c’era la possibilità di recuperare, in loco e non, quanto potesse servire: legname, tessuti, carta, alimenti, mattoni, ghiaia ed altro. Nel corso del XVII secolo ed oltre, i paesi del Basso Polesine, lungo il Po, si prestavano meglio all’approdo delle imbarcazioni: fare il barcaro divenne la prima attività per buona parte della popolazione e diede a questi paesi un’economia alternativa all’agricoltura. Per i trasporti fluviali erano utilizzate imbarcazioni dette “burci”: erano barconi costruiti in legno duro per resistere all’umidità, in parte in legno morbido per reggere agli urti; erano a fondo piatto e a pieno carico pescavano circa due metri. Dove c’erano i fiumi si potevano vedere barche di ogni tipo e dimensioni scendere o risalire il corso d’acqua. Il lavoro dei barcari era duro, talvolta massacrante, ma fra loro si instauravano legami forti di stima, amicizia, solidarietà; era come se ognuno di loro fosse parte di una stessa famiglia. La navigazione era anche suggestiva, una strada acquatica fiancheggiata da frondose piante, canneti, ville, borghi; caratterizzata da guQuando a Contarina e Donada c’erano i barcari e i marineri. Storie dimenticate di Navigazione fluviale e Navigazione marittima stose osterie ed allietata dal volo radente di tanti uccelli. Vivendo gli uomini molto tempo in barca, lontani dalla famiglia, la donna, in casa, acquisiva pieni poteri. Tutto questo durò fino a che, con la seconda Guerra Mondiale, per spingere i burci che fino ad allora navigavano a vela, si cominciarono ad usare motori di seconda mano, recuperati dai mezzi militari Alleati, che numerosi si trovavano nelle autodemolizioni. Ma questo non bastò a salvare il trasporto fluviale: dopo qualche decennio (anni 1970 ca.) fu completamente sostituito dal più veloce trasporto sui camion, favorito anche dalla nascita delle autostrade. Negli anni ’70 la crisi del trasporto fluviale fu un grosso colpo per i vecchi armatori e per i barcari, tant’è che preferirono affondare i loro burci nel fiume, come gesto di protesta contro i camion che toglievano loro il lavoro. La zona antistante l’ex fabbrica Chiari e Forti a Silea (TV) sul Sile è una singolare vetrina dei resti della protesta rimasta nella memoria collettiva. Finì così l’antico e duro mestiere del barcaro, un’altra delle nostre tradizioni che non c’è più. I barcari erano e rimangono i depositari di un passato laborioso, testimoni di storia d’arte e tradizioni. Per i barcari del Polesine, di Padova e Treviso, uno dei luoghi più importanti di carico e scarico era alla Giudecca (VE). Alla Giudecca il maestoso Mulino Stucki è lì a ricordare i barcari, le loro merci e un grande imprenditore da cui il mulino ha preso il nome: Giovanni Stucki. Un imprenditore dinamico, innovativo, che si insedia nel 1884 alla Giudecca, proveniente da Treviso, e, con un macchinario estremamente avanzato per l’epoca, comincia a produrre 2500 quintali di farina al giorno. Più tardi, nel 1897, il moderno opificio sforna farine, crusche, semole. La produzione continuò fino a che i camion sostituirono i burci. A Battaglia Terme (PD) a ricordare questo mestiere c’è un importante Museo dedicato alla Navigazione Fluviale, grazie a Riccardo Cappellozza, “l’ultimo dei barcari”, ideatore e fondatore, che con grande passione, entusiasmo e duro lavoro ha dato vita a questo museo ricchissimo di reperti, fotografie, planimetrie, visitato da scolaresche, da turisti nazionali e internazionali. A Casier (TV) sul Sile, sono rimasti i vecchi burci ed anche il grande stabilimento “Chiari e Forti”, famoso per l’olio (l’olio Topazio, l’olio Cuore) prodotto con le sementi trasportate con i burci. Infine allo scrittore Camillo Pavan, noi figli di barcari, memori di quel tempo, dobbiamo riconoscenza, perché nei suoi libri ha raccolto le testimonianze di tanti barcari ed è fonte preziosa per documentare quel mondo scomparso e quindi la storia di tante famiglie come la mia. Non possiamo né dobbiamo dimenticare che, durante l’alluvione del Polesine del 1951, i barcari con le loro barche e la loro esperienza, salvarono moltissime persone prodigandosi giorno e notte senza sosta. La fine della navigazione commerciale lungo le vie d’acqua venete ha portato con sé la scomparsa di alcune specifiche figure professionali come il barcaro, il cavallante, il Maestro d’ascia, il facchino scariolante, l’addetto alle manovre delle conche, e, sulle rive dei fiumi, le lavandaie, i pescatori, i badilanti e sabbionanti impegnati negli allora tollerabili prelievi di inerti dai fondali dei fiumi. L’abbandono delle vie fluviali, la mancata manutenzione e il non controllo di fiumi e canali ha causato inondazioni, esondazioni, morte e distruzione del territorio.

Velieri e marineri

Mentre a Contarina prevaleva il trasporto via fiume, quindi erano armatori fluviali (barcari), a Donada erano in maggioranza marineri (barcari di mare) che navigavano a bordo di grossi barconi (velieri). I simboli delle due navigazioni per fiume e per mare li troviamo negli stemmi dei due paesi. Inoltre è sicuramente sintomatico l’aver avuto a Contarina un sindaco “barcaro” (1946) Guido Pregnolato, e, a Donada un Ammiraglio (1928) Luigi Arcangeli.

Le imbarcazioni marine partivano da Ponte Fornaci (Donada) dove c’era la Dogana. Percorrevano il breve tratto del Po di Levante ed affrontavano il mar Adriatico, quindi Trieste, la penisola d’Istria e la costa Dalmata. Per la navigazione fluviale sono state raccolte moltissime testimonianze soprattutto in provincia di Treviso e di Padova, oltre al Museo di Battaglia Terme (PD), quindi ho potuto approfondire l’argomento. Per quanto riguarda la navigazione marittima locale non esiste nulla di cui io sia a conoscenza. Allora mi sono decisa ad andare a trovare un mio cugino, Aldo Tumiati, ultimo discendente di una grande famiglia di marineri di Contarina e Donada, che ha navigato sulle barche da mare. Davanti alla sua casa c’è un bel giardino e in mezzo spicca una vecchia àncora. Aldo mi racconta la storia “è un reperto ormai storico di uno dei sette velieri della loro proprietà. Quest’àncora era affondata con le barche. Quando hanno demolito il vecchio ponte di Fornaci di Donada, prima di costruire il nuovo ponte hanno scandagliato e pulito il fondo del Po di Levante, dov’erano affondate le vecchie barche ormai inutilizzate e abbandonate. Hanno tirato su i resti di quelle barche”, così Aldo ha recuperato l’àncora, testimone di tante generazioni che hanno lavorato andando per mare. Un lavoro faticoso, duro ma gratificante. Anche per la navigazione marittima, come per quella fluviale, i natanti erano alla mercé dei capricci del vento che soffiava sulle grosse vele per farli avanzare. I barconi da mare della mia famiglia – mi continua Tumiatti – erano adibiti, per lo più, al trasporto di legname, la cosiddetta legna d’Istria che era importante perché, usata per ardere, ed il fuoco durava molto. Importavano anche il carbone “coke” che era ancora più prezioso. Mio nonno li vendeva all’ingrosso e anche al minuto. Il discorso si allarga ai combustibili per il riscaldamento. C’era chi vendeva la legna dolce,

– ricorda Aldo – che durava molto meno, i cui pezzi incandescenti si potevano mettere dentro il ferro da stiro di allora, per stirare i panni. C’era il carbone detto carbonella. Altro combustibile molto usato durante la guerra e nel primo dopoguerra era la torba derivante dalla vegetazione palustre sepolta da secoli sotto strati di argilla e sabbia. La zona migliore dove trovarla era nella campagna di Loreo (RO), essendo il terreno più basso. Se si percorre la provinciale per Rovigo si notano facilmente i terreni torbosi, sono più scuri. Mi ricordo che la torba era venduta in pezzi simili a mattoni, che venivano asciugati al sole prima di metterli sul fuoco. C’era chi non poteva permettersi né legna né carbone, si arrangiava come poteva, raccogliendo i resti dal taglio degli alberi o altro. Tutto era utile, non esisteva il verbo consumare inteso come sperpero, oggi quasi un comandamento di cui stiamo pagando le conseguenze. Torniamo a parlare di barche. Aldo mi mostra un modellino, costruito da lui, che riproduce fedelmente e nei minimi particolari com’erano le sue barche, chiamate “velieri” perché usavano le vele, più tardi con l’uso dei motori “motovelieri” (M/V), li pilotava il Comandante registrato sui documenti Paron Marittimo. I nostri nonni erano al comando di navi da traffico costiero. A Ponte Fornaci (località Donada), avveniva l’imbarco e lo sbarco dei marineri, c’era la Dogana e l’Ufficio Spedizioni. Quando i marineri vedevano da lontano l’alto e maestoso campanile di Donada erano emozioni di gioia perché era “casa” dopo tanti giorni di lontananza, stavano fuori quindici giorni almeno. Le donne li aspettavano a casa e si assumevano la responsabilità del buon andamento della famiglia. Aldo si assenta per qualche minuto e torna con in mano alcuni documenti appartenuti a suo padre: il Libretto di Lavoro, il Regolamento Marittimo, il Codice della Navigazione, insieme alle foto di due piroscafi sui quali ha navigato in tanti scali oceanici. In quei documenti c’è tutto il prestigio e l’onore della gente di mare, di grande valore storico, umano, affettivo. C’è tutta la storia documentata della navigazione marittima dai tempi lontani ai nostri giorni. Con la storia di Aldo il passato e il presente si intersecano. Infatti a quindici anni si imbarca sul motoveliero (M/V) “Fidel Party” comandato dal Paron marittimo Oreste Tumiati, suo padre, addetto alla Navigazione Libera Giuliana. Svolgerà il suo periodo di leva nella Marina Militare. Nel 1960 gli viene concesso il Nulla Osta per imbarco su navi estere e nazionali dirette all’estero: Nord America, Africa, scali oceanici. Alla fine degli anni ’60 si imbarcherà sulla Motonave (M/C) Cisterna 3 come 1° Ufficiale Comandante. E’ il libretto del lavoro di Aldo, ma è la fotocopia di chi, come lui, ha svolto il compito della gente di mare, dalla scomparsa del Paron Marittimo, alla navigazione odierna su grosse navi cisterne addette al trasporto di prodotti chimici ed altro. I nostri vecchi non ci sono più, ma l’amore per il mare è stato tramandato alle giovani generazioni. Molti hanno studiato all’Accademia Navale, hanno continuato a lavorare sul mare, chi nella Marina Militare, chi nella Marina Mercantile o sulle grandi Navi Passeggeri. Quindi il mare è rimasto nel loro DNA. Anche i “barcari di mare” come i “barcari di fiume” hanno cessato di navigare dopo gli anni ’60-’70 quando i camion, quindi il trasporto su strada, hanno avuto il sopravvento. I “paroni marittimi” hanno abbandonato le loro navi da traffico costiero nel Po di Levante a Ponte Fornaci e col tempo sono affondate. Nel 1950 con l’apertura dei pozzi di metano, diminuì anche il consumo di legna e carbone. In ogni caso il mestiere dei barcari e dei marineri finì.

L’ultima barca

Mio nonno “paron” Sante Tumiati, dopo aver smesso di navigare (1950-1960) andava a Ponte Fornaci due volte al giorno, mattina e sera, a bagnare la sua barca, la sola rimasta dopo che le altre erano state affondate. La sua barca, che era ancorata lì sulla riva, solo attraverso queste cure si poteva conservare. Lui lo ha fatto fin oltre gli ottant’anni, perché non poteva abbandonarla, era parte integrante della sua vita e della storia della sua famiglia, e se la coccolava ogni giorno “annaffiandola” come fosse un essere vivente. Si portava la bilancia e pescava dalla barca o dal ponte, così poteva vederla e starle vicino. Povero nonno, chissà quanto avrà sofferto, ma non l’ho mai sentito lamentarsi. Secondo me accettava quella situazione, creatasi dall’evolversi dei tempi, come un fatto ineluttabile, come la vecchiaia. Il filo conduttore che teneva legate le due cose: barca e vecchiaia era la pesca. Andava alle sei del mattino, tempo permettendo, tornava dopo tre-quattro ore col pesce fresco, che mamma puliva subito. All’ora di pranzo, cotto a puntino, assieme alle verdure dell’orto appena colte, portato in tavola, il buon profumo riempiva la cucina, ed era festa di gusto, piacere goloso che mi è rimasto e non ho più ritrovato. Quell’ultima barca, tanto amata dal nonno, diventò una “star” del nostro cinema del dopoguerra. Infatti venne usata nel film “La donna del fiume” (1955) con Sofia Loren e Rick Battaglia. La storia si svolgeva nelle valli di Comacchio e l’imbarcazione del nonno era giusta, adatta, ma mancava il… gabinetto che fu prontamente sistemato, (evidentemente ai marineri di prima non serviva!). A pilotarla fu suo figlio (zio Nane) essendo Capitano marittimo anche lui, e le nipoti Natalina e Carla (mie cugine), che erano giovani e carine, 18 e 20 anni, fecero le comparse in diverse scene del film insieme ad altri giovani del luogo. Carla mi raccontava che era affascinata da Sofia Loren che allora aveva solo 19 anni, ma sia nelle scene che nel rapporto con gli attori e col personale tutto, era sicura, disinvolta, bravissima e bellissima, ma loro ragazze, erano tutte innamorate del bellissimo Rick!

FONTI BIBLIOGRAFICHE – Comune di Battaglia Terme (PD), Navigare nel tempo del fiume, a cura di Civiltà d’Acqua, Centro Internazionale – AAVV, Canali e burci, Quaderni del Centro sociale e culturale “C. Marchesi, Battaglia Terme (PD) – Mirella Pregnolato, Quando Porto Viro era la mia Contarina, Ed. Venilia. Mirella Pregnolato è nata il 18/11/1933 a Porto Viro dove tuttora vive. E’ stata insegnante elementare per trentacinque anni nelle scuole di Contarina e dintorni. Ha partecipato attivamente alle attività degli organismi scolastici collegiali e del sindacato scuola CGIL. Fin da giovanissima è stata attiva nel PSI (Partito Socialista Italiano); prima donna di Contarina a svolgere il ruolo di presidente di seggio elettorale e di giudice conciliatore. Ha contribuito agli esordi della biblioteca comunale, alla nascita dell’Università Popolare, dell’Auser e dell’Attività motoria per i pensionati.

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Come citare questo articolo

Mirella Pregnolato. “Burci e Velieri”. Ventaglio Novanta, n. 53, 2016. https://ventaglionovanta.it/archivio/burci-e-velieri/

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